
Ritorniamo sul ritrovamento della necropoli sulla SS 106-Dir, poco oltre il km 3. Per permettere una indagine più estesa, con gli scavi si è andato poco oltre il tracciato della strada. Da testimonianze raccolte, pare poi che nella stessa zona fossero state già trovate altre tombe, due per l’esattezza, quando furono eseguiti scavi dal consorzio Stornara e Tara, per interrare tubazioni ad uso irriguo. Facciamo delle riflessioni.
Innazitutto, quasi tutti i ritrovamenti datano dal I al V secolo avanti Cristo, e riguardano tombe a fossa. A cominciare dal I secolo d.C., sembra che la popolazione abbia cominciato a godere della vita eterna. I ritrovamenti finora accertati avvolgono a cerchio l’attuale centro abitato. Dalla direzione Nord, abbiamo infatti testimonianze a S. Marco dei Lupini, Lamaderchia, Fontana del Fico, La Torrata, Savagnano, Difesella, Chiatone, Calzo, Cozzo Marziotta, Masseria Marziotta. Quelli più vicini al centro abitato riguardano il ponte di Lenne (tombe con corredi di manufatti di argilla, V secolo a.C. e insediamento medievale), e il Campo Sportivo (necropoli con 18 tombe, II secolo a.C.). Nessun riferimento, quindi, a testimonianze interne alla nostra cinta urbana. Possibile? Infatti così non è, anche perché il passaggio dall’epoca ellenistica alla romana non avvenne dall’alba al tramonto, ma attraverso secoli, per cui gli abitanti ne conservarono ancora a lungo usi e costumi. Basti sapere che, durante gli scavi che negli anni ’50 furono effettuati nella zona alle spalle dell’attuale Caserma dei Carabinieri e delle Case Popolari, per la costruzione del rione (interessate le vie Matteotti, dell’Aia e Fratelli Granata, procedendo verso quanto costruito sulla parallela est di via Piccinni), innumerevoli lastroni rettangolari erano sparsi sul terreno, con un numero impressionante di cocci di vaso, alcuni decorati e molto belli. Li si trovava dappertutto, come se fossero stati seminati dall’incuria dei tempi, o del Tempo.
La cosa non deve però meravigliare, se si pensa che ancora oggi, in alcune vie interne vicino la masseria di Savagnano, i bordi delle strade sono delimitati da grossi lastroni, la cui origine è evidente. In definitiva, mentre a.C. era bello morire, d.C. si apprezzò il bello vivere, vista la carenza di testimonianze di trapassati. Quello che manca è tutto il periodo che va dall’inizio della nuova era, ad almeno la fine del 1600 (consacrazione della Chiesa dell’Immacolata, avvenuta il 14 febbraio 1582) o del 1700 (costruzione della Chiesa dell’Annunziata). Una scrematura all’indietro forse la si potrebbe avere datando gli scheletri trovati nelle Chiese, e sarebbe così possibile ridurre l’arco temporale della mancanza di ritrovamenti. Quello che avvenne dopo è cosa nota. Contrariamente però a quanto si potrebbe immaginare, il decreto napoleonico del 12 giugno 1804, non arrivò del tutto inatteso, se consideriamo che l’abate Scipione Piattoli (1778) si dichiarava contrario all’uso e abuso di seppellire i morti nelle Chiese, sia perché pratica non in atto nei primi cristiani, sia per ragioni igieniche.
Ritorniamo ora al prima, che è l’argomento del nostro ragionamento, con una breve carrellata di quanto due storici locali, il prof. Giovanni Carucci e il prof. Pasquale Lentini, hanno scritto sull’argomento.
Giovanni Carucci. Come ho già detto, la prima presenza documentata dell'uomo nel territorio di Palagiano è quella individuata in prossimità dell'incrocio tra l'antica via Carmignani (la strada che porta all'attuale lido di Venti) e la litoranea ionica, la statale 106, sulla destra andando verso il mare, nello sperone di roccia che si incunea quasi perpendicolarmente nella lama e che è conosciuto con il nome di Cozzo Marziotta, dove anticamente, secondo il Casavola si trovava la foce del fiume Lenne. Nella zona furono trovate tracce di un villaggio di capannicoli. Senz'altro vi abitarono prima genti che, non sapendo praticare l'agricoltura, ignare dei segreti della seminagione, vissero degli spontanei frutti della terra, di pastorizia, di caccia e pesca. Non abbiamo invece elementi certi per stabilire il periodo intorno al quale è sorto l'attuale centro abitato di Palagiano. Penso che esso sia sorto come sintesi dei villaggi circostanti, la cui presenza è testimoniata dai reperti archeologici che continuamente vengono messi in luce, quando piccoli e grandi imprenditori agricoli eseguono lavori di scasso per le trasformazioni dei terreni. Le zone più ricche di necropoli, tombe singole e reperti che vanno dall'età del bronzo all'età magno-greca, consistenti per lo più in vasellame, utensili di osso e di bronzo, sono quelle ubicate nella fascia a Sud dell'attuale centro abitato e che più precisamente interessano le contrade di Marziotta, Conca d'oro, Conocchiella, Madonna di Lenne, Trovara, La Carvona, Galliano.
Pasquale Lentini. La distribuzione delle fosse tombali in diversi punti del territorio ci convince ad ammettere, sempre con crescente sicurezza, per Palagiano una società preminentemente dedita all'agricoltura e alla pastorizia, in quanto appoggiata a piccoli nuclei abitati, che dovevano avere press'a poco la struttura di un'attuale masseria. Quelle che erano quindi nella fase primitiva delle casupole sparse nell'ubertosa plaga palagianese incominciarono a darsi una certa fisionomia di aggregato urbano quando Taranto, anche se polo attrattivo di coloni, divenne un'area di ristrettezze e di competizioni di razza fra i suoi abitanti, troppo numerosi e troppo assiepati nel cerchio delle sue mura. E’ storicamente accertato che, costretti da queste ragioni, non pochi in quel tempo uscirono dalla città bimare in cerca di convenienti contrade, su cui piantare le dimore, indipendenti, autonome e protette dai propri penati. Ci fu quindi l'addensarsi del popolamento su tutta la pianura jonica, fra il mare e le alture, da Taranto fino a Metaponto. Allora, arrivando da Taranto altre genti e non trovando essi spazio e lavoro nelle campagne, si andarono ad unire ai pochi che erano là, nell'area in cui adesso si trova Palagiano.
Nella Storia finisce al 2° secolo avanti Cristo il periodo della Civiltà greca per Palagiano.
Risulta di interesse la considerazione dell'uso di seppellire i morti da parte dei Greci antichi per determinare quale specifica etnia occupò o vi abitò il territorio palagianese nel tempo meno conosciuto, prima dell'arrivo dei Romani. Dalle nostre osservazioni ricaviamo che debbano essere esclusi del tutto gli Spartani, anche se proprio questi ebbero più a lungo l'egemonia tarantina. Infatti costoro avevano il costume di inumare i defunti entro le mura della città. Gli Achei, invece, sotterravano i morti non solo fuori l'abitato, ma anche in un luogo esposto ad oriente. Conferma la diversificazione di queste abitudini di popolazioni ci viene da Polibio, ultimo scrittore della Grecia libera, vissuto nel 3° secolo avanti Cristo, quando tratta dei Tarantini.«Il lato orientale della città di Taranto, egli scrive, è pieno di monumenti funebri, perché ancora ai nostri giorni i morti vengono sepolti entro le mura, in obbedienza ad un antico oracolo. Si dice infatti che sia stato vaticinato ai Tarantini che ogni cosa sarebbe loro andata per il meglio se essi avessero abitato con i più; i Tarantini avendo interpretato l'oracolo nel senso che essi avrebbero goduto ogni bene se avessero tenuto i morti entro le mura, ancora adesso li seppelliscono all'interno delle porte». Qualche aiuto a risolvere questo interrogativo può venire dallo studio dei reperti. Ma ciò potrebbe pur essere relativamente accertato, se si tien conto delle frontiere aperte al commercio fin dai periodi preellenici. Né alcun conforto ci viene dalle iscrizioni, perché le lapidi collocate a chiudere le fosse, come si rileva dai ritrovamenti, non hanno dato veruna iscrizione. Le conoscenze storiche, non solo si presentano lacunose, ma non possono essere applicate, in quanto si fermano solo ad insegnarci che dal Neolitico e con maggior diffusione nell'Età del Bronzo, l'uomo sentì il bisogno di conservare i resti del caro defunto. E usò prima uno scavo nella nuda terra, poi i pozzi ossari e infine le tombe. In più non si può aggiungere niente, neanche osservando la disposizione delle sepolture, più o meno profonde oltre i 2 metri e con i morti messi col capo ad oriente ed i piedi ad occidente, come pure in positura opposta.
Quanto aggiunto per ultimo dal Lentini, ci offre l’occasione per tornare alla piccola necropoli scoperta lungo la SS 106-Dir, scoperta avvenuta quasi in contemporanea con quella di Castellaneta, in località Le Grotte, ad opera del Corpo Forestale dello Stato, e pubblicata sul loro sito. Si legge che “i reperti costituiscono una necropoli greca risalente all’epoca ellenistica compresa tra il IV e il III secolo a.C. molto probabilmente facente parte di un piccolo insediamento rurale. Le sepolture riportate alla luce seguono una disposizione abbastanza regolare, con allineamento per file parallele e perfetto orientamento in senso est-ovest: il tipico rito funerario greco prevede infatti l’inumazione del defunto in posizione distesa e supina, con il cranio rivolto verso est. I sarcofagi rinvenuti presentano forme e dimensioni diverse, in prima istanza motivate dall’età del defunto, infatti, le strutture destinate agli adulti presentano quattro lastroni in carparo ed una copertura leggermente spiovente dello stesso materiale mentre le tombe per i bambini, di dimensione naturalmente ridotte, appaiono come fosse di piccole dimensioni coperte da una tegola in argilla”.
Come si vede, la disposizione delle fosse (file parallele allineate in direzione est-ovest) e la loro datazione (III secolo a.C) fanno propendere, in entrambi i ritrovamenti, per gente appartenente alla stessa etnia. Inoltre, tombe sparse sul territorio si riferiscono per lo più all’epoca ellenistica, segno che ancora non esisteva, o era poco sviluppato, un nucleo centrale abitativo.
Circa infine il “che ne è stato” dei vari ritrovamenti, ci viene in soccorso un altro studioso di storia locale, il dott. Antonello De Blasi. Scrive infatti, che “dall’esame geologico e sedimentologico in questa località si sono ricavati sicuri elementi della cultura materiale delle genti a partire dal Neolitico con frequentazione prevalente di gruppi di pastori, agricoltori, allevatori. Più chiaramente si può dire che tra i vari strati presi in considerazione è stata rinvenuta una gran quantità di cocciame misto con grumi di argilla di tipologia appenninica, subappenninica e protovillanoviano (ossia età del Ferro, intorno al 1000 a.C.), come di frammenti di:
vasi in argilla monocroma rossa a anche depurata,
resti di fittili a superficie levigata e a superficie decorata,
olle di varia dimensione,
olle con pareti situliformi dalla sagoma a forma convessa o troncoconica con fondo piatto per uso di cucina,
anse di ogni tipo e con prevalenza di quelle a nastro con piega a gomito e di quelle a piastra asciforme,
argilla lavorata a bottiglia,
ciotole e ciotoline emisferiche,
coperchi di bollitoi da latte,
prese cilindriche e prese a linguetta,
punteruoli,
amigdale e aghi,
pugnali,
una cuspide di freccia provvista di alette e codolo in selce bionda con ritocco totale,
una testa di mazza sferico-schiacciata,
una notevole quantità di materiale osteologico lavorato,
uno strumentario siliceo costituito da scheggiame atipico.
Per un totale di 29 reperti d’industria ossea, 18 reperti di vasellame degli strati medi, 16 reperti ceramici e 19 resti di ceramiche di superficie.
Il tutto custodito al Museo Archeologico di Taranto, in una teca recante la seguente didascalia: “Insediamento Subappenninico di Cozzo Marziotta a Palagiano”.
Si ritorna quindi a parlare del Cozzo, uno dei primi, se non addirittura il primo, nucleo abitativo per i futuri palagianesi.
Giuseppe Favale