I Dori di Falanto, sbarcati sulle coste del golfo di Taranto nell'VIII secolo a.C., una volta impadronitisi del sito e della parte occidentale del suo territorio, si fusero con le popolazioni autoctone japigio-messapiche e iniziarono una intelligente opera di integrazione sociale e di progresso economico. Seguì un lungo periodo di sviluppo, caratterizzato da un'intensa attività commerciale e urbanistica nella città di Taranto, dove l'artigianato ebbe un notevole impulso, pastorale e agricola nelle zone circostanti, dove fiorirono e si moltiplicarono gli allevamenti di bestiame e le coltivazioni agricole.In questo periodo molti coloni greci vennero a stabilirsi nella fertile pianura di Palagiano, molto ricca di erbaggi e di acque dolci che si raccoglievano nei numerosi canali naturali che vi insistono, elementi questi indispensabili per l'allevamento delle greggi e lo sviluppo dell'agricoltura.Sono del parere che gli immigrati Greci delle diverse colonizzazioni non vennero in questa parte dell'Italia per fare conquiste ma per crearsi una dimora comoda e con tutte le risorse necessarie per una vita meno affannosa, tranquilla e dignitosa.Così si giustifica il decentramento di tanti coloni sparsi per tutta la pianura di Palagiano, con una marcata prevalenza sulle sponde opposte del fiume Lenne, all'epoca molto più ricco di acque di oggi.Certamente essi, in un primo momento, non si posero affatto il problema della creazione di un centro abitato che doveva servire come centro commerciale o come rifugio in caso di attacco di eventuali nemici o conquistatori. Presi com'erano dalla frenetica attività lavorativa quotidiana per una adeguata sistemazione, rinviarono a tempi futuri la realizzazione di questa esigenza sociale e politica, che però non tardò a farsi sentire, quando iniziarono le lotte fratricide fra le varie poleis della Magna Grecia.Questi coloni, divisi in piccoli gruppi familiari o plurifamiliari, rimasero sparsi su tutto il territorio, come attestano i numerosi ritrovamenti di piccole necropoli o di singole tombe, dopo essersi divise le terre necessarie il fabbisogno del proprio villaggio.Questo stato di cose rimase inalterato e gli abitanti dei diversi villaggi vissero tranquilli, incrementando gli allevamenti e sviluppando le coltivazioni agricole, fino a quando Taranto, divenuta progressivamente più ricca e forte e assunto il ruolo di capitale della Magna Grecia non venne a trovarsi in contrasto con altre città e popoli rivali, che vedevano di malocchio la sua crescente potenza.Duecento anni dopo l'impresa di Falanto, i Tarantini avevano esteso il loro dominio su tutta la fertile pianura compresa fra il mare Ionio e le colline murgiche dal capo di Saturo fino a Metaponto, dopo avere affrontato e sconfitto Lucani e Sanniti.Costoro, infatti, per rispondere ad un dileggio inferto loro dai Tarantini, giunsero a sfidarli fin sotto le mura della loro città.Teatro delle prime vere battaglie tra Tarantini e Lucano-Sanniti fu proprio l'area del territorio di Massafra, Palagiano e Mottola. Successivo a queste battaglie fu l'episodio di punizione contro un presidio lucano sull'altura di Corvina, l'odierna Carovigno. La guerra dei Lucani contro i Tarantini si protrasse a lungo.I Lucani persero le città di Thurio, Siris, Metaponto, che passarono sotto il diretto dominio di Taranto.Fu a questo punto che cominciò a maturare la preoccupazione di Messapi e Japigi per la crescente potenza di Taranto che minacciava da un momento all'altro la loro stessa indipendenza.Nel 473 a.C., quando Taranto mandò i suoi soldati a difendere la Grecia invasa dai Medi, Messapi e Japigi riunirono un esercito di 20.000 uomini per distruggere la loro rivale.I Tarantini, non sentendosi sicuri, si allearono con i Reggini e con questi studiarono di incunearsi tra le forze avverse, cercando di isolare i Messapi dai Peuceti. Salirono sulle prime alture di fronte al mare Ionio e sull'altipiano delle Matine di Mottola, affrontarono l'esercito nemico. Dei Reggini caddero 3.000 uomini e dei Tarantini un numero incalcolabile. Lo storico delle guerre persiane, Erodoto, ricorda questa battaglia come la più grande sconfitta subita dai Tarantini.Nei tre secoli che seguirono Taranto cambiò il suo programma politico e, invece di perseguire nuove conquiste militari, pensò di dedicarsi soltanto al commercio e alle altre attività produttive e artistiche.In questo periodo una parte della popolazione disseminata nel territorio di Palagiano, spinta da nuove esigenze sociali, abbandonò le sedi di campagna per convergere intorno al nodo stradale che permetteva una migliore comunicazione e possibilità di commercio con le zone vicine più importanti. Da lì partiva la strada per le alture peucetiche al di là della collina di Mottola, da lì si intraprendeva la strada verso la Lucania che rasentava Castellaneta e portava a Matera (via vecchia di Matera), la strada che portava a Taranto e alla Messapia attraverso la contrada di San Marco dei Lupini (l'attuale via San Domenico) e infine la via per il mare che correva lungo il letto dell'antico fiume Chiatano, ora conosciuto col nome di Lama di Vito.
Giovanni Carucci, in "Tasselli di storia palagianese".