
“Poiché sono stato chiamato in causa, sento il dovere di intervenire. Innanzitutto mi complimento con il prof. Caprara per l’abilità con la quale ha costruito questa teoria, secondo la quale Palagiano sarebbe sorta a Parete Pinto, dove ci sarebbe stato un presunto fundus Pelagiani, latifondo che gli abitanti avrebbero abbandonato a causa della crisi del III secolo e dell’impaludamento della zona, per trasferirsi nell’attuale Palagianello, dove avrebbero fondato Palagiano (vecchio); poi, gli abitanti avrebbero abbandonato Palagiano vecchio e sarebbero scesi nella pianura dove avrebbero fondato la nuova Palagiano nel sito dove oggi si trova.
Ciò si sarebbe verificato, secondo una precedente tesi nel XVI o XIV secolo, adesso invece nel XII o XIII secolo. Il prof. Caprara basa questa sua teoria su due documenti per lui incontestabili e incontrovertibili. Ovviamente non è questa la sede per un’analisi approfondita dei vari punti di essa, cosa che mi riprometto di fare al più presto in altra sede; quindi mi limiterò solo ad alcune considerazioni.
Esaminiamo, dunque, i due documenti invocati dal relatore a sostegno della sua tesi.
Il primo è costituito dalle due righe mostrate sullo schermo che suonano più o meno così: « …se pone come lo casali che al presente si chiama Paliscianello antiquo se domandava Palisciano Vecchio come consta a quilli ne hanno notizia». Se la memoria non mi inganna, detta dicitura fu pubblicata nel 1994 dal compianto Roberto Palmisano nel suo libro Palagianello. Le Origini – Il feudo proprio per dimostrare l’assunto del Caprara. Essa era contenuta nella minuta di una memoria difensiva del 1548 dell’avvocato che difendeva l’abbazia di Cava dei Tirreni nella causa tra la medesima ed il feudatario di Palagianello Tiberio Domini Roberti. L’autore, per evitare contestazioni del tipo di quella che espliciterò adesso, si guardò bene dal pubblicare tutto il documento o almeno la pagina che riportava la dicitura, ma anzi fece in modo di restringere il più possibile l’inquadratura della foto. Tutto ciò per evitare che si potesse vedere chiaramente che quella parte della memoria era depennata, cioè cancellata. Ma nonostante queste accortezze le cancellazioni effettuate dallo stesso procuratore dell’abbazia sono ancora visibili. Che cosa era accaduto? Perché l’annotazione era stata cancellata? Sicuramente perché lo stesso procuratore dell’abbazia di Cava, essendosi accorto di aver scritto una cosa inesatta, peraltro di una certa importanza ai fini della causa, si affrettò a cancellarla.
Questo, quindi, sarebbe il primo documento incontestabile e incontrovertibile per il Caprara. Per me non lo è affatto, esso, anzi, potrebbe dimostrare il contrario della sua teoria.
Esaminiamo ora il secondo documento. Si tratta di un atto del 28 giugno 1583, rinvenuto da Giulio Mastrangelo nell’Archivio Capitolare di Massafra, carte varie, vol. II. cc. 17 ss., col quale Papa Gregorio XIII, su istanza del Capitolo e Clero di Massafra, dispone l’unione, l’annessione e l’incorporazione di vari benefici semplici e di legati pii relativi a varie chiese tra cui quella di S. Donato a favore della mensa capitolare.
In questo atto si parla della Ecclesia S.ti Donati quae est extra moenia terre paligiani in casali veteris. Questa chiesa, già esistente nel 1324, fu edificata dal fu don Donato, arciprete greco del casale di Palagiano. Dal fatto che la chiesa risulta essere stata costruita da un arciprete greco e che essa era ubicata extra moenia terre paligiani in casali veteris, il prof. Caprara deduce che la chiesa si trovava a Palagianello.
L’avv. Mastrangelo, che è uno studioso del diritto longobardo, nel suo intervento, ha parlato del primo notaio di Palagiano tale Domenico Carano e di alcuni suoi atti notarili nei quali si trovano termini che richiamano usanze e leggi longobarde. Proprio a proposito di questo notaio, vi informo che in uno dei suoi atti, egli, descrivendo l’ubicazione di una casa a cannizzo sita in Palagiano, dice che questa confinava da un lato con la chiesa di S. Donato.
Se ciò è vero, vuol dire che la chiesa di S. Donato è sempre stata ubicata, dal 1324 fino al 1790 sempre nello stesso comune, cioè nell’attuale abitato di Palagiano; altrimenti si dovrebbe sostenere che anche la Palagiano del 1790 ed il suo notaio si trovavano a Palagianello. Ma questa ipotesi è assolutamente fuori da ogni realtà.
Ecco, quindi che anche l’interpretazione di questo secondo documento, invocato a sostegno della sua teoria, lungi dall’essere incontrovertibile e incontestabile, è smentita dai fatti, non solo, ma depone anzi a favore della tesi contraria.
In ogni caso, il prof. Caprara nel suo libro del 2000 su Società ed economia nei villaggi rupestri…. sosteneva che la nuova Palagiano era sorta nel XVI secolo mentre oggi la fa risalire alla fine del XII secolo. Quindi un primo risultato lo abbiamo raggiunto: abbiamo recuperato quattrocento anni di storia!
Per quanto riguarda Parete Pinto, poi, il prof. Caprara forse non ha letto un mio saggio pubblicato su Cenacolo, mi pare dell’anno 2003, in cui dopo aver preso in esame tutte le ipotesi avanzate su quella struttura ho dimostrato che nessuna di esse era esatta, ivi compresa la sua secondo la quale Parete Pinto era il recinto di una villa romana. Adesso il prof. Caprara sembra abbia optato per la tesi della Soprintendenza Archeologica di Taranto che la ritiene un recinto per ovini. Purtroppo, però, anche quest’ultima, è smentita dalla logica e dai fatti. Infatti, se si osserva bene la struttura, si vede chiaramente che essa era ed è interrata ad una profondità di oltre 2 metri; inoltre, è risaputo che il peggior nemico degli animali è l’umidità, umidità che sarebbe stata pressoché costante in quella struttura interrata, sia a causa delle piogge e sia a causa dei liquami prodotti dagli stessi animali. Questi, pertanto, non avrebbero potuto vivere in un posto come quello dove l’umidità ne avrebbe causato la morte. Al contrario, gli ovili si costruivano nei posti più elevati, possibilmente in pendenza e con una pavimentazione di pietrame grezzo sistemato a graticcio per permettere ai liquami di defluire e penetrare nel terreno sottostante e, di conseguenza, tenere gli animali all’asciutto.
Parete Pinto, invece, non era altro che una semplicissima vasca per la raccolta delle acque piovane che scendevano da Mottola, una delle tante piscine che i Romani costruivano, lo dimostrano, fra l’altro, le tre aperture in coccio pesto che sono in pendenza dall’esterno verso l’interno. Per rendersene conto basta mettersi al centro della struttura. Subito ci si accorge, infatti, che essa si trova nel punto più basso rispetto al terreno circostante che è ad un livello più alto”.
Caprara: “A chi e a che cosa serviva questa enorme quantità di acqua?”.
Carucci: “Allo stato della ricerca non è possibile dare una risposta certa ed esauriente a questa domanda, ma si possono fare alcune ipotesi.
Non bisogna dimenticare che a Palagiano c’era una stazione militare dell’Appia Antica. Di qui passavano le legioni romane che si recavano o tornavano dall’Oriente e ogni legione contava alcune migliaia di soldati che qui si fermavano per ristorarsi.
La stazione che si trovava a Palagiano era quella che nell’Itinerarium Antonini è chiamata Statio Ad Canales la cui distanza da Taranto era di XX m. p. (miglia), pari a poco meno di 30 chilometri. Anche l’alluvione del 2003 ha messo in evidenza questa realtà. Tuttavia non c’è uniformità di vedute sulla ubicazione di questa stazione perché la distanza da Taranto, percorrendo il tracciato ipotizzato dal Lugli, è di circa 21 chilometri, 9 in meno rispetto ai 30 riportati dall’ Itinerarium Antonini. Pertanto, io per verificare le distanze tra le varie stationes, ho ripercorso la via Appia Antica da Venosa a Taranto e ne ho rinvenuto l’intero tracciato. Il tratto che andava da Tarentum a Canales, in realtà non è quello ipotizzato dal Lugli e condiviso da tanti altri storici. Infatti se si contestualizza la costruzione di questo tratto bisogna risalire al II secolo a.C., quando a Taranto non esisteva alcun ponte, né quello dell’attuale Porta Napoli né quello di Punta Penna-Pizzone. L’antica Appia, quindi, usciva da Taranto dalla Porta Temenide, passava davanti al taphos di Apollo Jakintos, girava intorno al Mar Piccolo venendo verso occidente, giungeva alla gravina Gennarini che attraversava da un guado che si trovava nel punto in cui poi i Romani costruirono un ponte in muratura, i cui resti sono ancora visibili, e percorreva la via a qualche decina di metri a monte rispetto all’attuale S.S. 7 raggiungendo Massafra. Qui seguiva il tracciato dell’attuale via Laliscia e si immetteva nella cosiddetta via Consolare o del Procaccia, anche questa parallela alla S.S. 7, che passava nei pressi della stazione ferroviaria Palagiano-Mottola, proseguiva a sud della ferrovia fino alla masseria Savagnano, dopo la quale a poca distanza da essa girava a 90 gradi a sinistra e si immetteva nella strada antica che da Mottola scendeva in direzione esatta nord-sud a Palagiano. Qui passava pressappoco da via Le Mura, via che costeggia il castello, e percorreva via Pagano; poi girava a destra ad angolo retto e si immetteva nell’attuale via De Gasperi da dove proseguiva fino a Venosa. La distanza tra Tarentum e Canales attraverso questa via è di 30 chilometri circa, la distanza esatta riportata nell’Itinerarium Antonini.
Cade, quindi, anche a questo proposito l’ipotesi della fantomatica villa romana di un tal Pelagius, peraltro mai documentato, e del presunto fundus Pelagiani.
E se vi dicessi che esiste anche un documento del 1050 circa che parla di Palagiano e Palagianello?
In riferimento, infine, al reperto del presunto relitto rinvenuto tra Chiatona e Venti, io sono dell’avviso che esso è solo lo scheletro di un bersaglio di legno che serviva per le esercitazioni della navi militari di stanza nel porto di Taranto.
Giovanni Carucci
Lettera aperta a Giovanni Carucci