Intervista a Peppino Marchione, comandante Associazione Vigilanza Campestre

Il 22 novembre del 1950, un gruppo di agricoltori si associò e assunse delle guardie giurate per la tutela dei propri beni mobili ed immobili, gettando il seme per la nascita dell’Associazione per la Vigilanza Campestre. E’ utile ricordare questo perché è la prova evidente che l’associazionismo premia sempre, ed è utile farlo notare ancora di più oggi, perché una delle ragioni per cui il settore agricolo è in crisi è dovuto al fatto che, mentre si registra una aggregazione della distribuzione, manca una aggregazione della produzione dei prodotti agricoli. E’ anche un esempio di come l’inventiva e la buona volontà possano creare occupazione, e sono questi due motivi, importanza dell’associazionismo e creazione di posti di lavoro, che ci hanno indotto ad intervistare il sig. Peppino Marchione, 43 anni, comandante della locale Associazione di Vigilanza Campestre dal 1982, associazione che occupa attualmente nove vigilanti, ed assicura il servizio di vigilanza in tutte le 24 ore.

Sign. Marchione, di cosa si occupa la sua Associazione?

L’associazione vanta quasi 1.300 soci, formati per il 70% da agricoltori e per il 30% da operai e liberi professionisti possessori di terreni agricoli. Dal febbraio 2004 ci occupiamo anche di vigilanza nel centro urbano. Siamo dipendenti di tutti i soci dell’associazione, ed il nostro lavoro riguarda la salvaguardia dei beni mobili ed immobili dei soci.

Ricorda i nomi dei vari presidenti che si sono succeduti alla guida dell’Associazione? 

Vituccio Ricci, Marco Stea, e tanti altri, tutte persone valide che hanno dato un forte contributo alla crescita dell’Associazione. In particolare vorrei ricordare Nino Ciriello che, nel 1982, cambiò strutturalmente e professionalmente la nostra Associazione, opera poi completata da Corrado Valente, attuale presidente.

La recente “Sagra delle Clementine” l’ha visto impegnato in prima fila nell’organizzazione: cosa ci vuol dire di questa esperienza? 

E’ stata una esperienza positiva e che rifarei, perché ho molto a cuore lo sviluppo del nostro territorio. Voglio però evidenziare che devo ringraziare anche altri componenti della mia Associazione, che non hanno fatto mancare il loro sostegno. Abbiamo impiegato quattro vigilanti per la salvaguardia notturna degli stands, per evitare furti ed atti vandalici, mentre nelle ore diurne, in collaborazione con la Polizia Municipale, abbiamo assicurato la viabilità e l’ordine pubblico.

Ci vuol raccontare il fatto più curioso o comico che le sia accaduto? 
Nel 1984 scoprimmo, con una vasta operazione a tappeto sul territorio ed un intenso lavoro di intelligence, che avevano rubato dei trattori e li avevano nascosti in grosse buche profonde sei metri. Questo per quanto riguarda il fatto curioso. Per il fatto più comico una volta arrestai una donna che stava rubando degli agrumi, e in presenza del magistrato mi chiamò  “ri…” per non aver ceduto alle lusinghe sessuali che mi fece, pur di evitare l’arresto. Permettimi però di aggiungere un episodio che mi commosse molto. Una volta scoprii un uomo che stava rubando fichi d’india, facendosi aiutare dal figlio, e ne aveva già riempito quattro cassette. Conoscevo lo stato di estrema  povertà di quest’uomo, e per non traumatizzare il bambino finsi di comprare i fichi d’india, e gli diedi realmente 20.000 lire. Inutile dire che le casse, con il loro contenuto, furono consegnate al proprietario del terreno. 


Qual è stato l’intervento più pericoloso da lei effettuato? 
Lo ricordo bene perché rischiai davvero molto. Nel tentativo di arrestare un ladro di appartamenti, mi aggrappai a lui mentre era al volante della sua auto, e fui trascinato per circa 30 metri, riportando ferite in varie parti del corpo. Era un periodo in cui 42 persone del barese compievano furti nella zona occidentale della Provincia, e furono tutti arrestati grazie alla capillare operazione dei carabinieri. 
Con chi è in contatto durante il servizio? 
Con tutte le nostre pattuglie e con la centrale operativa. 

Giuseppe Favale