E’ venuta a mancare nel 2003, ma tutti la ricordiamo ancora molto bene.

Sempre impegnata in mille attività, molto sensibile ai problemi degli altri, premurosa con tutti.
Da sempre dedita alla beneficenza per i più poveri, inventò anche una piccola industria per la lavorazione della lana e la tessitura di indumenti per i piccoli del terzo mondo.
Anch’io ho un ricordo personale di lei, che risale al 1994, e di cui parlerò con molta simpatia.

La memoria collettiva la ricorderà senz’altro per la sua dirittura morale, per la scelta di “stare dalla parte dei più deboli” e, perché no, per la meraviglia che suscitava in tutti vedere questa nonnina, dalla folta chioma bianca, “scorazzare” per le vie del paese (in lungo ed in largo) con la sua bicicletta o con il famigerato Ape car celeste.
L’ho conosciuta nel 1994, in occasione dei preparativi per una mostra che stavo organizzando presso la scuola Elementare Giovanni XXIII di viale Stazione.
Mi ero posto un obiettivo: proporre ai nostri concittadini di “tirare fuori dalle proprie cantine, dai box, dalle famose “rimesse” tutti gli attrezzi, gli arredi, gli utensili, le suppellettili e quant’altro potesse raccontare la storia, le abitudini contadine dei nostri nonni.
Furono 3564 gli oggetti del passato gentilmente e temporaneamente messi a disposizione di quest’evento da parte dei privati.
Non nascondo che all’inizio dovetti fare i conti con la diffidenza di quanti certamente si domandavano se mai questi oggetti sarebbero tornati ai legittimi proprietari.
Bastò poco.
Fu sufficiente l’atteggiamento dei primi, che vollero investire fiducia nei giovani promotori dell’iniziativa, per scatenare la reazione a catena di quanti, addirittura, finirono col proporsi prima ancora che fossimo noi a cercare loro.
La notizia dell’evento si diffondeva nel paese e fioccavano spontanee le candidature di quanti avevano qualcosa di particolare da esibire.
Iniziò così la “caccia degli oggetti introvabili”.
Fra coloro i quali m’incoraggiarono, invitarono amici e parenti a “rivoltare le cantine” e contribuirono alla buona riuscita della mostra, non potrò mai dimenticare il ruolo efficace che ebbe la signorina Rosa Pavone.
M’invitò a casa sua e, proprio lì, fra quelle mura, incominciò il mio personale “viaggio nel passato”.
Chi legge potrà rimanere stranito da quanto scrivo, chi conosceva l’umile dimora della signorina Pavone avrà meno difficoltà a comprendermi.
Una scala ripida, con alti gradini, conduceva al primo piano.
Già appena varcato l’antico portoncino, il profumo del tempo.
In alto sulla scala, una nonnina tanto gentile e con tanto garbo, m’invitava a salire.
Mi accomodai ma, perso nella magia di quelle mura, la mia mente viaggiava nel passato.
Spostavo gli occhi su un oggetto, su un mobile, su una vecchia cornice, su un quadro ed ognuno di questi percorsi visivi interiorizzava una passeggiata negli anni quaranta, cinquanta e, al massimo, sessanta.
Non vi era in quella casa un solo oggetto della modernità: non un frullatore, non un micronde, non una stufa elettrica, niente di così recente.
Una candela anziché la luce d’emergenza, la scopa di paglia anziché l’aspirapolvere, una stufa a legna anziché elettrica, il braciere e lu pèt, ‘u mumml, stìp e st’pètt, … meraviglioso… una casa che era la riproduzione fedele di come vivevano i nostri nonni, una casa “incontaminata” dalla modernità e rimasta conforme allo stile ed alle abitudini di quegli anni ormai lontani.
Non oggetti di valore, non mobilio d’antiquariato, non preziosi arazzi o candelieri… nulla di tutto questo, soltanto arredi e suppellettili “essenziali”.
“Ma la televisione ci sarà da qualche parte?”, mi domandai; poi, per non essere imprudente, non volli sapere.
Una casetta che aveva addirittura l’impianto elettrico a bacchette esterne sul muro (e non sottotraccia), bacchette che collegavano interruttori a leva e non a tasti… straordinario, da sogno!
Avevo voglia di smontarle tutta casa e di trasferirla alla scuola elementare di viale Stazione.
Nessuna abitazione di quelle che avevo visitato in Palagiano, mi era apparsa grandiosamente "museale" come lo era quella della signorina Pavone.
Tutto quello che io stavo cercando in giro, casa per casa, lì c’era.
La signorina Pavone aveva tutto, non le mancava nulla; la sua dimora rappresentava perfettamente l’immagine d’altri tempi che volevo dare delle case contadine palagianesi.
Avrei desiderato chiederle ogni oggetto, ma non potevo mostrarmi così sfacciato.
Poi la sua clamorosa spiazzante frase che non dimenticherò più: “Prendi tutto quello che vuoi.”
Parole che custodiscono la “grandezza” d’animo di una donna piccola, ma solo di statura.
Ci eravamo appena conosciuti, non sapeva chi ero e già mi metteva a disposizione, senza alcun pregiudizio sul mio conto e con generosità inaudita, il “suo mondo incantevole”.
Se Michael Hende avesse incontrato Rosa Pavone, certamente avrebbe indugiato prima di scrivere il celebre romanzo-fiaba “Momo e i predatori del tempo”, giacchè appare evidente come sia possibile fermare il tempo recuperando il contatto umano senza lasciarsi intrappolare dallo scorrere delle lancette e dal timore di essere costantemente in ritardo col resto del mondo.
E lei, Rosa Pavone, questo l’aveva saputo da sempre e l’aveva anche dimostrato.
Questa era la signorina Rosetta: una donna sensibile ad ogni genere di iniziativa, da quelle solidali a quelle culturali; una donna “ricca” dentro e pronta a condividere la propria opulenza con tutti quelli che le si avvicinavano.
“Legata da particolari vincoli in diverse attività, quella della signorina Pavone è stata una vita ricca di scelte e di esperienze forti, che appartengono alla storia del nostro essere cristiani”, così la ricorda il maestro Carmine Gravina nel suo libro “Luci che non si spengono”.
Ogni mattina, anzi al chiarir dell’alba, andava in bicicletta ai suoi campi.
Arava, sarchiava i terreni lasciati da papà Michele e dava lavoro a tanti.
Come San Francesco d’Assisi, visse in povertà e carità, benché non fosse indigente; fu una sua scelta.
Aiutò chi bussò alla sua porta, la sua casa diventò un centro d’accoglienza, un laboratorio di benefici.
Inventò anche una piccola industria per la lavorazione della lana: indumenti per i piccoli del terzo mondo.
Era nata in Palagiano giovedì 13 maggio del 1915, da papà Michele e mamma Angela.
Lunedì 16 giugno 2003, “con sorella Morte” – prosegue il maestro Gravina - , nacque alla Domenica senza tramonto.
Rosa Pavone onora il nostro paese e consegna alla storia cristiana cittadina il suo nome di donna purissima, innamorata del prossimo, della carità e della chiesa di Cristo.

Antonello De Blasi.

Fonte: www.palagiano.net