Abitanti dagli inizi dell’800. Il soprannome. I cognomi più diffusi. San Rocco, Patrono. Le feste soppresse. La Madonna della Stella. Le Confraternite. Le solennità civili. La rivendita di z’ Line. L’illuminazione  delle feste. L’illuminazione pubblica. La rete idrica. La fognatura. La carrizze. I banditori. La prima radio. Il cinematografo. La compagnia teatrale. Il festino. L’abitazione. Il vestiario. La piazza Vittorio Veneto. La casa comunale. Il paese del pomodoro. I braccianti. “Lu fatt de l’aciedd”. 

 

Palagiano, agli inizi del 1800, contava 1823 anime; i successivi censimenti della popolazione hanno registrato i seguenti dati:1861. 2933 abitanti.1871. 3220 abitanti.1881. 3801 abitanti.1901. 4236 abitanti.1911. 4281 abitanti.1921. 4636 abitanti. 1931. 4971 abitanti.1936. 5226 abitanti.1951. 6989 abitanti. 1961. 8602 abitanti.1971. 10489 abitanti.1981. 13337 abitanti.  Oltre al nome e cognome, l’individuo veniva quasi sempre contraddistinto con il soprannome, almeno fino a qualche decennio fa. L’attribuzione del soprannome, in verità, non è mai stata interpretata quale offesa alla persona o al suo casato, dal momento che gli stessi atti amministrativi ed in particolare i registri del fisco ne facevano largo uso. I cognomi più diffusi, intorno ai primi dell’800 erano: Liverano, Serra, Caputo, Masella, Iacobino, Dipierro, Tinella, Mignozzi, Rotolo, Musco, Schiavone, Scarano, Cervellera, Caprioli, Caramonte, Ottomaniello, Belmonte. Oggi, il nome di battesimo più diffuso in palagiano è Rocco, ma nei primi decenni del secolo scorso risultava, se non del tutto, quasi sconosciuto. Infatti questo è il nome più comune adottato dai Lucani e ancora di più dai Calabresi, tanto che moltissimi paesi di quelle regioni venerano quale loro Patrono, San Rocco. Tutto ciò ci induce a credere che San Rocco sia stato assunto a Patrono di Palagiano negli anni compresi tra il 1840 e il 1850, per volontà espressa da buona parte del popolo palagianese costituito da un rilevante numero di cittadini originari della regione Calabro – Lucana, compresi gli antenati dell’autore, oriundi di Oriolo Calabro, ma soprattutto per ringraziare il Santo per la cui intercessione, la persistente e mortale epidemia di colera, imperversante nei nostri territori dal 1837, veniva a cessare. E la conferma di quanto sopra ci viene peraltro dall’epigrafe stampata sulla statua del Santo che recita: “Et eris in peste, patronus”. Quindi la venerazione di San Rocco, nostro Patrono, ha inizio nel nostro Paese nella suddetta epoca, ed i festeggiamenti religiosi e civili hanno luogo il sabato e la domenica successivi al 16 agosto (giorno onomastico del Santo). Da alcuni decenni i festeggiamenti sono stati prolungati al lunedì, giorno che agli inizi era riservato alla fiera, detta appunto “Fiera di San Rocco” per distinguerla da quella, in verità più importante, detta di San Marco che si svolgeva e si svolge tutt’oggi il 14 maggio di ogni anno. In tema di feste, troviamo soppressa quella dell’Annunziata che rappresentava, fino alla prima metà del secolo scorso, la festa principale del paese e le cui origini risalivano ai tempi più antichi di quelli coevi alla costruzione della Chiesa Madre, realizzata intorno alla seconda metà del XVIII secolo e dedicata appunto alla Santissima Annunziata. Ricordiamo la festa della Madonna di Lenne che non viene più celebrata da secoli, nonché quella della Madonna del Carmine i cui festeggiamenti civili non si effettuano più dal tempo della seconda guerra mondiale, salvo il tradizionale pellegrinaggio alla cappella rupestre di “sotto Mottola”, che si effettua ancora oggi particolarmente nei sabati del periodo quaresimale. Ma la festa più antica resta sempre quella della Madonna della Stella, già menzionata in alcuni documenti amministrativi del 1807 e del 1744. Non si può escludere che, per essere nel 1744 definita già festa tradizionale, la festa stessa risalga a tempi più remoti. Questa festa viene celebrata la fine dell’estate: in un primo momento alla fine di settembre e da circa un secolo nella prima metà del mese di ottobre, ma sempre nei giorni di Sabato e Domenica. Viene preannunziata qualche giorno prima della sua celebrazione dal Tammurro che è una specie di bassa musica costituito da un tamburo, una grancassa ed un ottavino (piccolo flauto denominato localmente “Lu fisc’carule”). Tale complesso di bassa musica viene anche denominato “Lu tammurre de la Madonne de la Stedde” appunto perché si esibisce esclusivamente in questa solennità, iniziando i giri del paese, come già detto poc’anzi, qualche giorno prima del sabato, con preferenza nelle ore che precedono l’alba, svegliando i fedeli con il suo assordante seppur gradevole fracasso. Nel primo mattino del sabato, dopo la celebrazione della S. Messa, l’immagine della Madonna vien portata in processione, Tammurre in testa, alla Cappella di campagna. Fino al tempo in cui la strada non era ancora asfaltata, l’immagine sacra veniva avvolta in un grande lenzuolo bianco perché non si impolverasse durante il percorso. Giunta alla cappella, viene celebrata un’altra S. Messa, mentre nelle ore antimeridiane successive continua l’andirivieni dei fedeli in pellegrinaggio. Si procede poi alla benedizione della cosiddetta Tagghiarine, per essere distribuita alla popolazione che fa calca sul sagrato. Questo è il momento più suggestivo della festa, perché la distribuzione della Tagghiarine riesce sempre a conciliare la solennità del rito religioso con il più tradizionale folklore paesano. La tagghiarine, che viene oggi prodotta dai pastifici con il nome di tagliatella o tagliolina, veniva, in tempi passati, confezionata in casa delle nostre donne più devote su incarico degli organizzatori della festa che fornivano la farina occorrente. Veniva, e vien tuttora, cotta in tre o quattro grossi calderoni e condita con pomodoro e piccantissimi peperoncini, comunemente chiamati Zafarriedd, per cui la pietanza riesce molto gustosa ed appetitosa. La distribuzione viene effettuata davanti al sagrato della cappella ove la tagghiarine viene trasportata negli stessi calderoni di cottura caricati su un traino. La tradizione vuole che per piatto si adoperi la pala del fico d’india, “la spatle de ficarigne”, quanto più concava possibile e, naturalmente, ripulita dalle spine. Occorre ricordare che in quei tempi, in Palagiano, vi erano due confraternite religiose: quella del SS. Sacramento e quella del Carmine, con sede nei fabbricati che formano tuttora le ali esterne della Chiesa Madre. Nel venerdì Santo, si svolgevano due processioni del Cristo morto: quella delle prime ore del mattino patrocinata dalla Congregazione del Sacramento e quella della sera dalla Congregazione del Carmine. Ogni processione era accompagnata dalla banda musicale locale il cui complesso, composto da 35 musicanti del paese, svolse la sua attività dal 1885 al 1938, prima sotto la direzione del maestro Guerrieri e negli ultimi quindici anni del maestro Cetera.Oltre a quelle della Settimana Santa, della festa della Madonna della Stella e della patronale di S. Rocco ricorderemo le processioni: del 25 aprile “S. Marco  Evangelista”, dell’Ascensione (durante la quale venivano inchiodate sui portoni d’ingresso del Convento, del Castello, del Municipio e della Chiesa delle piccole croci di legno “Pro Rogazioni”), del Corpus Domini con ostensione del SS. Sacramento, della Madonna dei Fiori nell’ultima domenica di maggio, di S. Antonio da Padova il 13 giugno e del Cuore di Gesù alla fine dello stesso mese, della Madonna del Carmine in luglio e di S. Lucia a metà dicembre. Alcune di queste processioni si snodavano soltanto lungo il corso principale del paese e cioè dalla Croce monumentale di Capovento a quella che sorgeva davanti a Cardinale, più recentemente detto “davanti a Cicciantonio”, per cui tali processioni venivano denominate nel gergo locale “pruggessiòne da crosce a crosce”. E per mettere il punto a questo argomento ricorderemo infine che in testa a tutte le più importanti processioni spiccava il grande stendardo della Confraternita del Carmine il cui alfiere, negli ultimi tempi, fu il confratello Giovanni Vorriello soprannominato “Trideciòre” e ancora più comunemente “Giuvanne de lu stannard”. Fra le più antiche solennità civili figurano: la festa nazionale del 1806 e del 1809 in ricorrenza dell’assunzione al trono di Giuseppe Napoleone e di Gioacchino Murat; quella dell’ottobre 1806 per festeggiare la vittoria di Napoleone Bonaparte sui Prussiani a Jena in Sassonia; quella dell’aprile 1807 in occasione del passaggio per Palagiano di S. M. Giuseppe Napoleone, Principe dell’Impero francese, nostro Sovrano; infine quella del gennaio 1859 in occasione del passaggio per Palagiano di S. M. Ferdinando II (Dio Guardi!). A proposito di tale ricorrenza è bene ricordare che un nostro concittadino, tale Federico Franco, che aveva servito per alcuni anni nell’esercito di Sua Maestà Dio Guardi, si fece arditamente avanti alla carrozza reale invocando a gran voce una particolare grazia: cioè quella di ottenere reale licenza per gestire una rivendita di tabacchi! E Ferdinando accontentò Federico Franco con il suo solito modo di esprimersi: “…un sigaro ed un titolo di cavaliere non si nega a nisciuno”. Effettivamente Federico ottenne entro breve tempo la tanto sospirata licenza ed installò il tabacchino nel locale ove attualmente gestisce il negozio di tessuti il sign. Perfetti (attuale piazza Vittorio Veneto). La gestione di questa prima rivendita passò, alla morte del Franco, nell’anno 1914, a Nicola Schiavone, meglio conosciuto quale “Necole lu salenère” e poi ancora ai suoi eredi (praticamente l’attuale rivendita che ancora oggi viene distinta come “lu tabacchine de z’ Line”).Tra le feste nazionali più recenti e comunque soppresse, ricorderemo quella dello Statuto nella prima domenica di giugno; quella del 20 settembre, anniversario della breccia di Porta Pia; del 24 maggio, anniversario dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915; del 21 aprile, natale di Roma; dell’11 febbraio, concordato con la Santa Sede; del 28 ottobre, anniversario della rivoluzione fascista; dell’11 novembre, genetliaco del Re Vittorio Emanuele III;del 9 maggio, proclamazione dell’Impero Etiopico sotto la sovranità di Vittorio Emanuele III che, con l’occupazione dell’Albania, assunse anche la corona di quel regno per cui non mancò l’arguzia di un ignoto autore che seppe coniare il famoso epigramma: “Era Re…e c’era il Caffè; diventò Imperatore…e si sentì solo l’odore; poi che fu Re d’Albania…anche l’odore è andato via!”. Queste feste nazionali non hanno mai assunto nel nostro paese carattere di grande solennità come per quelle religiose, forse, con la sola eccezione della ricorrenza del 24 maggio perché in tale ricorrenza si svolgevano sulla piazza centrale del paese i saggi ginnici da parte delle scolaresche organizzate dai fasci giovanili. Solo sul finire degli anni ’20 di questo secolo l’illuminazione venne alimentata con energia elettrica, così pressappoco come la conosciamo oggi, ma fino a quella data era stata alimentata col gas, e, per meglio interderci, col gas del famoso carburo (acetilene).Le quindici o venti arcate in legno che costituivano l’artistica galleria luminosa (durante le feste) comprendevano mediamente una quarantina di beccucci per arcata, alla base della quale era disposto un grosso contenitore di carburo ed acqua. Tali beccucci venivano accesi uno per uno dagli inservienti della ditta illuminatrice che si servivano, per tale operazione, di un fiammella sormontata da una lunga pertica. Questo apparato funzionava solo due serate ad anno, cioè il sabato e la domenica della festa di San Rocco.L’illuminazione pubblica cittadina risale al 1865.A quell’epoca era costituita da lampioni alimentati con petrolio, disposti agli angoli delle strade interne. La manutenzione veniva affidata in appalto a coloro i quali avessero offerto il minor canone. L’ultimo appaltatore di tale servizio fu Festa Francesco soprannominato Muscelè. L’illuminazione elettrica ebbe i primordi nel nostro paese poco prima della guerra mondiale del 1914. Questa prima illuminazione elettrica funzionava a mezzo di un gruppo elettrogeno, di proprietà di Don Savino Petrera e dallo stesso gestita. Entrava in funzione nelle sole ore notturne. Negli anni ’20 subentrò nel servizio la Società Meridionale Elettrica che ingrandì e migliorò gli impianti, affidando poi la gestione alla Società Generale Pugliese di elettricità che operò fino agli anni ’60 con la nazionalizzazione del servizio e costituzione dell’ENEL.Poiché dal tema delle feste siamo scivolati su quello dei servizi pubblici è bene che ci soffermiamo su questo argomento. Fino al 1930 Palagiano non era servita da acquedotto. L’acqua potabile veniva distribuita (a pagamento, s’intende) dal cosiddetto Portaiolo che faceva uno o due giri giornalieri per le strade interne del paese con un carro botte a trazione animale. L’ultimo portaiolo, appaltatore del servizio, fu tal Antonino Di Pietro.Alcune case erano dotate di capienti cisterne nelle quali venivano raccolte le acque piovane. Il primo tronco di rete idrica venne costruito nel 1930 dall’Acquedotto Pugliese con la contemporanea installazione di alcune fontanine pubbliche disposte nei rioni dell’abitato e di una fontana monumentale sulla piazza principale, di fronte alla sede del Comune. Poi si ebbero i primi allacciamenti privati. Il primo impianto di fognatura dinamica venne costruito nel 1932. Prima di questa data (e per alcune zone fino al 1956) i liquami di fogna venivano raccolti da dei particolari carro botte a trazione animale, le cosiddette Carrizze che facevano il giro due volte al giorno per le strade interne. Il servizio era affidato all’appaltatore della nettezza urbana il quale disponeva di cinque o sei dipendenti tra “Monnastrète e Carrezzèle” cioè netturbini e conducenti di Carrizze. Il conducente della Carrizza era munito di una speciale trombetta (una specie di piccolo corno da caccia) che faceva squillare ad ogni angolo di strada e che subito dopo a voce chiara e possente invitava le donne di casa a vuotare i cosiddetti Cantri col grido di “A scettè uagnèe!”. V’erano alcune abitazioni di cittadini più agiati, provviste di pozzo nero ed alcune altre munite di speciale Scettarola e cioè di una vaschetta di rame a forma di imbuto, installata all’altezza del primo piano e collegata ad un tubo di rame discendente fino ad una certa altezza dal piano stradale e comunque idoneo a raggiungere il boccale della Carrizza. Quest’ultimo marchingegno permetteva, alle “donne di riguardo”, di vuotare il Cantro senza scomodarsi di scendere in istrada. Il servizio dell’informazione e della pubblicità commerciale veniva espletato da due banditori comunemente chiamati Scettabbanne. Fra gli ultimi banditori ricorderemo particolarmente Auterne, al secolo Eleuterio Mansueto che, benché cieco, svolgeva ottimamente il proprio servizio. A proposito di pubblicità è bene ricordare che la prima radio fu portata in Palagiano dal Cav. Luigi Ferrante (ex dipendente comunale, ora in pensione) il quale, sul finire degli anni ’20, ci fece conoscere la scoperta di Marconi sotto forma di un ordigno (Radio Galena)  che a parte la sproporzionata misura volumetrica trasmetteva più indistinti suoni frammezzati da rumorose scorregge che brani di musica o di parole comprensibili. Costituì comunque una novità.Un’altra particolare novità fu quella del Cinematografo (muto s’intende) che fece la sua prima fugace comparsa nei primi anni del ’30 nel locale dell’ex convento (ora Chiesa dell’Immacolata). Nello stesso locale soggiornava saltuariamente la raccogliticcia compagnia teatrale di Pasquale Fiore il quale faceva cimentare il proprio complesso nelle solite rappresentazioni dei drammi allora in voga quali : “La cieca di Sorrento”, “Il Cardinale”, “I due sergenti”, “La morte civile”.Non bisogna credere che queste saltuarie manifestazioni fossero gli unici diversivi della nostra popolazione. Nel periodo di carnevale si allestivano in molte abitazioni, ancorchè costituite da monolocali, di abbienti e meno abbienti, i cosiddetti “festini”. A queste serate danzanti affluivano parenti e amici dei parenti, specialmente giovani aspiranti al matrimonio, che tra un valzer ed una mazurka trovavano il modo di scambiare qualche fugace parolina dolce con la ragazza amata ma sempre sotto lo sguardo vigile dei genitori. La musica per questi festini veniva, prima ancora che venisse inventato il fonografo, prodotta dall’immancabile duo della chitarra e mandolino. Nelle pause della danza venivano offerti ceci fritti e lupini salati che venivano gustati con l’ausilio di qualche bicchiere di vino, magari con lo spunto dell’aceto, ma pur sempre genuino. Il festino danzante si concludeva quasi sempre con il ballo della quadriglia al quale partecipavano quasi tutti gli invitati. Per volere della gioventù arrabbiata dell’epoca, spesso le festività di carnevale venivano protratte nelle due domeniche successive al martedì grasso e che venivano designate quali feste per “rompere la pignatta” e per “serrare la vecchia”. Dopo queste feste, agli innamorati non restava altra occasione che quella di indugiare sul sagrato della Chiesa, al termine della Messa, per scambiarsi qualche furtivo e breve sorriso!Abbiamo accennato alle abitazioni del paese  che, nella stragrande maggioranza, erano costituite da monolocali a piano terra.Eppure, occorre dirlo, in questo solo locale trovavano posto, oltre naturalmente alla famiglia, tutte quelle cose indispensabili per la vita familiare. Più spesso nello stesso locale trovava posto anche l’asino o il mulo o il cavallo; la mangiatoia veniva spesso ricavata nello spazio degli archi che reggevano la volta, prima ancora che il solaio e le strutture cementizie facessero il loro ingresso nella tecnica edilizia. La generalità delle abitazioni erano dotate di apposito camino, ubicato spesso nell’angolo vicino alla porta d’ingresso. Detto camino “alla monacale” serviva più per cucina che per riscaldare l’ambiente: era munito di appenditoio (camastre) e relativo paiolo (bulzenètte); vi era posto per la pignatta che costituiva la più essenziale delle stoviglie dal momento che sei giorni su sette veniva usata per la cottura dei legumi, fave specialmente. Gli effetti masserizi più importanti erano costituiti: dal letto formato da due cavalletti in ferro (trestiedde) sui quali venivano poggiate due tavole di legno e su queste si estendeva il materasso (saccòne) ripieno di foglie di granturco (pòpere) ed infine il lenzuolo (ghiasciòne); da un tavolo in legno (la banche) e alcune sedie di paglia; il tavolo era munito quasi sempre di cassetto (tratùre) nel quale venivano riposte le posate e soprattutto una tovaglia (mesèle) e qualche tovagliolo (mannelòne) e strofinaccio (mappine); da uno stipo in legno (credènz) ove venivano riposti alcuni piatti di creta maiolicata fra i quali spiccava l’immancabile “piatt menzène”, grande piatto che il più delle volte serviva quale piatto unico per tutta la famiglia; nello stesso stipo si riponeva il pane (quando non mancava!) ed il lievito (lu luvète) che serviva per la confezione casalinga e del pane e della pasta (particolarmente chiancaredd e fresciedd); da un truogolo in legno per lavare i panni (javt o jaltòne); da un catino (lu vacile), progenitore del moderno lavandino, con relativo asciugamani, (la tuvàgghie) ed una grossa brocca di creta (la ‘rzole) per l’acqua. L’acqua per bere era generalmente contenuta in un orciolo di creta chiamato “mummele”. Il più delle volte trovava posto anche il telaio per la tessitura casalinga (l’àrdie) completo di fusi (cannelìcchie) e di spola (scèttele) nonché di snocciolatore del cotone (mulenìedde) e di arcolaio (mascènnele). Il telaio era considerato la più preziosa ed indispensabile fra le masserizie dal momento che quasi tutti i tessuti occorrenti alla famiglia venivano prodotti in casa. L’ordito più comunemente usato era quello che produceva il tessuto detto “cruscècchie” indispensabile per la confezione dei pantaloni ma anche di altri capi di vestiario e di biancheria. A proposito di vestiario disponiamo di una vasta, idonea nomenclatura riferita all’abbigliamento Palagianese, per farci conoscere come si vestivano realmente i nostri progenitori. Naturalmente ci riferiamo alla gran massa della popolazione contadina e non ai pochi benestanti. Da qualche tempo disponiamo di una stampa che pretende di raffigurare due palagianesi (un uomo e una donna) vestiti secondo la moda corrente nel XVII – XVIII secolo, la cui foggia ci fa stranamente pensare al bandito “Fra Diavolo” o al famoso Musolino, in compagnia della consorte. Realmente gli indumenti più usuali nel nostro paese erano, fino ad una cinquantina di anni or sono, i seguenti:  per il sesso maschile:Calzunètt. Mutandoni di fustagno allacciati alle caviglie, con fettucce dello stesso tessuto (capesciole);Cammise. Camicia di fustagno senza colletto ma con pistagna; il sotto della camicia era detto “scerrone”;Calzùne. Pantaloni in tessuto detto di “cruscècchie”;Cammesòle. Panciotto dello stesso tessuto a “cruscècchie”;Fazzelettòne. Specie di coperta in tessuto di lana o cotone grezzo, in funzione di cappotto, da portarsi a tipo mantella. La mantella vera e propria era portata da cittadini più agiati;Scòlle o scùlline. Striscia di stoffa di colore scuro che si annodava al collo sulla pistagna della camicia, in funzione di cravatta;Cappièdd ma soprattutto Còppele. Copricapo tipico nel mezzogiorno;Calzètt. Calze di cotone grezzo confezionate a mano dalle donne di casa, rinforzate sul calcagno onde evitare “lu jarrone” cioè rottura all’usura;Chiosse. Scarponi del tipo semi – stivaletto in cuoio grezzo di vacca, con doppia suola chiodata con le famose “Tacce e Vitarelle”. Queste scarpe venivano di tanto in tanto unte con grasso ovino “lu sive” usato generalmente per ingrassare l’asse del traino;Scemìsse, sciammeliòne, sciammèreche. Specie di soprabiti usati esclusivamente da persone molto agiate. Per il sesso femminile:Mutandoni a mezza gamba. Aperti all’altezza dell’inguine, in tessuto di cotone grezzo;Suttàsce. Specie di sottoveste lunga fino alle caviglie in tessuto di cotone grezzo;Lu vàsce. Gonna ampia pieghettata, lunga fino alle caviglie, nel medesimo tessuto;Sciuppe. Corpetto molto aderente con abbottonatura centrale dalla vita fino al collo;Fesciùle. Coprispalle in cotone o lana a forma rotonda, lavorato ad uncinetto, che si portava sul corpetto;Fazzelettòne. Come per gli uomini, in funzione di cappotto;Zoccoletti o scarpe a mezzo tacco. In pelle di vacca più morbida, appena svasate senza allacciature;Calze lunghe. In cotone grezzo, bianco o nero, lavorate a mano in casa. Queste lunghe calze avevano nella parte superiore un risvolto detto “muccatìedde”.Per copricapo veniva generalmente usato un ampio fazzoletto che si annodava sotto gola.Le donne più abbienti usavano lo “spolverino”, tipico soprabito leggero, e lo “scialle” in tessuto di seta quale coprispalle. Sostituiva il moderno reggiseno una lunga e stretta fascia di tela che veniva annnodata sotto il seno. Soltanto in tempi più recenti, faceva la comparsa il cosiddetto “chestùme” cioè il vestito nuovo della domenica, per gli uomini, soprattutto giovani. Ed in tempi più recenti ancora, venne l’usanza dell’abito matrimoniale, bianco per la sposa, nero per lo sposo e generalmente nel tipico tessuto di “vigogna” che veniva conservato, dopo il matrimonio, per l’ultimo viaggio nella vita eterna. Per concludere diremo che, a simboleggiare l’antico e tipico vestito palagianese, resta pur sempre quello che noi definiamo “robbe de cruscècchie”, giacchè tale moda ha dettato legge per oltre due secoli e cioè dal tempo in cui la vigna di Don Domenico Angelini vegetava in piazza, fino alla prima metà di questo secolo.A proposito di vigna in piazza, come già accennato, effettivamente l’attuale piazza Vittorio Veneto, fino ai primi decenni del secolo scorso, era occupata da un vigneto di proprietà di tale Don Domenico Angelini, decurione della municipalità palagianese, che alienò quel fondo a favore del Comune nel 1807, la cui area, dopo lo svellimento della vigna, sarebbe stata occupata dalla costruzione di un nuovo carcere criminale. Il carcere non fu mai costruito ed in luogo di questo, ma soltanto nel 1880, fu edificata la nuova sede del Comune, ampliata poi sul lato nord nell’anno 1933. La stessa piazza venne denominata Piazza Angelini; divenne poi, in occasione del Plebiscito (Italia e Vittorio Emanuele II) nel 1861, Piazza Blebiscito ed infine nel 1919, fu denominata Piazza Vittorio Veneto per commemorare la vittoria della prima guerra mondiale. Tale sito, fino a qualche tempo fa, era il luogo preferito ove venivano stipulati i diversi affari; in questo luogo affluivano, oltre ai sensali ed ai produttori agricoli, soprattutto i braccianti agricoli per assicurarsi la giornata di lavoro. Ogni sera, dopo il crepuscolo, la “Chiazz” si affollava di gente che, a gruppi di 4 o 5 persone, si intratteneva a parlare del più e del meno sui fatti del giorno, quasi sempre riguardanti l’attività agricola, mentre il bracciantato era intento a procacciarsi il lavoro per il giorno dopo. Il bracciante che si recava in piazza con questo intento soleva dire: “stò ‘vvoche alla chiazz, a prumètt” (sto andando in piazza a promettere la giornata di lavoro). Questo stato di cose trovò i suoi tempi migliori nei primi 50 anni di questo secolo, nel periodo in cui Palagiano, per l’enorme sviluppo della coltivazione del pomodoro, veniva definita “Lu paìse de lu pummedòre”!I traini, dopo il trasporto del pomodoro sui mercati, al rientro venivano posteggiati lungo le strade interne dove domiciliavano i rispettivi proprietari. Venivano acculati, con le stanghe in alto, per cui l’intero paese, visto dall’alto, poteva sembrare un immenso alloggiamento militare difeso da numerose batterie di cannoni antiaerei. A tal riguardo si è obbligati a raccontare l’aneddoto che, a don Emilio Natale, da tempo deceduto, piaceva scherzosamente raccontare ai nostri paesani dopo il suo rientro dagli Stati Uniti d’America. Raccontava Don Emilio che, durante la seconda guerra mondiale, aveva conosciuto negli Stati Uniti un aviatore americano il quale, avendo saputo che l’amico Emilio Natale era di Palagiano, asseriva che, ogni volta che sorvolava il nostro territorio, era costretto con tutta la sua squadriglia, a deviare dalla rotta fissata onde evitare di venire abbattuto dalla formidabile difesa contraerea di Palagiano, paese letteralmente coperto da una infinita serie di cannoni e mitragliatrici contraerei!Se ciò fosse stato vero, noi avremmo perduto la tradizionale nomea di cittadini pacifici e tranquilli.Palagiano, almeno negli ultimi secoli, si è sempre distinta per laboriosità e quieto vivere, tanto da essere promossa confino di polizia. La vicenda del gennaio 1913, che porta il nome di “Lu fatt de l’aciedd” è quella che maggiormente fece scalpore. In uno dei primi giorni di quell’anno, in seguito ad una eccezionale nevicata, un nostro compaesano era uscito dalla propria abitazione, munito di lanterna, alla ricerca di uccelli. Questa operazione veniva chiamata “la jacche” ed era severamente proibita dalla legge. Caso volle che nel momento in cui il nostro bracconiere si impossessava di un uccellino intirizzito dal freddo, venne sorpreso da un milite dell’arma che gli contestò l’illecito commesso. Un passante criticò tale contestazione con il dire “Si vede che non avete altro da fare: non vi vergognate nemmeno…arrestare una persona per un uccello…”. Al vociferio si radunò un discreto numero di persone che fecero coro a quanto asserito dal detto passante. Durante le ore della notte seguente, una per una, tutte quelle persone che avevano criticato l’opera del carabiniere vennero prelevate dalle rispettive abitazioni e condotte in caserma. Nelle prime ore del mattino, tutti in fila per due (erano circa una trentina), furono assicurati al carcere ove rimasero, per buona loro sorte, brevissimo tempo, grazie soprattutto al Pretore ed agli stessi militi dell’arma che in verità non calcarono troppo la mano.

   Vincenzo Cetera, in “S’arrcord li vign d’mmiinz la chiazz”. 1991.