Gianni Forte, segretario provinciale CGIL Taranto.
Quando è nato Gianni Forte, l’8 marzo del 1956 a Castellaneta, era in corso una fitta nevicata, e l’intero paese era ricoperto di neve ormai da giorni. Sembra quasi che fosse predestinato a diventare un sindacalista, visto che è nato in un giorno in cui si celebra una giornata di lotta per la conquista dei diritti sindacali.Diplomatosi geometra nel ’74, dopo qualche esame all’Università, inizia subito la sua militanza nella C.G.I.L., concorrendo alla costituzione del comitato per l’occupazione nel suo paese che, fra i suoi obiettivi, si prefiggeva la conquista di una legge che favorisse l’occupazione giovanile. E proprio nel 1977 fu varata la legge 285 che ancora oggi rappresenta l’unico vero intervento legislativo in grado di dare risultati concreti a coloro che sono in attesa di lavoro. Ad appena 21 anni era già a tempo pieno alla Federbraccianti, di cui è stato capolega, segretario di zona, segretario provinciale fino a quando, nel 1986, ne divenne segretario generale provinciale, incarico che conservò anche quando, nel 1987, nacque la FLAI dall’unificazione delle categorie dei braccianti e dei lavoratori delle industrie alimentari. Nel 1991 entrò a far parte della segreteria regionale della FLAI, di cui nel 1995 divenne segretario generale, fino a quando nel 2000 fu eletto segretario generale della CGIL jonica.Ho avuto più volte occasione di assistere ai suoi interventi, e mai ho sentito la necessità di “guardare l’orologio”, perché possiede grandi capacità oratorie, e nei suoi discorsi ama bandire la retorica ed espone il suo pensiero in modo chiaro, con lucide analisi, senza inutili giri di parole.Segretario, ha mai avuto problemi per il suo impegno nel sindacato? Quelli di chiunque faccia questo lavoro così particolare, che non va inteso come mestiere. 


Quali erano e quali sono i rapporti Sindacati-Partiti?  Nel passato erano certamente più organici, anche perché erano diversi i Partiti. Oggi c’è sicuramente maggiore autonomia. Quale era e quale è il grado di partecipazione dei lavoratori alle lotte sindacali? Il livello di partecipazione ha conosciuto nel corso della storia sindacale andamenti ciclici. Ci sono state crisi anche nel passato. Basti pensare a quello che accadde nelle campagne all’indomani della dichiarazione di incostituzionalità dell’imponibile di manodopera del dicembre ’59. La crisi occupazionale fu tale che le piazze si svuotarono di gente che preferì emigrare ed il movimento sindacale ne subì i contraccolpi. Se pensiamo ai momenti di mobilitazione che sono stati raggiunti nel biennio 2002-2003 per esempio si può senz’altro dire che si sono raggiunti picchi altissimi, la manifestazione del 23 marzo del 2002 indetta dalla CGIL a Roma ne è la prova più evidente. Tutto dipende dal grado di maturazione del disagio e dell’insofferenza da parte della gente.  Come è cambiata la figura del sindacalista rispetto agli anni ‘50? Negli anni ’50 occorreva la figura carismatica che con poche e semplici parole d’ordine riusciva a raccogliere così tanto consenso. Oggi invece il sindacalista deve possedere caratteristiche diverse, deve saper comprendere i processi in atto ed avere la capacità, non solo di mediare, ma di riuscire a trovare l’equilibrio giusto fra conflitto e compatibilità.  Come ritiene sia cambiata la reazione dei datori di lavoro verso coloro che militano attivamente nel sindacato? Non è cambiata di molto. Non esiste un padrone o un datore di lavoro come viene definito oggi che reagisca positivamente all’iscrizione al sindacato dei suoi dipendenti.   Ha notizie di particolari reazioni dei datori di lavoro del passato?I casi di discriminazione hanno fatto e continuano a fare la storia del sindacato.  Da foto dell’epoca, si nota che il grado di partecipazione dei braccianti agricoli alle lotte sindacali era molto alta. Vi è anche un dato che fa riflettere: altissima era la partecipazione delle donne, mentre ora si fa fatica a coinvolgerle  nelle lotte politiche e sindacali: a cosa crede sia dovuta questa involuzione? Non è vero. Io ho sempre ritenuto le donne più tenaci ed intraprendenti degli uomini nelle lotte sindacali. Il punto decisivo è saperle coinvolgere e motivarle.  Quale Partito ritiene sia oggi più vicino ai lavoratori? E’ una domanda a cui si può rispondere facendo appello allo spirito di appartenenza politica di ognuno. Da iscritto ai DS non saprei indicare un partito diverso.  Alcuni accusano i sindacati, in modo particolare la CGIL, di fare politica: ritiene fondata questa accusa? L’azione sindacale è di per sé politica. Il sindacato confederale italiano si è affermato sin dal piano del lavoro di Di Vittorio come un soggetto che sceglie di rappresentare gli interessi dei lavoratori dentro e fuori il posto di lavoro. Negli anni ’70 quest’azione si concretizzò con la conquista di importanti riforme sociali che determinarono un miglioramento della qualità della vita della gente, quello era senz’altro un modo di far politica, in funzione di interessi di parte, ma era politica. Quelli che oggi accusano il sindacato di far politica sono coloro che vogliono depotenziare quell’azione riformatrice e relegare il sindacato all’esercizio della propria rappresentanza sui luoghi di lavoro. Secondo lei, quale deve essere il grado di partecipazione dei sindacati alla vita politica? Il sindacato nella sua elaborazione e conseguente iniziativa deve conservare il suo livello di autonomia, anche se il sistema bipolare costringe comunque ad esprimersi sui programmi elettorali. Per esempio la CGIL non si sarebbe mai potuta trovare sulla stessa lunghezza d’onda del programma della Casa delle Libertà presentato nel 2001, perché si fondava sul pilastro della estrema flessibilità della forza lavoro che abbiamo continuato a combattere anche dopo le elezioni e nel momento in cui quei propositi sono diventati atti legislativi. Così come ritengo che il sindacalista in quanto cittadino e votante non può essere considerato come una persona che non debba avere le sue idee politiche o non possa essere iscritto ad un partito.  Da un punto di vista sindacale, ritiene sia diverso il comportamento degli industriali dagli imprenditori agricoli? Sono due mondi diversi, anche se non è difficile trovare delle affinità. Come vive i contrasti, su alcune decisioni, fra CGIL, CISL e UIL? Con lo spirito di chi ritiene sempre possibile ricucire. Sono più  impegnati sindacalmente gli operai o i braccianti agricoli? Oggi certamente i primi, ma per problemi oggettivi su cui ci sarebbe bisogno intrattenersi con analisi più approfondite. Cosa vuol dire oggi essere un bracciante? Quello che ha sempre significato. Vivere facendo affidamento sulla forza delle proprie braccia e senza la garanzia di stabilità. Mi riferisco al bracciante classico, se poi consideriamo quello che associa anche il lavoro in proprio magari sul proprio appezzamento di terreno allora è un’altra cosa. Secondo lei, cosa differisce il lavoro in fabbrica dal lavoro nei campi? Per come è cambiata l’agricoltura credo che ormai non ci siano molte differenze. Penso ai rischi per la salute e la sicurezza. Così come la maggiore instabilità, che si registra ormai anche nelle fabbriche, ha contribuito ad avvicinarne la condizione.  C’è stata una rivendicazione sindacale che lei, pur non condividendola, ha sostenuto? Nella vita di un sindacalista ce ne possono essere tanti momenti di questo tipo. Quelli che ho attraversato io diciamo che li ho già rimossi.  La FIOM è stata quella parte del sindacato che più ha avversato le modifiche all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori: come giudica il comportamento dei Partiti durante il referendum sull’art. 18? Quel referendum non fu voluto dalla CGIL perché lo riteneva lo strumento meno adeguato per risolvere in quel momento il problema della modifica dell’art. 18 posto dal governo; ma una volta indetto si è però battuta per il SI’ perché rappresentava un modo per sconfiggere il governo su quella linea. I 10 milioni di SI’ raccolti furono un segnale estremamente importante. Se i partiti, a partire da quelli del centro sinistra avessero mostrato maggiore determinazione forse avremmo raggiunto il quorum ed il Governo Berlusconi non starebbe ancora oggi ad insistere con l’emanazione della legge delega di modifica. Ricorda quali siano stati i dirigenti dei Partiti più vicini ai lavoratori nelle lotte sindacali? Nel passato i dirigenti del PCI erano tutti vicini alle lotte dei lavoratori. Quando non esisteva l’incompatibilità segretari come Di Vittorio erano anche parlamentari e dirigenti del partito. Con mio padre, ho partecipato ai funerali di Giuseppe Di Vittorio: cosa ci dice di questa figura leggendaria del sindacato? Sono quelle figure che lasciano il segno, che hanno avuto la capacità di muovere milioni di uomini e donne, ma sempre con grande senso dello Stato e che dovremmo avere il dovere di far conoscere ai giovani, anche perché è difficile che se ne possa parlare a scuola.    Che ricordo ha di Luciano Lama? Per uno della mia generazione rappresenta il segretario per eccellenza. Ricordo il momento del suo saluto alla CGIL nel 1986, ero lì che lo ascoltavo sulle gradinate dell’EUR e sentivo che da quel momento mi sarebbe mancato il punto di riferimento. Non riuscivo a vedere un altro segretario al suo posto. Non parliamo poi dell’emozione al suo funerale…  Quando va a votare, valuta il candidato anche per il suo eventuale impegno sindacale? Sì, anche. Il Governo sostiene che, essendo cambiato il mondo del lavoro, occorre modificare lo Statuto dei Lavoratori, una legge del 1970: è d’accordo? Assolutamente no. Cosa pensa della L. 30? Che andrebbe abrogata. Crede sia giusto che il Governo faccia parte dei tavoli negoziali, insieme ai Sindacati e alle Organizzazioni dei datori di lavoro? Il governo è responsabile del fallimento della concertazione ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Crede che CGIL-CISL-UIL debbano confrontarsi anche con i sindacati minori prima di decidere cosa sia più giusto o meno  fare per i lavoratori? Valgono le regole della rappresentanza. Se lei dovesse dire qualcosa agli industriali e agli imprenditori agricoli, cosa gli direbbe? Di recuperare competitività facendo leva sulla qualità delle produzioni, sull’innovazione, sulla ricerca e non sulle condizioni dei lavoratori che devono essere considerati una risorsa da valorizzare.  Meglio CGIL-CISL-UIL o un Sindacato unico dei lavoratori? L’unità rappresenta un valore di riferimento essenziale, ma non ritengo ci siano i termini per la costituzione di un sindacato unico. Quali sono i rapporti con i dirigenti della sua Organizzazione Sindacale? Ottimi, di fiducia e stima reciproca. Ha mai rimpianti per non aver fatto una determinata cosa? Più che rimpianti dubbi di non aver fatto tutto quanto necessario. Sono molto severo con me stesso.  Se non fosse iscritto alla CGIL, a quale Sindacato si iscriverebbe? Alla CGIL.  Cosa direbbe ad un lavoratore per convincerlo ad iscriversi ad un Sindacato? Che da solo il lavoratore è destinato a soccombere. Quali ritiene siano state, a livello nazionale, la più grande vittoria e la più grande sconfitta del Sindacato? Come vittoria la conquista dello Statuto dei Lavoratori. Prima di quella legge la “democrazia si fermava fuori dalla fabbrica” come diceva Di Vittorio. Per quanto riguarda le sconfitte, quella alla FIAT del 1980, segnò una svolta inequivocabile.  Quale è, per il Sindacato, il momento in cui bisogna rinunciare alla lotta dura ed accettare eventuali accordi? Quando ti rendi conto che tirando ancora alla lunga rischi di rimanere con un pugno di mosche in mano. Occorre sempre che i lavoratori si ritrovino nella possibilità di valutare che il proprio sacrificio sia servito a qualcosa, abbia prodotto dei risultati.   Gli industriali sostengono che più flessibilità = più occupazione: è d’accordo? Assolutamente no ed i fatti lo dimostrano. Se fosse vera questa equazione, al sud dove la flessibilità c’è sempre stata ci sarebbe più lavoro e purtroppo non è così.  Essere dirigente di Partito è cosa diversa dall’essere dirigente sindacale. Chiarito questo, secondo lei, chi di queste due figure può fare di più per i lavoratori? Sono due collocazioni diverse non paragonabili. C’è contrasto tra l’essere dirigente sindacale e dirigente di Partito? Credo proprio di sì, anche se, come ho già detto, ad un dirigente sindacale non può essere impedito l’impegno di militanza politica.  Ludovico Vico era il Segretario regionale della CGIL, ed è poi diventato Segretario provinciale dei D.S.: avrebbe fatto anche lei la stessa scelta, se richiesta? Oggi mi sento di rispondere di no.  Lei ha partecipato a numerose manifestazioni sindacali: qual’ è lo slogan che gli è rimasto più impresso? Di solito non sono molto appassionato agli slogan. Quale canzone lei canterebbe in una manifestazione sindacale? L’Inno dei Lavoratori. Come è nato il sindacato a Palagiano? Quali ostacoli ha incontrato la sua nascita? A Palagiano come in tanti altri Comuni del mezzogiorno furono i braccianti agricoli a costituire già dai primi anni del ‘900 le leghe di resistenza che rappresentavano il luogo in cui i lavoratori si ritrovavano per impostare in maniera collettiva le lotte per la riduzione dell’orario di lavoro, per il salario, per la ripartizione del lavoro e da qui si avviò quel percorso che assegnò al sindacato la gestione del collocamento che gli fu sottratto con un decreto del 1949.  Quali sono state le più grandi conquiste sindacali locali? Penso a quelle ottenute in alcune grandi aziende agricole con il passaggio a tempo indeterminato di alcuni operai e con il netto miglioramento delle condizioni di lavoro. Quali sono state le più grandi sconfitte sindacali locali? Il fallimento dell’AJPOA e la chiusura del Conservificio Conca d’oro. Entrambe le strutture, anche se con percorsi e dinamiche diverse, rappresentavano i presupposti perché si realizzasse quella integrazione fra le fasi della produzione, della commercializzazione e della trasformazione dei prodotti agricoli che purtroppo sul territorio continuiamo a perseguire invano. A Palagiano sembrava ad un certo punto si stesse per raggiungere questo obiettivo ambizioso, ma poi per una serie di ragioni e nonostante l’iniziativa del sindacato quel sogno fallì.   Fra i sindacalisti che Palagiano ha avuto, di chi ne conserva il maggior ricordo? Non c’è alcun dubbio che la figura di Rocco Favale rimane impressa nella memoria della gente come il sindacalista per antonomasia. Lui era il capo della lega più grande della provincia e non era un caso, era il frutto del suo lavoro largamente riconosciuto dai braccianti che lo stimavano come il loro dirigente. Personalmente lo ricordo con grande affetto. Quando io a poco più di vent’anni ero responsabile della zona, lui insieme ad altri dirigenti storici di altri comuni come Fraccascia a Laterza, Sponsale a Palagianello e Copertino a Massafra  rappresentavano per me dei punti di riferimento. Devo però riconoscere la loro piena  disponibilità ad operare in maniera collegiale. 

Giuseppe Favale