Nella caligine della preistoria.
La ricerca archeologica riesce talvolta a farsi strada nella caligine delle più remote età dell'uomo attraverso occasionali ed inaspettati rinvenimenti. Molte volte, però, noi ci troviamo di fronte a testimonianze di civiltà primitiva senza saperle giustamente prendere in considerazione. E’ il caso dei monumenti litici che, per la facile disponibilità dei mezzi meccanici, oggi si vanno cancellando dalle nostre contrade. Così fra qualche decennio si avrà persino dubbio dell'esistenza dei «dolmens», dei «menhirs» e delle <Sono queste fragilissime opere di pietra le prime che l'autoctono della Puglia seppe costruire per sé in tempi remotissimi per esprimere i suoi sentimenti, la sua religiosità, la sua capacità creativa, il suo stato di emancipazione.Le radici di questa cultura toccano l'Uomo Primitivo in qualità di abile maneggiatore non più dell'«amigdala» come arma di caccia e di difesa, ma anche come ingegnoso costruttore di opere abbastanza complesse.In Puglia, a parere degli studiosi, sembra che l'uso delle «specchie» sia stato introdotto da immigrati partiti dalla zona media dell'Europa, meglio concretizzabile nell'interno del’Istria e dell'Illiria, al di là del Carnaro, molto prima del secondo millennio avanti Cristo.In località vicine a noi, fra i tanti resti di queste opere litiche, tracce di <dei </dei«menhirs» a Mottola e a Castellaneta, delle «specchie» non solo nelle campagne delle citate cittadine, ma un po' su tutto il Salento, e anche per un sol caso a Palagiano.
Una specchia a Palagiano.
In Puglia sono stati censiti circa duecento «specchie». La maggior intensità è sulla Murgia, dove abbondano le pietre e dove forse preferì stazionare il primo uomo.Questi primitivi strumenti si presentano a forma troncoconica e generalmente come masse di macerie. Per gli elementi che li compongono si possono distinguere in tre tipi: costruiti di pietre, di sola terra, misti di terra e di pietre. A noi tali rozze costruzioni sono arrivate con la denominazione di origine romana. Infatti in latino «speculari» sta a significare «guardare intorno». Perciò è da ritenersi che simili opere litiche, come in Asia Minore nelle isole del Mediterraneo, in antico avessero la funzione di tomba-sacrario e anche di vedetta, come pure di posto di segnalazione e di comunicazione tra un nucleo abitativo e l'altro.Nel caso di Palagiano il ritrovamento dell'opera preistorica è da ritenersi di eccezionale importanza per il fatto che sussiste in un tipo di territorio in cui il materiale litico è molto carente. L'uso è segnalato per un solo rudere presso la Masseria Castiglione, a circa 4.500 metri a Sud-Est del paese. A circa 2 chilometri ad occidente sta Cozzo Marziotta. (Cfr. E. Mastrobuono, Castellaneta dal Paleolitico al Tardo Romano, Schena Editore, Fasano, 1985, pag. 44).Il primo a divulgare la notizia dell'esistenza della «Specchia di Masseria Castiglione» ci sembra che sia stato G. Palumbo nel 1958. (Cfr. G. Palumbo, Le specchie della provincia di Taranto, in «Rassegna del Comune di Taranto», XXVII, 1958, n. 3-4, pagg. 28-32).Stando così i fatti, ci troviamo di fronte al più antico monumento eretto dall'uomo nella terra di Palagiano. Tale opera conferma ancor più la tesi di una presenza della civiltà dei capannicoli nella pianura jonica fin dall'Età della Pietra con sedi in punti piuttosto eminenti, non succubi dell'ambiente, ma scelti a suo dominio. Masseria Castiglione e Cozzo Marziotta, località tipiche del tempo, non fanno eccezione.
La Puglia sulla soglia della storia.
Il monumento storico dell'arco ionico segnato dalla Puglia certamente è constatabile verso l'inizio del millennio avanti Cristo, quando su questa parte pianeggiante della penisola italiana dominavano i Peucezi.Costoro, genti pacifiche, abbastanza dediti alle attività agricole e pastorali, tanto da evidenziare una felice economia, attirarono sulle proprie terre le mire dei Dauni e dei Messapi d'oltre Adriatico. E si trovarono in mezzo proprio sulla Puglia. Da questa morsa, che diventava disperata e asfittica ogni giorno di più, i Peucezi cercarono la salvezza sfondando in direzione di occidente, sulla pianura che si estendeva da Taranto verso Metaponto, e più giù, oltre Sibari, fino a Cotrone (odierna Crotone).In questa disperata soluzione per la sopravvivenza non rimase posto e possibilità di vita per i gruppi etnici meno consistenti e per quelli facilmente aggredibili. Così sparirono tanti piccoli villaggi. E di essi si perse persino la memoria.
I Peucezi e la leggenda di Nicandro.
Se storicamente i fatti andarono così, ci sembra abbastanza poetico lo scritto del greco Nicandro. Questo scrittore pare propenso ad attribuire ai Peucezi un'origine arcadica. Per cui, come scrive pure Dionisio di Alicarnasso, Enotro, guidando i suoi compagni, ovviamente detti Enotri, e Peucezio, fratello di Enotro, a capo di un altro gruppo, cioè i Peucezi, vennero in Italia circa diciassette generazioni prima della guerra di Troia dalle regioni balcaniche, e propriamente dall'Epiro.Ma a parte questa felice leggenda, alcuni studiosi asseriscono che per Peucezi s'intendono «gli abitatori della terra dei pini», considerando il termine greco «peykos» che è traducibile per «pino».Per cui il nome dato a questa popolazione riveste solo e soltanto un lignificato etnografico. Anzi vi è qualcuno che pensa che «peyke» (di pino) sia la corrispondenza di «sabinus», derivato da «sapinus» (nel nostro dialetto «zappino») come dicevano i Romani.
Testimonianza dei Peucezi.
La testimonianza dei Peucezi sull'arco settentrionale dello Jonio ci viene pure da alcuni toponimi ancora vivi al giorno d'oggi. Così, ricordando che il fiume Genusius era un corso d'acqua non lontano da Dirachium dell’Epiro, si trova Genusium (odierna Ginosa) nella Peucezia. E la stessa celebre Taranto, che molti legano al mito dell'eponimo Falanto, si dimostra legata ai Taulantini, che vivevano sulle coste dove oggi è Aulona, nella valle del Genusius, di fronte alla penisola salentina. E quegli stessi «Partenii», concittadini di Fàlanto, sono il riflesso di «Parthini», genti che abitavano ad oriente di Epidamno o Durazzo.Allora?Le omonimie topografiche sull'una e sull'altra sponda dell'Adriatico sono molte, per l'uso che avevano i Greci di ripetere nomi delle località della loro patria nelle terre delle colonie.Pertanto noi siamo del parere che coloro i quali nell'ultimo millennio avanti Cristo abitavano da indigeni sulle pianure dello Jonio non erano altro che quei Peucezi, partiti dall'Illiria compreso fra il mare Adriatico e il fiume Danubio e giunti in queste aree dell'Italia Meridionale almeno dieci secoli prima. Da immigrati, essi avevano sopraffatto le piccole tribù precedenti ed avevano preso il loro posto. Si stabilirono a Saturo, a Cozzo Marziotta, allo sbocco del Lenne, a Ginosa, a Mottola, a Matera e così via.Il loro ambiente, preferibilmente di pianura, di boschi, di macchia mediterranea e di pini, offriva un conforto ed anche una certa sicurezza per una vita agricola e pastorale; quanto pure il mare preferito a quattro passi dalla capanna tornava utile per la vita marinara e per il commercio. Non dimentichiamo che la campagna tarantina, nonostante l'aridità dell'altopiano apulo, dovuto alla natura calcarea del terreno, si prestava alla coltivazione del grano, della vite (come del resto anche oggi) dell'olivo; ed era celebre per i suoi allevamenti di cavalli. (Cfr. J. Bérard, La Magna Grecia, Einaudi, Torino 1963, pag. 168).
Colonie greche lungo il litorale.
Questa popolazione peuceta, tuttavia, non isolò le civiltà dell'entroterra, perché dalle alture delle Murge, della Lucania e della Calabria, verso il litorale, furono tracciati infiniti sentieri pedonali, infiniti tratturi, infinite vie carrabili per la necessaria attività di osmosi fra le diverse etnie e per la sopravvivenza con il commercio.In tal modo lungo il litorale si videro crescere con prosperità e potenza diversi insediamenti greci.Questi nuclei demici, conformemente alle proprie origini, si differenziarono l'uno dall'altro per attitudini, per cultura, per prestigio.Ecco quindi che gli stessi favoriti dal suolo, dal clima e più ancora dal sito occupato, fin da quell'epoca, poterono farsi conoscere anche lontano, nelle terre dell'Africa Settentrionale, lungo le coste del'Adriatico, nelle zone dell'Egeo, molte volte superando la capacità e la grandezza della madre patria. Le piccole colonie, fenomeno frequente nel periodo della colonizzazione della Magna Grecia, rimasero pertanto alla storia per le arti, per le scienze, per le leggi e per l'alto tenore di vita.
La Puglia dei Greci.
L'egemonia della cultura greca affondò le sue radici in modo particolare nella Puglia, cioè in quell'area che va dallo sperone del Gargano fino all'estrema punta dell'attuale Santa Maria di Leuca. Ovviamente Palagiano non fu un'eccezione.
I Coni.
Si rileva intanto che i primi a distinguersi fra i Peucezi furono i Coni o Caoni. Costoro dalla parte della Dalmazia, molto verosimilmente dall'Epiro, calarono ad occidente di Taranto fino alla Siritide, nel periodo antecedente la venuta degli Japigi. (Cfr, E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, Napoli, 1976, pag. 40; E. Pais, Storia della Sicilia e della Magna Grecia, Bologna, 1967, pag. 25).Questa tesi, del Ciaceri e del Pais, è anche condivisa dal Lenormant. Quest'ultimo asserisce testualmente che nella zona fra Taranto e Metaponto, nella pianura lambita dal mare, fiorì la presenza dei Cramoni, ramo particolare dei Coni, apparso nella più antica storia di quelle contrade. (Cfr. F. Lenormant, La Grande Gréce, paris, 1881, pagg. 1 e 2).Li invitava l'aspetto del paesaggio, la natura della vegetazione, l'intensità della luce, elementi lasciati nella penisola greca. Così quei disperati viaggiatori d'oltre Adriatico, partiti per ignota destinazione da una terra che prospettava penosi futuri, arrivando nell'arco jonico, si rallegravano col credersi di nuovo come nel loro paese e affrontavano ogni probabile difficoltà del suolo ospitale con passione e con sacrificio.
Il popolo iapigio.
In seguito le presenze delle popolazioni nell'Italia Meridionale si confusero e si accavallarono, tanto da far scomparire alcune entità demiche.Così si rilevò che incominciarono anche a vedersi masse di genti venute da altre zone della sponda adriatica. Allora si disse che la Puglia passava a vivere fra diverse stirpi di quelle parti. Ci furono i Dauni a Nord, i Peucezi al Centro e i Messapi nel Salento.Ma bisogna pur dire che costoro si rifacevano ad un unico popolo, quello iapigio, originario dell'Illiria o meglio dell'Immiris.Dunque fino al nono secolo avanti Cristo la zona di Taranto, come scrive il Lenormant (cfr. F. Lenormant, op. cit., pag. 21), apparteneva alla sopraddetta razza, la iapigia, che con autorità dominava in tutta la Puglia.Poi arrivarono i Greci del Peloponneso. Questi nuovi immigrati, in modo più appariscente degli altri, forse favoriti da elementi di progresso, riuscirono ad insinuarsi fra le varie etnie dimoranti dell'Italia Meridionale, spingendoli, quando non li potevano sopraffare o assorbire, nelle boscaglie delle alture, poco adatte alle attività agricole. Nella Puglia, quindi, ci fu un arretramento, difensivo e riluttante, dei naturali verso i colli dell'arida Murgia.
Verso il Mille prima dell'Era Volgare.
Dei fatti accaduti nello svolgersi gli anni più remoti dell'ultimo millennio avanti Cristo si pregiarono le leggende. Comunque da queste narrazioni si può stillare qualcosa di vero per le pagine della storia, in quanto quasi sempre il mito appare intessuto con fatti reali.Per Taranto, e quando diciamo Taranto intendiamo dire anche le terre circostanti per una profondità che tocca la modestia delle vicine alture e uno spazio abbastanza vasto di litorale sia ad oriente che ad occidente della città, si parlò di Taras e di Fàlanto, personaggi rivestiti di virtù favolose più che di semplicità umana.Emerge pertanto che una cultura tarantina esisteva già molti secoli prima della fondazione di Roma (21 aprile del 753 avanti Cristo), e che l'usuale collocazione fra il 705 e il 707 avanti l'Era Volgare voluta da molti storiografi di memorie tarantine dev'essere accettato solo come l'inizio di un'egemonia eclatante, quale fu quella di Fàlanto.Ma, per amor di divulgazione, esaminiamo per sommi capi alcune tradizioni locali, le quali fanno presumere che le terre toccate da questi miti non erano degli orti vuoti e in attesa di popolamento, se già entravano nelle favole, nelle fantasie e nei racconti dei navigatori, nelle citazioni correnti in quell'epoca.
Taras.
Proprio per quanto premesso, dunque, l'arrivo dell'eponimo Taras, mitico e storico, a capo di una flotta di Cretesi sull'arco dello Jonio, nei pressi della foce di un rivo, è possibile che sia avvenuta storicamente. Si narra quindi che mentre questo condottiero faceva sacrifici al suo genitore, il dio Nettuno, che l'aveva protetto dalle insidie del mare e che gli aveva concesso un felice esito nel viaggio fino a raggiungere un suolo adatto per la costruzione di una nuova città, scorse un delfino saltare sulle onde. La comparsa di quest'animale gli sembrò di buon auspicio e passò quindi ad edificare una borgata a cui diede il suo nome: Taras. Doveva correre in quel tempo, secondo il computo del Timoteo, mitografo del 4° secolo a.C., l'anno 2019 avanti l'Era Volgare, ossia il periodo del 12° secolo prima della fondazione di Roma.Presso quel piccolo fiume, durante una ricorrenza, Taras e la sua gente compivano un sacrificio al padre Nettuno. Ad un certo momento Taras scivolò nell'acqua e fu trascinato dalla corrente senza possibilità di salvamento.Anzi non riaffiorò più il suo corpo, tanto è vero che i Tarantini pensarono che egli fosse stato preso da suo padre Nettuno e portato in cielo, fra gli eroi.
Coniazioni con la figura di Taras.
Nelle monete antiche di Taranto, a testimonianza di questa leggenda si coniarono dei nummi e delle medaglie con la figurazione di un giovane con la lunga chioma e con la scritta del suo nome, Taras. Questi stringe nella mano sinistra un tridente, simbolo del dio del mare, di Nettuno, e nella destra un vaso da sacrificio, alludente di certo alle sacre libazioni che compiva nel momento della sua scomparsa. Infatti, nudo, l’eroe eponimo è posto a cavalcioni di un delfino, in una sintesi simbologica del dominio terrestre e marittimo. Alcune di queste coniazioni d’argento, dette monete pirriche, oltre che a Taranto sono state trovate nel territorio di Mottola, di Massafra e di Palagiano.
Cozzo Marziotta.
A questo punto non sappiamo quanta relazione possa sussistere fra i contenuti di questo racconto che delinea la figura dell'eroe di Taranto e l'insediamento di Cozzo Marziotta, ascritto già al secondo millennio avanti Cristo (cfr. B. Fedele, L'insediamento subappenninico di Cozzo Marziotta, Bari, 1979, pag. 6).Dal saggio di scavo eseguito nella contrada, dice lo studioso B. Fedele, è certo che l'insediamento di Cozzo Marziotta si inserisce in un contesto di età preclassica dislocato a Nord, a Nord-Est e a Nord-Ovest, i cui orizzonti culturali rappresentano i capisaldi delle paleoculture apulo-materane.E se la nostra precisazione non è futile, vorremmo aggiungere che per strutture subappenniniche, come quelle rinvenute a Palagiano, s'intendono quelle fortificazioni di villaggi capannicoli fatte con robuste mura, isodome e senza malta, e catalogate ad un periodo compreso almeno fra il 13° e il 10° secolo avanti Cristo; per Civiltà Appenninica, invece, s'intende un arco di tempo precedente limitato fra il 1700 e il 1300 innanzi l'Era Volgare, quando l'uomo preferisce ancora stanziamenti all'aperto, con capanne o con grotte, mediante un inurbanamente preferito sulle alture, meglio difensibili, dove si svolgeva una vita agricolo-pastorale o pure vicino al mare per una conduzione economica e marinara.Fatta questa premessa ci sembra opportuno accennare alla rilevante importanza dello studio effettuato sull'antico abitato e sui numerosi reperti di Cozzo Marziotta. Detto sito, sia pure dominato da una modesta collina, alta appena 18 metri sul livello del mare, in tempi remoti offriva meravigliose possibilità difensive. Di più congeniale non le poteva mancare anche una parete a strapiombo sul lambente fiume Lenne.Dall'esame geologico e sedimentologico in questa località si ricavano sicuri elementi della cultura materiale delle genti a partire dal Neolitico con frequentazione prevalente di gruppi di pastori, agricoltori, allevatori.Più chiaramente possiamo dire che fra i vari strati presi in considerazione è stata rinvenuta una grande quantità di cocciame misto con grumi di argilla di tipologia appenninica, subappenninica e protovillanoviano (ossia Età del Ferro, intorno al 1000 a.C.), come di frammenti vascolari in argilla monocroma rossa e anche depurata, resti di fittili a superficie levigata e a superficie decorata, olle di varie dimensioni, olle con pareti situliformi dalla sagoma a forma convessa o troncoconica con fondo piatto per uso di cucina, anse di ogni tipo e con prevalenza di quelle a nastro con piega a gomito e di quelle a piastra asciforme, argilla lavorata a bottiglia, ciotole e ciotoline emisferiche, coperchi di bollitoi da latte, prese cilindriche e prese a linguette, punteruoli e aghi e pugnali, una cuspide di freccia provvista di alette e di codolo in selce bionda con ritocco totale, una testa di mazza sferico-schiacciata, una notevole quantità di materiale osteologico lavorato e uno strumentano siliceo costituito da scheggiame atipico.Tenendo dunque conto di questo conforto archeologico, possiamo dire che la nostra opinione sull'insediamento umano di Cozzo Marziotta è favorevole ad un inserimento nei fatti più antichi di queste contrade e in particolare di Taranto, che se ne assume l'onere essenziale, anche con le leggende.
I Messapi.
Ancora fatti precedenti almeno 300 anni la Guerra di Troia, che avvenne verso il 13° secolo dell'Era Volgare, cioè prima e non dopo il 1500 avanti Cristo, ci invitano alla favola dei Messapi e di Arione. Ovviamente anche questa volta il racconto poggia su dati concreti e per meglio specificare su un centro demico realmente esistente e noto, su Taranto.Si narra che in quel tempo colonie di Cretesi, guidati da Minosse, approdarono in Sicilia. Ma di lì, morto il condottiero, gli stessi Greci di Creta pensarono di andare via in cerca di una nuova regione. Messisi in mare capitarono sulle coste della Japigia, dove credettero opportuno rimanere. Si misero subito a costruire villaggi e vi incisero il nome «Messapion», o nomi con esso strettamente imparentati a località, a monti e a fiumi della loro patria (Cfr. E. Bérard, op. cit., pag. 414) lasciata, nella terra che andavano abitando.L'inserimento di questi coloni sul nuovo suolo della Puglia non fu pacifico, perché essi dovettero sostenere parecchi scontri con gli abitanti delle aree toccate, e soprattutto con i Tarantini.Questo nostro passo indietro nella storia della penisola salentina, per il contenuto dato già alle nostre pagine, non è dovuto alla scarsa conoscenza della progressione delle vicende che si sono susseguite, ma l'abbiamo fatto volutamente perché ci torna utile per capire meglio la leggenda che stiamo per narrare e la situazione, terribilmente vera, in cui versava Taranto ancora molti secoli dopo l'approdo dei Messapi, nell'interminabile contesa per il dominio locale.Eccoci dunque ad Arione.Ma il citarista Arione che valore ha in questa lunga guerra fra Tarantini e Messapi?Fu un condottiero? Un politico scaltro?Niente di tutto questo. Egli fu un eccellente musico, e nella battaglia secolare fra i Tarantini e i Messapi si pone come indice della bonaria e attesa relazione fra le genti, come un cantore della pace.Arione ebbe l'idea dell'utile convivenza fra le due etnie e si prodigò moltissimo con le sue capacità alla fusione fra i Cretesi e i Tarantini, fino a convincerli a coabitare insieme in Taranto. (Cfr. A. Martini, Breve storia di Taranto, Grafischena, Fasano, 1960, pag. 10).
Arione.
Si dice che Arione, poeta del 7° secolo avanti Cristo, era nativo di Lesbo. Nell'espletamento della sua arte girò molto per la Grecia e per le sue colonie. Visse a lungo in Sicilia, ma predilesse Taranto.Proprio da questa città, avendo accumulato ingenti ricchezze con il suo canto, pensava di passare a Corinto. Di poi, collocando la sua fiducia solo su marinai corinzi, fece da essi allestire una nave. Però, quando furono in alto mare, i Corinzi progettarono di togliere di mezzo Arione per impadronirsi del suo tesoro. Il citarista, vistosi perduto, pregò loro di suonare per l'ultima volta la sua arpa e di intonare un canto. La ciurma acconsentì e il musico, postosi sul cassero, fece sentire le melodie dell'aria di Ortio. Indi, senza esitazione, si gettò nel mare così com'era vestito, tenendosi fra le mani la cara cetra. Dalle onde venne fuori un delfino, che era accorso all'intonazione di quella dolcissima musica, e si caricò sulle spalle l'aedo, conducendolo al Capo Tenaro; mentre la nave continuò per Corinto. Di lì a poco anche Arione giunse a Corinto, dove raccontò l'accaduto all'amico Periandro che reggeva quella città.Allora Periandro fece chiamare tutti i marinai e chiese loro notizie dell'amico Arione. Quelli asserirono di averlo lasciato in Italia a raccogliere trionfi.Venuto in vista il musico, i cattivi navigatori furono severamente puniti.
Confini e confinanti.
Ma se Arione contribuì ad una certa convivenza fra Tarantini e Messapi, proprio il prestigio di questi ultimi, i Messapi, nella penisola salentina e quello dei Peucezi sull'entroterra, anche rinforzato dai Lucani ad occidente, rimasero a frenare tenacemente l'espansione di Taranto fino al 45 o al 47 prima della fondazione di Roma, ossia verso il 707 avanti Cristo. Sicché per terre tarantine fino a quel tempo dobbiamo intendere le contrade comprese in un arco di non più di 50 chilometri, in un limite fra oriente ed occidente della città bimare, concretizzabile sul territorio attuale dalla linea di Lizzano a quella di Ginosa.E sull'altura oltre Palagiano, l'antica Mottola fu fino al 7° secolo avanti l'Era Volgare un punto di vedetta e di difesa, un riferimento e un limite alle mire dell'espansione tarantina.A richiamarci a questa situazione incresciosa di Taranto oggi rimane il modesto toponimo di una contrada confinante e di una gravina, la cui dizione in dialetto suona come «Chèp d' jav't».Tale termine «javito», che pure fa intendere «iavitare» o «abitare» nel linguaggio di tutto il Meridione, ha messo in confusione le idee di tutti gli studiosi di memorie patrie, tanto da non trovare interesse nell'espressione. Ma l'esatta intrepretazione del termine potrebbe meglio indurci a credere in una distorsione di «Jàpides», ricavato da «Japudes». Così «Chèp' d' jav't» deriverebbe da «kabbas japudes», «terra di Giapudi» o «Capo di Giapudi», limite sempre fra le alture interne e il declivio sulla pianura jonica o tarantina, in età remota similmente detto «Capo Japigio» o «Confine Japigio», oltre il quale per lungo periodo i più arditi di Taranto si spinsero per fare razzia nelle disperate necessità.Le pagine di alcune ricerche di storiografi tentano di identificare tale frontiera e la materializzano in modo grossolano nella linea che va da Ginosa ad Ostuni, senza localizzare minimamente i punti intermedi, per i quali l'angolo del territorio di Mottola potrebbe rivelarsi di grandissimo interesse.
La maga delfica.Alcuni piccoli villaggi d'intorno a Taranto non seppero evidenziarsi nell'antichità attraverso una propria cronaca, anche se, come abbiamo già detto, s'arrangiavano egregiamente nelle usuali attività richieste dall'ambiente e dalla cultura in quei lontani tempi: la grande città con la sua importanza li offuscava,E’ il caso di Palagiano che a Cozzo Marziotta, in particolare, trova la sua più salda testimonianza.Allora, per non credere questi piccoli ambienti periferici avvolti nel buio di quel lungo e difficile passato, ci sembra piacevole credere l'insediamento rurale come partecipe della vita della cittadina più nota, Taranto, e usufruire da essa alcune deduzioni essenziali per la propria storia.Ci troviamo a questo punto intenzionati a narrare la favola della maga delfica, collocata nell'8° secolo avanti Cristo. I contenuti di quest'episodio mettono in evidenza che nel centro si aveva notizia e considerazione delle attività degli abitanti dei villaggi vicini, che in realtà la pianura jonica era demizzata e che fra le due parti vigeva un utile rapporto.Or dunque, si dice che quando a Roma dominava Romolo, nelle campagne intorno a Taranto, in una grotta, viveva una veggente molto famosa per i suoi vaticinii.Era la Maga delfica. Costei, invitata proprio da Romolo a recarsi a Roma per fargli conoscere il futuro della città capitolina, non aderì.Anzi chiamò lui a Taranto. Non potendo fare ciò, Romolo chiese almeno un messaggio scritto.La donna, per accontentarlo, prese una corteccia di un albero e v'incise sopra le seguenti lettere:R.R.R.T.S.D.D.R.R.R.F.F.F.F.Indi spedì il testo, aggiungendo di farlo interpretare.Romolo allora consultò alla Sibilla Eritrea che così tradusse:Regnante Romolo Roma Triunphante Sibilla Delfica Dixit Regnum Romae Ruere Flamma Flumine Fame Frigore.La versione italiana potrebbe essere:Durante il regno di Romolo in Roma trionfante la Sibilla Delfica ha detto che il Regno di Roma andrà in rovina per il fuoco, per l'acqua, per la fame e per il freddo.Secondo Ambrogio Merodio con detta frase la veggente tarantina allude alla grandezza di Roma, alla distruzione dei suoi nemici, alla caduta dell'Impero e alla conseguente rovina dell'Italia.
Fàlanto.
Siamo ancora nello stesso periodo dell'oracolo di Delfo, quando emerge la figura di Fàlanto.Questo condottiero doveva dominare la città di Saturo e il ricco popolo di Taranto, quando a ciel sereno sarebbe caduta un'abbondante pioggia.Fàlanto s'imbarcò alla ventura guidando il gruppo dei ribelli Partenii. Giunto sulle coste della Messapia affrontò le ostilità degli abitanti locali. Passarono diversi anni, ma le promesse dell'oracolo non si avveravano.Ecco che un giorno stanco s'addormentò, con il capo appoggiato sulle ginocchia della consorte Etra. Costei, dispiaciuta per la sorte del marito, si mise a piangere fino a far cadere le lacrime sulla testa di lui. L'eroe, allora, si destò e, interpretando come effettuatosi il presagio di Delfo, attaccò Saturo. Ebbe la vittoria. Correva il 707 avanti Cristo.Non avendo altra possibilità, indigeni e Cretesi, ossia Pelasgi, ed altri della città conquistata, come gli Arii, si sottomisero al governo di Fàlanto.Ma solo questo porto conquistarono i Partenii?La leggenda, abbastanza storica, vuole che già buona parte dei caseggiati ad oriente di Mar Piccolo, tenuti dai Messapi, siano stati sopraffatti infine dagli uomini di Fàlanto. Poi ci fu il passaggio dei Partenii sull'altra parte del seno tarantino, sul litorale occidentale dello Jonio.Nel 706 avanti Cristo, infatti, s'iniziò a rendere eseguibile per la popolazione di Saturo il programma di un governo aristocratico allo stesso modo di quello di Sparta, patria di Fàlanto, con la progettazione di una grandiosa città che doveva assorbire tante genti dei piccoli villaggi vicini e già indeboliti dalle imprese dei Partenii.
Fine di Cozzo Marziotta e del porto di Lenne.
In quel tempo, crediamo, finì la vita nella borgata di Cozzo Marziotta e sulla foce del fiume Lenne. Questa località di Palagiano, per essere troppo vicina alla nascente Taranto, non poteva essere risparmiata dai fuoriusciti di Sparta, dai Partenii uniti ad altri locali dei Cretesi, ossia dei Pelasgi.I reperti archeologici fanno capire che su Cozzo Marziotta si cancellarono verso questo periodo le ultime presenze di gente capannicola dedita soprattutto alle attività semplici dell'agricoltura e della pastorizia. Per conseguenza sul vicino Lenne, dove resistevano in agonia larvali industrie di ancoraggio, e quindi di una vita per il mare, seguì lo spopolamento.E, caso incredibile quasi, da tempo remoto, proprio per il terminale del Lenne da quelli di Palagiano si dà il nome di «Porto». Una certa conferma della fondatezza di questo termine per il luogo venne involontariamente dall'operato di un cittadino di Palagiano, un tale Di Roma, Questi facendo effettuare lo scavo di alcuni pozzi presso l'ultimo tratto del Lenne, ad inaspettata profondità vi trovò pezzi fatiscenti di remi e di antiche imbarcazioni.Certamente l'edificazione di una nuova città, che poteva offrire lavoro meno pesante di quello agricolo-pastorale nelle borgate, che apriva le porte ad un commercio più profondo, che abbagliava per la sua grandezza, attirò molte genti dalle terre contermini. Fu quasi una fuga da un ambiente arretrato e campagnolo ad uno spazio emancipato e cittadino. Il clima benigno, il mare pescoso, la posizione fortunata intorno ad un'invidiabile insenatura, la favolosa facilità dei guadagni chiamarono tanti immigrati persino dalla Laconia. Si mischiarono i linguaggi. Tanto è vero che nel dialetto di Taranto correvano termini dorici con sporadiche presenze di altri predorici. E Solino (cfr. Solino, 2°, 10), proprio prendendo in esame il parlato, affermava che Taranto ed Eraclea erano state colonizzate dagli Eraclidi, genti che cacciarono le popolazioni predoriche della Laconia, gli Achei, sulle coste meridionali del golfo di Corinto. (Cfr. J. Bèrard, op. cit., pagg. 156, 165).1. Studi recenti vogliono che per Pelasgi s'intendano gli antichi abitanti di una regione della Tessaglia, il cui nome fu sostituito da quello dei Tessali. Cfr. Dizionario Enciclopedico Treccani, Roma 1970, pag. 176, voce “Pelasgi”.
Ai tempi di Falanto.
Taranto s'ingrandisce, si popola, si abbellisce di giorno in giorno sempre più.Ma se tanti coloni d'oltre Adriatico e tanti indigeni dei villaggi contermini cercarono un appoggio nella meravigliosa Taranto, capitò pure che tanti altri coloni venuti dalla Grecia non si fermarono in città e, per il tipo di lavoro che sapevano svolgere, preferirono stabilirsi nella campagna jonica. Sicché le contrade tarantine, proprio quando stavano per cadere nella desolazione per la fuga degli abitanti verso il centro, tornarono a popolarsi con i forestieri.Scrive Nicola Popolizio (Cfr. N. Popolizio, Accadde in Puglia, Adda, Bari, 1978, pag. 38): «È noto che lo sviluppo di questa civiltà forestiera si ebbe in danno dei popoli preesistenti alla colonizzazione greca, ai quali i nuovi venuti guastarono sinanche le costumanze e l'arte; ma è da pensare che gli abitanti della Japigia non se ne adontarono - a parte qualche guerra - visto che il beneficio che gli stessi ricavarono dalla trasformazione, o meglio, dalla fusione con i Greci, fu quanto mai straordinario. Oltre quindi all'incentivazione di commerci e di produzioni artistiche raffinate e di edificazioni di città con criteri decorosi...».Si dice che Taranto in pochi decenni raggiunse il numero favoloso di centomila abitanti.
Pasquale Lentini. in "Tasselli di storia palagianese".