La devozione dei nostri padri si impreziosì, negli anni, dei donativi al simulacro del Santo, tra cui soprattutto gli Argenti, che messi in salvo dalla violenza dell’alluvione del 2003, adornano la statua in occasione della festa.

 

Su ciascuno di essi è possibile leggere, inciso, il nome dell’oblatore e la data, toccando un arco di tempo che va dal 1872 al 1879. Nell’Archivio Storico della nostra Arcipretura Curata e Chiesa Matrice “Maria Santissima Annunziata”, si conserva un documento che attesta la consegna di “una cassa chiusa con lucchetto contenente i donativi del Protettore San Rocco”, fatta dal sacerdote don Pasquale Masella (1851-1928) all’Arciprete don Giovanni Masella (1889-1966).

Don Pasquale Masella, probabilmente, custodiva questi oggetti poiché aveva rivestito l’incarico di Procuratore del Clero di Palagiano. Il documento porta la data del 26 agosto 1925, mentre si legge che la consegna era avvenuta due giorni prima. Si riconoscono, dalle descrizioni, tutti gli Argenti di San Rocco, ad eccezione di un oggetto, di cui non si hanno notizie. Si trattava di “una crocetta d’oro con 5 perle”. Per questo motivo, per volere del nostro attuale Arciprete, don Giuseppe Ciaurro, ricorrendo quest’anno il 160° anniversario del patrocinio di San Rocco su Palagiano, una bella croce si staglia sul suo petto. Realizzata in argento cesellato, la croce reca incise al verso proprio le parole dell’Ave Roche: “CRUCIS SIGNATUS SCHEMATE” e l’anno “2013” in cifre romane. San Rocco l’ha ricevuta, sabato 17 agosto 2013, dalle mani di Sua Eminenza il Cardinale Salvatore De Giorgi, che ci ha fatto dono della sua presenza in mezzo a noi, presiedendo un pontificale in onore del nostro glorioso Patrono.

San Rocco di Palagiano

Con la croce nel nome, con la croce sul cuore

Con la croce nel nome. Nella Francia di fine Duecento, segnata dalla crisi della Guerra dei Cent’anni e dal diffondersi della peste nera, a Montpellier, cittadina della regione meridionale della Linguadoca, viveva una coppia di anziani coniugi: Giovanni e Libera. Giovanni discendeva dalla nobile famiglia locale dei De La Croix, mentre Libera aveva origini italiane, lombarde per l’esattezza. I due avevano, da tempo, smesso di sperare nella nascita di un figlio che assicurasse loro la tanto desiderata discendenza.

 

Un giorno, però, la Vergine Maria volle esaudire le preghiere di Libera, “donna santa e amica di Dio, che mai non ebbe in cuore altro pensiero se non servire colui che stette in croce”, e fu così che venne alla luce un bimbo, cui fu dato il nome Rocco. Nome che, secondo alcune fonti, gli derivò dal fatto che suo padre, a causa delle incessanti preghiere per ottenere la grazia della nascita di un figlio, aveva perso la voce divenendo roco. I De La Croix avevano finalmente un discendente, e quel cognome prefigurava il destino del piccolo Rocco “Della Croce”. Egli apparteneva alla Croce. La Croce di Cristo fu per il nostro Santo: fonte, stile, scopo di vita, e la portò stigmatizzata nel nome e sul cuore, per tutta la sua breve esistenza. La sua vita si potrebbe sintetizzare con la celebre espressione paolina tratta dalla Lettera ai Galati: “Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo”.

 Con la croce sul cuore

La più antica preghiera in onore di San Rocco è un inno risalente al 1480, opera del dotto sacerdote e umanista friulano Pietro Capretto, nato a Pordenone nel 1427, dove visse e morì nel 1504.

I nostri anziani hanno ancora impresse nella mente le note dell’Ave Roche, ricordo dolce e lontano delle celebrazioni in onore del nostro Santo Patrono. Il testo fu ritrovato in una pergamena conservata nella Scuola Grande dell’Arciconfraternita di San Rocco di Venezia, antica custode della reliquia del corpo del Santo. L’inno ripercorre le tappe principali della vita del santissimo Rocco. Al terzo e quarto verso della prima strofa si legge: “Crucis signatus schemate sinistro tuo latere”, ossia “Contrassegnato dalla croce sul lato del tuo cuore”. Secondo la tradizione, il piccolo Rocco nacque con una macchia a forma di croce sulla parte sinistra del petto, di un intensissimo color rosso sangue, che i suoi genitori interpretarono come “segno di buona ventura”. Quel simbolo lo assimilava all’amato, il Crocifisso, perché egli portava sul cuore le stigmate di Cristo. Educato dalla madre ad una profonda devozione verso la Vergine Maria e San Francesco d’Assisi, dopo aver perso i genitori, distribuì i suoi averi ai poveri e partì pellegrino alla volta di Roma, dove dimorò tre anni. In Italia si dedicò, da terziario francescano, alla cura degli appestati, che in tutta Europa si contavano a migliaia.

Sulla via del ritorno in Francia contrasse anch’egli la peste a Piacenza, e per non contagiare altri si rifugiò in una grotta nei pressi del castello del feudatario Gottardo Pallastrelli. Si narra che un cane gli portò per nutrirsi, ogni giorno, un pezzo di pane sottratto alla mensa del nobiluomo. Questi, incuriosito, un giorno seguendo il cane scoprì il rifugio di San Rocco, si prese cura di lui, e iniziò ad imitarlo nella carità e nella santità di vita. Guarito dal morbo, San Rocco tornò a Piacenza. A Voghera, teatro di funesta guerra, fu imprigionato e morì in carcere, nella notte tra il 15 ed il 16 agosto del 1327, oppure in un anno imprecisato tra il 1376 ed il 1379. Fu Santo per acclamazione popolare già dalla metà del Quattrocento.

La “preziosa” devozione dei palagianesi a San Rocco

Per il tramite dei Padri Francescani dimoranti nel Convento di Santa Maria La Nova, il culto di San Rocco si diffuse anche a Palagiano, probabilmente importato da Massafra. Il convento di Massafra, fondato dalla nobile famiglia Pappacoda come sepolcro di famiglia, sorgeva infatti nei pressi dell’antica chiesetta rurale di San Rocco. Essendo però lontano dall’abitato e malmesso, nei mesi invernali vi rimanevano pochi frati, mentre gli altri si trasferivano a Mottola o a Palagiano. Anche a Palagiano San Rocco sarà invocato contro le epidemie, come ad esempio la “Spagnola”. La peste che nel Seicento affliggeva tutta la Penisola, toccò anche il nostro comune, come riportato da Giovanni Maria Sforza da Palagiano in “L’Apostolo di Iapigia” (1660), discorso panegirico in onore di Sant’Oronzo, edito a Lecce.

 

Ringraziamo il giovane Rocco Emanuele Valente, per il prezioso documento inviato.