
Da destra: Mellone, Ressa, Domenico Caragnano, Mastrangelo, Caprara
Auditorium gremito di persone per la lectio magistralis del prof. Roberto Caprara, “Per la Storia di Palagiano”. La tesi esposta, in controtendenza con quella portata avanti dagli storici locali: Palagiano e Palagianello, non due paesi diversi, ma una comune origine, nata nella gravina c.d. “Palagiano vecchia”.
Il saluto di Maria Grazia Mellone, consigliere incaricata alla Cultura. “Con le sue nuove missioni culturali, il prof. Caprara sparge il seme della cultura, e ritorna quasi mensilmente nella sua terra per donarcela”.
Il saluto di Rocco Ressa, Sindaco di Palagiano. “In un paese la cultura è fondamentale, e spesso noi politici mettiamo nei nostri programmi cultura e formazione, ma il più delle volte restano solo degli slogan, perché bisogna scontrarsi con le risorse e le priorità. La cultura ci fa scoprire le nostre radici e ci fa radicare di più sul territorio, ponendo anche le basi del sistema economico. Un accenno alla programmazione 2010, ci sarà una ripresa delle opere e dei servizi, dopo aver risanato il bilancio. Sulla 106 è stata trovata una necropoli, toglieremo e catalogheremo tutto e realizzeremo sulla 106 Dir un’area archeologica, un parco. Si sono trovate alcune cose interessanti, e sarà realizzato un museo comunale. Il museo diventerà punto di riferimento, perché la cultura ci fa diventare cittadini migliori”.
Relazione integrale del prof. Caprara.
PER LA STORIA DI PALAGIANO, di Roberto Caprara.
Palagiano è oggi una vivace e vitale città, forse la più vivace della Provincia di Taranto, in continua crescita demografica ed economica.
Chi - come me - la ricorda quando era un piccolo paese con meno di diecimila abitanti, fa fatica a riconoscerla oggi, ma è lieto della profonda trasformazione che la caratterizza, perché a questa città è legato affettivamente sin dalla sua infanzia. Qui infatti viveva un anziano sacerdote e maestro, don Luigi Balestra, un cugino del mio nonno materno, che chiamavamo zio e venivamo spesso a trovare.
Palagiano era allora un quieto e tranquillo paese agricolo che ancora non aveva conosciuto o si affacciava appena a quella rivoluzione agraria per lo più conseguente alla Riforma fondiaria che ne ha fatto la capitale riconosciuta della produzione agrumaria di altissima qualità. Ma già allora i suoi terreni erano fertilissimi e si poteva presagire un lusinghiero avvenire.
Eppure questa città manca di una sua storia scientificamente affidabile e chi ne scrive, siano essi appassionati studiosi locali, siano storici di professione, incorrono sempre in errori assai gravi, alcuni per un acceso campanilismo inconciliabile con la verità storica, altri per scarsa o nessuna conoscenza del territorio e dei dati archeologici e di geografìa storica.
Noi, questa sera, sine ira et studio, come diceva Tacito, cioè senza malanimo nei confronti di nessuno, ma anche senza cedimenti alle facili leggende o alla voglia di compiacere o non contraddire gli amici, cercheremo di percorrere, a grandi linee, le vicende storiche del territorio.
Il punto di frizione che mi divide da eccellenti studiosi palagianesi, persone serie che stimo, è presto detto: io sostengo che Palagiano di oggi è una "terra nuova" nata, come moltissime città italiane, tra il Duecento e il Trecento, e potrei ricordare che la repubblica fiorentina nel 1299 impiantò nel Valdarno superiore San Giovanni Valdarno e Castelfranco di Sopra e nel 1337 Teranuova Bracciolini, ora in provincia di Arezzo, e poi Scarperia in provincia di Firenze, ed una quantità di altri centri, e, per rimanere più vicini a noi, Martina Franca e Francavilla Fontana.
Gli studiosi palagianesi sostengono invece una continuità ininterrotta fra il piccolo insediamento demico a cavallo della Via Appia in età romana e la città odierna, e si rifiutano di accettare i documenti nei quali, dal tardo Medioevo in poi, il villaggio rupestre nella Gravina di Palagianello viene chiamato Palagiano Vecchio, nome che presuppone che, dopo l'abbandono di quel villaggio, verifìcatosi per le ragioni che dirò, era nata una "terra nuova", quella che è oggi la vitalissima città di Palagiano.

I documenti ai quali io mi appoggio e che gli amici palagianesi si ostinano a ignorare, sono almeno due: uno nell'Archivio del Monastero Benedettino di Cava dei Tirreni, già pubblicato da Roberto Palmisano nel 1993, l'altro nell'Archivio dell'Insigne Capitolo Collegiato di Massafra, ancora inedito e di cui ho la trascrizione di Giulio Mastrangelo, e sono documenti incontrovertibili
Quando questi amici storici rivendicano con orgoglio avvenimenti e personaggi di Palagiano dell'XI secolo, quando ricordano che Palagiano fu infeudata al normanno Riccardo Senescalco, non hanno torto e non sbagliano affatto. Sbagliano solo nella ubicazione di Palagiano: il villaggio di cui si parla sino alla fine del Duecento o anche oltre era il villaggio rupestre ora in territorio di Palagianello.
Né il villaggio, né la fortificazione di cui parlano i documenti, potevano essere qui dove siamo noi questa sera, perché qui imperava almeno dal V-VI secolo la palude, a causa di un fenomeno che riguardò l'intera Italia peninsulare e determinò l'impaludamento delle pianure costiere, la Maremma toscana, la campagna Pontina, il territorio da Sibari a Taranto. Intere città scomparvero e la via Appia fu ingoiata dal fango, tanto che venne sostituita dalla via pedecollinare che è nota col nome di Via del Procaccia, perché serviva per il servizio postale, che da Taranto raggiungeva Massafra, saliva verso Mottola, si biforcava all'altezza di Petruscio, collegandosi da una parte alla mulattiera, la mulis vectabilis via di età antichissima che si dirigeva verso Bari, e, proseguendo, dall'altra parte, verso Casalrotto ed il villaggio rupestre di Palagiano, dopo di questo si annodava alla via Appia sotto Castellaneta, dove la palude non era potuta arrivare a distruggerla.
Nel sesto secolo, dopo la guerra Gotica, che restituì gran parte dell'Italia all'impero bizantino, Giustiniano fortificò questa nuova arteria, divenuta importante per i collegamenti di Taranto con Benevento e Roma, costruendo un castello a Massafra, nel suo tratto iniziale, ed una fortificazione nel suo tratto finale, a Palagiano, di cui non restano più tracce, perché doveva sorgere nella zona sventrata dalle cave nei pressi della chiesa rupestre di Sant'Andrea, i cui dipinti sono importanti per spiegarci le vicende di Palagiano Vecchio, Palagiano Nuovo e Palagianello.
In questa chiesa, infatti, ci sono numerosi dipinti del XIII secolo, ma non se ne rinvengono del XIV e XV, poi c'è un affresco rappresentante San Vito datato 1590, il che vuoi dire che nel Trecento e Quattrocento il culto non vi venne più praticato, perché a Palagiano Vecchio non c'erano più abitanti ed il culto vi fu ripreso nel Cinquecento, quando Palagianello tornò ad essere abitato.
Perché la novità che voglio annunciarvi questa sera è semplice, anche se a qualcuno potrà parere sconvolgente e perfino - ma non è certo così - amara.
La storia di Palagiano Vecchio, di Palagiano Nuovo e di Palagianello è una storia unica ed unitaria e non può' essere ricostruita se non dall'età moderna in poi come storia separata di due comunità diverse.
La Preistoria, la storia dell'età greca, dell'età romana e del medioevo è storia unica: la storia di Palagiano, di un territorio unitario che va dalla Gravina di San Biagio al mare e che, in età tardo romana fu lo sterminato latifondo di un Pelagio dal quale deriva il suo nome, fundus Pelagianus, la sola etimologia che la linguistica accetta per Palagiano.
È questa la ragione per cui le notizie più attendibili sul territorio nel Medioevo si trovano nei volumi del compianto Roberto Palmisano su Palagianello.
La vicenda tra Tarda Antichità e Medioevo può' essere riassunta in breve.
La pianura dell'arco jonico, fertile e costellata di ville rustiche romane anche molto importanti, si era impaludata probabilmente per l'innalzamento della falda acquifera e gli abitanti l'abbandonarono, rifugiandosi nei casali rupestri di Massafra, di Mottola, Castellaneta, Ginosa, Laterza, Palagiano e vi rimasero sino al 1200 ed, in alcuni, sino al 1300 e oltre. E questo il periodo in cui la gran parte di essi viene abbandonata per vari motivi, ma soprattutto, crediamo, perché la falda acquifera si era nuovamente abbassata e la palude si ritirava, lasciando il posto a terre fertilissime per il limo che nei secoli vi si era depositato.
Nel villaggio di Palagiano vecchio abbiamo scoperto, circa quattro anni fa, il sito della fonte disseccatasi quando la falda si abbassò, sicché gli abitanti si spostarono, dal villaggio rupestre alla fertile pianura e per loro fu naturale continuare a chiamare col nome di Palagiano il nuovo sito di loro residenza. Sicché, chi aveva bisogno di riferirsi all'antico abitato abbandonato, prese a chiamarlo Palagiano Vecchio: lo fecero i monaci benedettini di Cava dei Tirreni, lo fecero i Canonici del Capitolo di Massafra che lì avevano possedimenti, e i documenti si conservano nei relativi Archivi, senza che certo quei Monaci o quei Canonici avessero la perfida intenzione di contraddire gli storici moderni di Palagiano Nuovo.
Sono questi storici moderni - invece - che, per onestà scientifica, devono arrendersi all'evidenza dei documenti, e riflettere che l'Isola di Taranto incominciò a chiamarsi Taranto Vecchia solo quando, di là dal Canale, sorse e si sviluppò rapidamente la Taranto Nuova.
Non è solo Palagiano che ha cambiato sito. Chi, come me, ha lavorato in Sardegna ed ha condotto ricerche di topografia storica nel territorio isolano, sa che molte decine di paesi hanno mutato luogo anche più di una volta, senza mai cambiare nome. Basta leggere la grossa pubblicazione di John Day sui villaggi abbandonati della Sardegna per rendersene conto. Quindi, il caso di Palagiano non è certo né unico né isolato e nemmeno eccezionale.
D'altra parte, in una pubblicazione che l'amico Giovanni Carucci, al quale sono legato da stima e affetto, mi donò diversi anni fa, Tasselli di storia palagianese, da una lettura attenta dei vari contributi - depurata delle leggende e dei miti che la inquinano - emerge la conferma di quanto stiamo dicendo. Infatti, nell'ampio capitolo redatto da Pasquale Lentini, e nelle parti nelle quali l'Autore non si abbandona alle per lui consuete divagazioni sulla storia generale dei popoli - che sono fuorvianti per il lettore - e dove non indulge acriticamente al mito, emerge un quadro archeologico del territorio oggi appartenente al Comune di Palagiano in cui è notevole la presenza preistorica e protostorica, importante la presenza magno-greca, in piccoli nuclei abitati che lo stesso Autore paragona a Masserie, e, per l'età romana, un popolamento diffuso in ville rustiche, di varia dimensione e dignità.
Che non vi fosse un grosso centro demico è dimostrato dal fatto che si sono rinvenuti piccoli sepolcreti ma nessuna grande necropoli. E il territorio era certamente ancora parte della chora tarentina e certamente non si chiamava ancora Pelagianus. Questo nome il territorio lo assumerà nella Tarda Antichità, quando, col dissolversi delle istituzioni ed il disgregarsi delle strutture sociali, l'economia latifondistica avrà il sopravvento su quella attiva e produttiva delle piccole aziende agrarie e la pastorizia si sostituirà pressoché dovunque all'agricoltura.

Gravina di Palagianello (Palagiano vecchia, secondo Caprara)
Una prova evidente si ha nell'importante struttura di Parete Pinto, che gli scavi della Soprintendenza Archeologica hanno dimostrato, senz'ombra di dubbio, essere un vasto recinto per il bestiame di un grande allevamento e non una enorme vasca (56x40 metri: un'enormità!) per la raccolta dell'acqua piovana come ancora alcuni ritengono e scrivono. Le acque piovane, oltre tutto, venivano raccolte in cisterne scavate nella roccia, che si contano a decine nel territorio circostante. E le cisterne, poi, non hanno porte, mentre Parete Pinto ne ha tre.
Allora un Pelagius possedeva il vastissimo territorio dalla Murgia al mare che, grosso modo, corrisponde a quello degli attuali comuni di Palagiano e Palagianello.
La conferma di quanto stiamo dicendo viene da un accurato lavoro di uno stimato storico palagianese, qual è Alessandro Moschetti. Mettiamo subito da parte, perché indimostrata e indimostrabile, la sua affermazione che vuole l'attuala Palagiano nata intorno al 900 dopo Cristo, come anche la non condivisibile appassionata etimologia da "antico", certo meno dilettantesca di quella che scomoda gli dei Pale e Giano, ma che comunque non regge al vaglio della linguistica.
Ma la conferma di cui diciamo viene da un passo a pagina 99, che riporto integralmente: "II castello aveva la sua chiesetta ed i morti venivano seppelliti sotto il pavimento com'era costume del tempo". Ma, ci chiediamo, costume di quale tempo? La risposta è semplice: è costume del tardo Medioevo. Per tutto l'Alto Medioevo (ed il 900 è ancora Alto Medioevo) i morti si seppellivano in vaste necropoli o piccoli sepolcreti, come si è visto a Castel Troisino, a Nocera Umbra o, più vicino a noi, a Casalrotto. A Palagianello una piccola necropoli è davanti e non dentro la chiesa rupestre di San Gerolamo, a Massafra le sepolture della chiesa antica di San Toma erano in una necropoli all'esterno della Chiesa. Solo dopo la ricostruzione di questa, intorno alla fine del Cinquecento, si seppellì nella chiesa. E nelle chiese rupestri più antiche, come a Madonna delle Rose e San Marco, le sepolture erano in arcosolio fuori delle chiese, e all'interno c'era al massimo una tomba privilegiata, del fondatore o di un personaggio venerato. Le cappelle funerarie erano parecclesia, cioè annessi alle chiese ma separate da queste, come la chiesa inferiore di Sant'Angelo a Casalrotto, e le sepolture erano, comunque, pochissime ed individuali, come oggi nelle cappelle di famiglia nei cimiteri. Infatti, nella vasta chiesa rupestre della Madonna degli Angeli, a Mottola, non vi sono sepolture, ma queste sono scavate nel sopraterra in un piccolo sepolcreto di qualche decina di tombe e in un piccolo parecclesion esterno, addossato all'abside..
E quando, come in Cappadocia, venivano scavate con destinazione funeraria, le tombe, sempre singole, erano generalmente nel nartece, e solo qualcuna privilegiata nell'aula, come nel San Basilio di Göreme.
La consuetudine di seppellire nelle chiese incomincia probabilmente in Occidente con le grandi chiese degli Ordini mendicanti, come Santa Croce a Firenze, dei Frati Minori, la cui costruzione terminò nel 1383.
Ne traiamo la conseguenza che il cosiddetto castello di Palagiano è tardo, solo un palazzo signorile forse cinque-secentesco e non un sito fortificato e non è certo quello assalito e distrutto da Rayca nel 1023. Allora Palagiano era ancora ubicato nella gravina di Palagianello, ed erano gli abitanti di quel Palagiano che versavano a Basilio Mesardonites i 36 nomismata d'oro.
Chiesa rupestre di Santa Lucia (Palagiano vecchia)
Ma qui è indispensabile tornare al contributo di Pasquale Lentini, del quale non leggeremo certo le romanzesche pagine dedicata alla Sibilla Delfica o a Fàlanto, simpatiche leggende che non hanno però diritto di cittadinanza in un libro serio di storia, così come non è più lecito parlare della Magna Grecia avendo come fonti le ottocentesche storie del Lénormant (1883) o del canonico Martini. Basti pensare che vi sono molti che considerano già in molte parti superata la Storia di Taranto del Vuillemier che è del 1939.
Prenderemo, invece, in considerazione l'accuratissimo catalogo dei ritrovamenti archeologici, nel quale non c'è un solo reperto di età medievale. E non ce ne potevano essere, perché nel Medioevo, almeno fino al Duecento, qui c'era la palude e, almeno sino alla fine del Trecento, la comunità demica che ricolonizzò questa parte del territorio doveva essere assai piccola per lasciare tracce significative.
E veniamo, quindi, al Basso Medioevo e alle scarne notizie che attingiamo a varie e spesso non concordanti fonti.
Intorno al 1250, in età sveva, le terre palagianesi sono in possesso dei Casamassima. Intorno al 1300 Palagiano appartiene ai Giordano che lo cedono a Ugo Bilotta e successivamente nel 1332 passa a Maria Caterina di Valois. Con Raimondello Del Balzo Orsini Palagiano fa parte del Principato di Taranto, ma quando la successione passa al figlio Antonio del Balzo Orsini il paese viene infeudata al barone Gabriele Capitignano per, poi, passare ai napoletani Protonobilissimo. Si ha notizia, infatti, che il 15 settembre 1464 Giacomo Faccipecora-Protonobilissimo utile signore di Palagiano e Stefano Domini Roberti utile signore di Palagianello sottoscrissero un concordato sulla fida degli animali nei territori dei due Casali. Giacomo Protonobilissimo, alias Faccipecora, fu consigliere poi traditore di Antonio del Balzo Orsini, per questo forse premiato da Ferrante I d’Aragona, con l’investitura del feudo di Palagiano. Il feudo passò ai Lubelli, poi ai Minutola sino al 1600 e quindi ai Caracciolo.
Palagiano attuale esisteva dunque già da alcuni secoli quando, nel 1464, il territorio, che sino a quel momento era unico venne infeudato ai Faccipecora-Protonobilissimo e fu diviso in due, perché il feudo disabitato di Palagiano Vecchio, chiamato però già Palagianello, venne concesso da Ferrante d'Aragona al cittadino di Taranto Stefano Domini Roberti.
E vero, però, che questa disabitazione assoluta sia stata più volte posta in dubbio, soprattutto nelle controversie tra Comune e feudatario per gli usi civici. Ultima è la Sentenza numero 143 dei 20 giugno 1810 della Commissione Feudale, nella controversia tra il Comune di Palagianello e il Marchese di S. Eramo, pp, 1056-1057. Il feudatario ha opposto a tutte le istanze del Comune la disabitazione del feudo, che ha cercato di dimostrare con due carte fiscali del 1421 e 1523. Il Comune ha negato la disabitazione ed ha sostenuto il contrario colle memorie desunte da un antico processo conservato in Archivio, e di cui l 'epoca rimonta al 1541. La Commissione ha osservato preliminarmente, che dal confronto de' documenti presentati da una parte e dall'altra non risulta evidentemente la popolazione assoluta dell 'antico Casale di Palagianello, un laudo del 1507 anteriore di diciotto anni alla domanda formale di riabitazione portando testimonianza della esistenza de ' vassalli nel Casale in quistione. Nostra opinione è però che la sentenza della Commissione sìa un po' pilatesca e che nel Quattrocento Palagiano Vecchio fosse realmente disabitato.
Erano gli anni immediatamente successivi alla Congiura dei Baroni che il sovrano aragonese aveva sconfìtto nel 1462 con l'aiuto di Giorgio Castriota Scanderbeg, che era venuto in suo soccorso con un contingente di 700 cavalieri e 1000 fanti albanesi. Il grande sconfitto di quella guerra fu il Principe di Taranto, al quale venne confiscato il Principato, e qualche cittadino del Principato rimasto fedele al Re (donde la taccia di tradimento a Giacomo Faccipecora) venne probabilmente ricompensato con piccoli feudi.
Ma gli amici di Palagiano che si dedicano alla storia non ci hanno dato, sin ora, pressoché nessuna informazione di prima mano sulle vicende dell'età feudale in questa città, diciamo dal XIV secolo in poi: non hanno pubblicato pressoché nessun documento, e i documenti vanno cercati negli archivi, a incominciare da quello di Napoli, ma anche di Lecce e di Taranto, e pubblicati con scrupolo e senza tentazioni campanilistiche.
Ma la ricerca dei documenti va iniziata negli archivi di Palagiano, anche se so che molti documenti, sottratti agli archivi, sono presso privati, magari in buona fede, che quei documenti hanno prelevato per pubblicarli e poi, per i motivi più vari - mancanza di tempo o inadeguatezza alla lettura - li hanno messi da parte, senza considerare il grave danno arrecato alla città. Se hanno vero amore per questa, restituiscano quei documenti agli archivi di origine e li mettano a disposizione degli studiosi.
Quando questa ricerca sarà fatta, come in gran parte la fece, alcuni anni or sono, per Palagianello, Roberto Palmisano, giungerà finalmente il momento di scrivere la storia unitaria del territorio palagianese, senza scomodare personaggi mitologici, popoli leggendari e divinità pagane, ma basandosi sui dati certi dell'archeologia e della linguistica e sui documenti scritti medievali, e bisognerà dividere il lavoro in diverse grandi parti. Faccio un esempio:
1) il territorio prima di Palagiano, dal Riparo Manisi dei paleolitici Neandertaliani nella Gravina e dall'insediamento subappenninico di Cozzo Marziotta alle ville romane;
2) il fundus Pelagianus nella tarda antichità e l'allevamento del bestiame;
3) il villaggio rupestre di Palagiano Vecchio nel Medioevo;
4) la fondazione e lo sviluppo di Palagiano nuovo dalla fine del 200 ai giorni nostri;
5) La ripopolazione di Palagianello dalla fine del Quattrocento ad oggi.
Dopo, non ci saranno più alibi per nessuno.
La conclusione di questa mia chiacchierata è praticamente scontata: non c'è luogo per una storia campanilistica che contrapponga la vicenda della "terra nuova" di Palagiano a quella di Palagiano Vecchio tardo-antico e medioevale e di Palagianello tornata a popolarsi dal Quattrocento, ma in un sito diverso da quello dell'antico villaggio rupestre.
Si tratta di un'unica storia di popolamento, di un unico territorio, diviso in due soltanto da piccole vicende feudali nella seconda metà del Quattrocento. Avvenimento di ieri, insomma, per chi guardi alla lunga durata della storia.

Fonte disseccata
Segue il dibattito.
Avvocato Giulio Mastrangelo. “Trovo qui uno spirito positivo nell’indagine e nella ricerca. Il relitto della nave a metà strada tra Chiatona e il lido di Venti fu scoperto da Antonello De Blasi, è una nave di epoca romana o medioevale? ha la prua rivolta verso Taranto. Questo è un input”.

Giovanni Carucci. “Restringo il discorso ai due documenti, sul fatto che Palagiano sarebbe nata a Parete Pinto, da qui poi sarebbero andati a Palagianello, e da qui sarebbero scesi in pianura a fondare Palagiano. In uno di questi due documenti ci sono due righe un po’ cancellate. Questo documento era una memoria difensiva di un avvocato napoletano, e per le cancellature presenti non è un documento attendibile, forse l’avvocato si rese conto di aver scritto delle cose inesatte e le cancellò. La Chiesa di San Donato, secondo Caprara, si trovava a Palagianello. Non è così. Parete Pinto non era un recinto per animali, ma un interrato, dove le bestie sarebbero morte per umidità. Le apertura dell’opera servivano per raccogliere le acque piovane che giravano attorno”.

Le cancellature riferite da Carucci
Caprara. “A chi serviva questa enorme quantità di acqua?”.
Carucci. “I romani costruivano piscine per diversi usi, e da Palagiano passavano tutte le legioni che andavano e tornavano dall’Oriente, ecco perché avevano bisogno di acqua (per allevamento anguille, pesci, per uso igienico? Non possiamo dimostrarlo). Palagiano centro era una stazione romana e l’alluvione del 2003 ha messo in evidenza questa realtà. Ho percorso la Via Appia da Venosa a Taranto, e tra Palagiano e Taranto c’erano esattamente venti miglia. C’è un documento del 1050 dove si parla di Palagiano e Palagianello. Il relitto trovato tra Chiatona e Venti è solo un bersaglio della Marina”.