Vera Saracco è una riservata insegnante in pensione. Nel nome e nei modi raffinati ed eleganti porta i segni di una bella storia palagianese, quasi dimenticata e ai più sconosciuta. La storia di Vera, anzi Vjera Alieksievna Michailov, nata a Poltava, in Ucraina, nel 1895 da Aleksiej, che ebbe il privilegio di lavorare alla corte degli zar e da Sofia, che morì nel darle la luce. A 17 anni sposò un ufficiale di stanza presso l’Ambasciata di Parigi, dove lo seguì fino a quando questi non si diede la morte per l’onta subita dallo scoppio della Rivoluzione bolscevica. Dopo la scomparsa del padre, pur avendo una sorella in Lituania, di cui poi perse le tracce a causa della guerra mondiale, decise di trasferirsi in Italia dove, avendo studiato musica già da bambina, iniziò a tenere lezioni di piano. Studiò anche canto poiché, alla sua statuaria bellezza, si associava una dolce e melodiosa voce da contralto. Visse a Firenze, la città che cambiò il suo destino: raccontava che, pur avendo rinunciato all’elevato tenore di vita a cui era da sempre abituata (diceva di aver sofferto per lo strappo della manica del suo ultimo abito da cerimonia, procuratole dal passaggio di una carrozza), conobbe il principe Guglielmo Romanazzi, possidente putignanese del feudo di Palagiano. Fu lui che, pur ammogliato, si rivelò il deus ex machina che la riportò alla vita a cui era avvezza: per lei mise su una intera compagnia lirica che girò i maggiori teatri del Sud, dal Petruzzelli al San Carlo di Napoli, mettendo in scena le più belle opere italiane e straniere, da Adriana Lecouvreur a Lucia di Lammermoor. Interpretò, tra gli altri, i ruoli di Azucena e Amneris nei teatri di varie parti del mondo quali l’Australia e l’Egitto. Incontrò Arturo Toscanini che le dedicò un pensiero scritto su una partitura di “Carmen”. Più tardi, quando era usa accompagnarsi al Colonnello Dell’Aglio per seguire i riti della chiesa russa di Bari, non era raro assistere a omaggi e inchini da parte dei suoi conterranei. Arrivata in terra palagianese, dove d’estate amava girare a cavallo per le campagne, non potendo avere figli propri, si legò profondamente all’ultima figlia dell’amministratore del feudo, Benvenuto Saracco e di sua moglie Argentina Paganelli; alla bambina fu dato il suo nome e avrebbe voluto adottarla quando avesse raggiunto la maggiore età. Si affezionò talmente a lei da portarla con sé a Milano dove aveva deciso di stabilirsi definitivamente dopo la fine del suo legame col principe Romanazzi che, pare, la tradisse spesso. La piccola Vera aveva solo 18 mesi e qui fu fatta seguire dalle migliori balie; più tardi prese lezioni di Francese e ballo e studiò prima presso le Orsoline, poi in collegio a Luino, sul Lago Maggiore, dove Vjera le faceva visita ogni fine settimana. A Milano seguivano spesso i riti del Cardinal Schuster, oggi beato. D’estate si recavano insieme al mare nelle più rinomate località balneari, da Forte dei Marmi a Bordighera e Riccione, dove venne a trovarla un nipote russo; qui incontrò anche Benito Mussolini, che ne notò immediatamente la superba bellezza: Vjera si divertiva a ricordare il viso di lui quando gli comunicò di essere russa! La gentildonna procurò alla bambina un unico grande dolore quando, al compimento dell’undicesimo anno d’età, le rivelò di non  esserne la madre naturale! Quando la giovane ebbe 20 anni, Vjera sposò con rito civile, per la differenza di religione, l’attore di teatro Piero Carnabuci ma non  accettò che la bambina che amava fosse diventata donna, poiché nel frattempo questa aveva instaurato una relazione sentimentale con un giovane e promettente pianista milanese. Per punirla volle rimandarla a Palagiano, da mamma Argentina, per un breve periodo, salvo scontare la sofferenza che quel gesto avrebbe arrecato a entrambe quando si rese conto che la ragazza, pur alimentando continuamente l’amore che le legava, sarebbe rimasta per sua esclusiva scelta nel paese d’origine. Cercò invano di riportarla a Milano facendole ottenere l’impiego come Segretaria di Direzione presso la Banca Commerciale Italiana, ma i tempi erano maturi perché la giovane Vera formasse una sua famiglia; i figli che nacquero da questo matrimonio furono seguiti dalla gentildonna russa come lo era stata la madre. Nel ’59 Vjera rimase vedova per la seconda volta e qualche anno più tardi scrisse, a quella che considerava sua figlia, di una grave malattia che per ironia della sorte le aveva tolto l’uso della voce. Fu curata a Parigi e Milano dove Vera l’assisteva andando su e giù per l’Italia, anche su consiglio di Argentina che la volle vicino a Vjera nonostante lei stessa non godesse di buone condizioni di salute; infatti, Argentina morì durante uno dei soggiorni milanesi della figlia. L’ultima volta che tornò a Milano, Vera non riconobbe la diva di un tempo: il velo della morte aveva portato via da quel volto e da quel corpo, una volta tanto apprezzati, ogni segno di beltà. Era il 4 Novembre del ’68, poco prima del suo compleanno: in tutti quegli anni aveva continuato ogni giorno a inviare fiori sulla tomba del primo marito a Parigi. Di quei mesi Vera ricorderà sempre i momenti più intimi, in cui donò a sua madre gli ultimi gesti di un profondo amore filiale, la dignità di lei nella sofferenza e la ferrea volontà di non sottoporre la figlia a sacrifici. Il racconto di quei giorni è scritto in tante lettere, in mille appunti vergati di suo pugno che la signora Saracco tiene ancora oggi sparsi per casa, quasi a non voler chiudere, a non voler mettere ordine in una storia che vive ancora limpida nei suoi ricordi e nel suo cuore; in uno di essi si legge: “Vera non deve venire qui, ogni emozione può essermi fatale; quando e se starò meglio la chiamerò io, non faccia di testa sua…”, a testimoniare che l’una non poteva non cercare, prima che per sé stessa, la serenità per l’altra. L’ultimo atto d’amore verso questa donna giunta da lontano, Vera Saracco lo compì 10 anni dopo, facendo in modo che i resti di Vjera fossero traslati nella terra di quel feudo palagianese dove il loro legame era nato. Molta gente del luogo oggi non la riconosce, nella splendida immagine posta sul luogo in cui riposa, ma è stata lei, che amava questo paesaggio, a voler legare per sempre il suo nome a Palagiano attraverso un profondo affetto senza tempo; non a caso, infatti, la figlia del principe Romanazzi, a conoscenza di tutte le amanti di suo padre, ebbe a dire: “Era l’unica donna che mio padre avrebbe dovuto sposare!”. 

Lorella Perniola