Un uomo solo. In meno di un anno l’Amministrazione del ginecologo Gaetano Tarasco s’è liquefatta, a sinistra e a destra. Eppure seguiva al decennio di Rocco Ressa, che ha sedato tutte le sue numerose tempeste, quindi ereditando un programma e un “modus operandi”.

 

E dunque che cosa si legge nell’anatomia di questo fallimento precoce? Più delle controversie, dice l'humus nel quale le controversie sono germinate. A destra uno ha imposto e gli altri subito un veto prima alla persona, poi al leader naturale per i gradi acquisiti sul campo, (Donatello Borracci) a capeggiare l’alleanza. Si pone e subisce un veto solo in un contesto più tossico di quello inondato per un cinquantennio dall’Italsider e dall’Ilva. Oggi fra i cinque eletti della destra, in gruppi di tre, uno e uno regna il cagnesco. Il centrosinistra non aveva un leader riconosciuto da tutti e, oltre i suoi aspiranti candidati sindaci, scelse un signore che riempiva il suo giorno con lavoro, religione e beneficenza, estraneo alla politica, Gaetano Tarasco, che mancò la vittoria al primo turno per tre voti. Il centrosinistra, stremato dalle sue vecchie turbolenze e da reciproca diffidenza e vittorioso grazie a Tarasco, invece di darsi un quinquennio sabbatico affidandosi fiducioso alla insospettabile buona fede del sindaco e, se del caso, aiutandolo nella sua ricerca di operare secondo giustizia, ha scatenato le sue vecchie tempeste e lo ha sballottolato di qua e di là. I motivi di litigio sono stati tutti di lana caprina, pretesti per vecchie e nuove ruggini, fino a giungere ad un Consiglio comunale in cui il Pd detta al sindaco un’acrimoniosa agenda e il sindaco elenca i tristi diktat impostigli. Togliendo l’estate e le feste, l’amministrazione Tarasco è andata in frantumi in pochi mesi e, semmai accadrà, sarà rabberciata alla meno peggio. Ma da chi è popolato questo centrosinistra? Da due candidati alle Camere, Antonio Scalera, già consigliere regionale, e Rocco Ressa, già sindaco, quindi entrambi con nozioni ed esperienza più vaste di quelle da “strapaese”, del proprio maleodorante pollaio. Insieme con costoro una pletora di comparse, più o meno appariscenti. Ma, le strutture del palcoscenico sono costituite da un partito più scomparso che smarrito, l'Udc, e da un partito nella fase acuta della sua quasi secolare sindrome suicidaria, il Pd: partiti con un passato nebuloso e manchevoli di una meta. I quali, per restare nelle nebbie e nel deserto, hanno cercato un re travicello, un brav’uomo che con la sua bonomia coprisse le loro combattive inconcludenze. E nell’essersi fidato di partiti e partitanti privi di ragion d’essere sta la fatale imprevidenza di Tarasco, già spiegata e già nota ai rarissimi politici che leggono testi di politica. Tarasco ha accettato d’essere il machiavelliano “profeta disarmato che presto ruina” (Il Principe, cap. VI). In parole correnti Tarasco è andato alla guerra della politica disarmato, senza un partito e senza consiglieri e fu così onesto da incorrere in una “fessaggine”: con i suoi molti voti avrebbe potuto eleggersi tre o quattro consiglieri, lasciando fuori altrettanti partitanti, invece per essere equanime verso tutti i candidati è rimasto solo. Un libro caro a Tarasco, la Bibbia, dice: “Guai a chi è solo”. Non per evitare guai, ma per continuare ad essere benefico dove gli è possibile, nel suo ambulatorio, non gli resta che lasciare la politica ai politici e tornare a fare ciò in cui eccelle: il bene con la gratuità.

 

Michele Cristella

Fonte: Corriere del Giorno