
La pietra scartata. Caso chiuso? E subito riaperto.
Il sindaco Gaetano Tarasco doveva tinteggiare di rosa la sua nuova giunta, una colpa grave la stinta tinteggiatura, perché lui ginecolgo le donne le conosce meglio di chiunque altro nelle loro ambasce e nel loro "eterno femminino regale”. E, come prevedibile, prese la più autorevole del Pd, Maria Grazia Mellone, capogruppo uscente, oratrice tanto sottile quanto incline alla prolissità. Ma la Mellone era la prima dei non eletti, e l'ambito ruolo di vicesindaco spettava agli eletti, all'ex presidente del Consiglio e capogruppo in attesa di entrare in giunta, far entrare in Consiglio la Mellone, capogruppo naturale. La Mellone aveva accettato lo “changè”, perché lei, di scuola della vecchia dc, sa che il capogruppo, volendo può essere autorevole quanto il segretario del partito e, se ha il dono dell'eloquenza, volendo, può essere il “mattatore” del Consiglio comunale. Ma Cifone, vicesindaco in pectore e in crisi d'ansia di potere, perché avrebbe voluto essere sindaco, sbagliò il tempo, chiese il mantenimento degli impegni presi in sezione prima che quello stesso tempo fosse maturato nella Mellone. La quale resistette e inciampò in una “voce dal sen fuggita”: disse, ebbene volete la mia testa, avrete la mia severità in Consiglio. La qual cosa spaventò tutti. Nei Consiglio di paese, infatti, l'opposizione più efficace è quella fatta da un esponente della maggioranza, perché conosce tutti gli “arcana” di qualsiasi provvedimento. Andò a finire che Tarasco destituì la Mellone, ma non intronò Cifone per non far entrare in Consiglio la Mellone. Entrambi ingoiarono amaro e si misero in attesa di tempi migliori, o dell’euripideo “imprevedibile”, che, immancabile sarebbe arrivato. Ed è arrivato. Carmine Montemurro, frondista, cioè congiuratore, della prima ora, angosciato per il seggio provinciale distrutto dalla diossina, ha lasciato la politica, quindi il seggio consiliare. Ma non ha fatto derivare il suo eremitaggio sociale dal non aver previsto, lui prof. di lettere e conoscitore di Machiavelli e Foscolo, che anche nel suo profondo Sud lo scettro “gronda di lacrime e sangue” degli altri, e della sua uscita di scena ha incolpato Tarasco, sindaco di un’amministrazione “fallimentare per pressioni interne ed esterne”. Come i sopravvenienti, anche la cronaca fa ponti d'oro a chi se ne va: Montemurro è stata una meteora, nè poteva essere altrimenti, perché la politica o è un virus innato, o è una voglia di vetrina. Però l'uscita di Montemurro lascia un vuoto molto più grande della sua dimensione fisica e sociale: entra in consiglio la Mellone. La quale non sarà eletta, né vorrà esserlo, capogruppo del Pd e, secondo lo stile curiale, cattolicissima com'è, dirà ai suoi le cose più sgradevoli con parole mielose. Ai suoi dirà: ingrati, in Consiglio e altrove sono stato il vostro “dottor sottile” e mi avete scacciata come usurpatrice. A Tarasco dirà: la mia testa te l'ha chiesta il Pd, ma tu gliel'hai data, e i latini ammonivano: “coactus tamen volui”.
Ora per Tarasco comincia un'altra storia, non perché si sia indebolito nei numeri, perché ha nove consiglieri su sedici a disposizione, ma perché ogni volta che la Mellone chiederà la parola in Consiglio scenderanno due febbrili attese: dell'opposizione per incalzare sindaco e assessori, della maggioranza per i segreti che potrebbe essere messi al sole. Eppure Tarasco conosce bene il versetto evangelico: “La pietra scartata diventa pietra d'angolo”, dove tutto confluisce e da dove tutto si diparte.
Michele Cristella
Fonte: Corriere del Giorno