Durante i lavori per l’allargamento della SS 106 – Dir, all’altezza del km 3, è stata rinvenuta una piccoli necropoli.
Dall’allargamento della strada per Chiatona emersi una necropoli e un acciottolato, segni di zona abitata. Dagli scavi un paese preromano.Da riscriverne la storia, dalle origini. Scavando per l’allargamento della strada che porta al mare e alla 106, per Taranto e Reggio Calabria, appaiono resti archeologici a destra e sinistra: qui una piccola necropoli, lì un acciottolato che fa pensare a un’abitazione.

Il sindaco Rocco Ressa, anche per la bella giornata, è luminoso perché felice come una Pasqua: ora anch’egli ha la sua porzione di antichità, non resti fugaci, ma vestigia di insediamenti. Palagiano, infatti, finora, aveva avanzi di ville romane, qualche arredo funerario, un menhir e una citazione di Tito Livio su una battaglia fra una nave tarantina e una romana presso la Palude fetida, la foce del Lenne. Le due navi affondarono entrambe. Ma soprattutto ha, Palagiano, un pensiero profetico di Salvatore Quasimodo: «Questo, è un paesaggio omerico della natura, incastonata lungo il corso del fiume Lato e la pineta dell'Appia, esso dà sfondi a ricchi racconti d'Odissea».
Ora la necropoli emersa dagli scavi per la strada, al dire dell’archeologa Patrizia D’Onghia, è il piccolo cimitero di una caseggiato adiacente. Dai resti povera gente. Le tombe sono collocate in spazi separati, o per appartenenze familiari, o per diversità sociale: di certo questa piccola necropoli è il cimitero di un’altrettanto piccola comunità. Attira una commossa attenzione la tomba di un bimbo, forse decenne, qualcosa di più o di meno: fu cremato, o meglio incenerito, secondo il rito greco, come dimostrano alcune parti annerite della tomba. Sono visibili gli incavi nei quali fu appoggiata la piccola bara, anzi il lettino funebre. Questa necropoli, dice la D’Onghia è del III° secolo a. C., piena epoca magnogreca, quando ancora i romani erano nei pressi, “agresti” per dirla con un altro poeta, il venosino Orazio, che immortalò l’odierno diossinato Galeso, allora un eden, di lunghe primavere e tiepidi inverni, allietati da bei vini.
Lo stile, continua la D’Onghia, è ellenistico, le tombe sono a lastroni e un lastrone ne è copertura. Abbiamo trovato un’oinokoe, un’anforetta da vino, altri vasi, arredi di nessuna pretesa. Alcune tombe furono trovate durante i lavori agricoli di scasso, un aratro che affonda nella terra per un metro per rivoltarla dalle profondità, e naturalmente furono svuotate. In effetti dando retta alle dicerie paesane, non della sola palagiano, si capisce che in Italia esiste un museo diffuso di beni archeologici, cioè le case, che non ha nulla da invidiare ai musei ufficiali, per cui gli italiani sono anche un popolo di “ricettatori ” di beni antichi. Di là dalla necropoli si stende un lussureggiante agrumeto. L’archeologa, se negli occhi avesse il potere di farlo scomparire, quell’agrumeto sarebbe già scomparso, dice, infatti: la sotto sono certa che la necropoli continua e forse è ancora intatta e potrebbe darci molte informazioni. Ma qui, continua la D’Onghia, è tutto il territorio che andrebbe rivisitato palmo a palmo. Più in là, qualche centinaio di metri, altri operai stanno mettendo alla luce un acciottolato, un battuto, una pavimentazione.
Altro indizio di zona abitata. E dunque nell’entroterra se ci sono segni di case signorili , qui , in aperta campagna a due passi dal mare perché non pensare che ci fossero agricoltori e pescatori? La conversazione con il sindaco, l’archeologa e l’assessore Manuela Goffredo si sposta sulla storia della piccola patria. Allora, è la domanda, si può riscrivere la storia di Palagiano. Anche voi avete origini come quelle dei paesi vicini: preromane. Il paese è molto più antico di quanto si credeva, ha in sé le consonanti di “pelagos”, mare, potrebbe aver significato un “andiamo al mare”, magari per i mottolesi, che abitano nella collina sovrastante, che fino a ieri allagava di fango il paese? Il sindaco Ressa si affida agli storici locali i quali hanno detto che Palagiano contenga in sé due parole: Palua e Giano, e significhi porta di Giano.
Giano è un dio “romano de Roma” che aveva il suo tempio nel Foro, non dovrebbe mai essere arrivato fin qui, ma, quand’anche la filologia si basi sulle consonanti, non è il caso di trattare argomenti dei quali s’ha solo conoscenza intuitiva, ma non professionale. Qui, riprende il sindaco, verrà la strada. Dicemmo alla Sovrintendenza: rischiamo di perdere la necropoli, potremmo spostarla? La Sovrintendenza ci rispose: mettete in salvo i reperti, poi i lastroni potete portarli dove volete. Ed ora, conclude Ressa, guardando la giovanissima assessore Goffredo, stiamo preparando una pista ciclabile che dev’essere una passeggiata nella natura e nella storia. Partenza, spiega la Goffredo, dalla Madonna della Stella una chiesa medioevale restaurata senza più nulla di medioevale, poi sulla via per Chiatona dove in uno spiazzo faremo il museo e un punto di ritrovo, poi a Chiatona, costeggiando le dune di Venti e infine ritorno alla Madonna della Stella.
Michele Cristella
Fonte: www.corgiorno.it