Nasce Palagiano.
La distribuzione delle fosse tombali in diversi punti del territorio ci convince ad ammettere, sempre con crescente sicurezza, per Palagiano una società preminentemente dedita all'agricoltura e alla pastorizia, in quanto appoggiata a piccoli nuclei abitati, che dovevano avere press'a poco la struttura di un'attuale masseria.Una certa intensificazione demica, però, ci fu inizialmente oltre che a Cozzo Marziotta, a Savagnano, a Conca d'Oro, a Difesella, al bel centro dell'attuale nucleo abitato.Diversamente un altro gruppo di persone appartenente a famiglia altolocata o più fine vi stazionò presso Fontana del Fico.Quelle che erano quindi nella fase primitiva delle casupole sparse nell'ubertosa plaga palagianese incominciarono a darsi una certa fisiono­mia di aggregato urbano quando Taranto, anche se polo attrattivo di coloni, divenne un'area di ristrettezze e di competizioni di razza fra i suoi abitanti, troppo numerosi e troppo assiepati nel cerchio delle sue mura.E’ storicamente accertato che, costretti da queste ragioni, non pochi in quel tempo uscirono dalla città bimare in cerca di convenienti contrade, su cui piantare le dimore, indipendenti, autonome e protette dai propri penati. Ci fu quindi l'addensarsi del popolamento su tutta la pianura jonica, fra il mare e le alture, da Taranto fino a Metaponto. Siamo duecento anni dopo Fàlanto (Cfr. F. Lenormant, op. cit., pag. 27), periodo localmente difficile per l'emigrazione tarantina e per la riscoperta accanita degli indigeni, o meglio, dei popoli che già avevano arretrato i loro confini sulla linea delle alture. (Cfr. A. Martini, Breve storia di Taranto, Fasano, 1960, pag. 17).Allora, arrivando da Taranto altre genti e non trovando essi spazio e lavoro nelle campagne, si andarono ad unire ai pochi che erano là, nell'area in cui adesso si trova Palagiano, e propriamente nel punto nodale delle strade che a raggiera arrivavano da Massafra, da Petruscio, da Mottola, dalla Gravina di San Biagio (Palagianello) e dal mare. Qui si creò un nuovo ambiente con prevalenza di attività artigiane e commerciali.
I cavalli della pianura jonica.
La costanza dei Tarantini a dover sopportare il sacrificio di tante aspre lotte con le popolazioni limitrofe, comunque, doveva essere confortata sia da abbondanti raccolti che da facili e ricchi allevamenti di animali, specialmente di cavalli.Giustamente si tramanda che Alessandro Magno nel suo esercito aveva un gruppo speciale di cavalleggeri, i quali gli rendevano semplici ed affrontabili diverse operazioni di guerra nelle pianure dell'Asia. Li chiamava «squadroni tarentini». La caratteristica che faceva distinguere tali soldati dagli altri simili dei Greci, proprio secondo le remote consuetudini delle più antiche genti illiriche della sponda oltre l’Adriatico consisteva in questo: ciascun uomo sapeva condurre nello stesso momento due cavalli. Per tale modo di esercitazione, quando il conducente avvertiva che il suo animale era stanco o ferito, riusciva a cambiare montatura durante la corsa, senza rallentare o porre piede a terra. Di certo questi ardimentosi militari non potevano essere reclutati che dai luoghi circonvicini a Taranto, fra quei giovani che si vedevano nascere e crescere nelle attività di allevamento degli equini.Il loro esempio fu anche apprezzato ed imitato strategicamente da Filopoimene, quando riportò la sua vittoria su Nabis e su Marcianide, (Cfr, F. Lenormant, op. cit., pag. 44).

 

Come sono figurate alcune monete greche del tarantino.
Una testimonianza di quest'eccellente attività equestre dei Tarantini arriva fino ai nostri tempi attraverso le figure delle terrecotte e soprattutto delle numerose coniazioni numismatiche di Taranto stessa.  Anzi su molte monetine, di bronzo e di argento, fu inciso anche il nome di alcuni fra i più bravi cavallerizzi di quella gente: Aristis, Likinos, Histiar, Filotas, Agatarcos, Zefiros, Leon, Kinon, Zeneas, Aristokles, Filomenos, Filiskos, Herakletos, Apollonion. (Cfr. M.P. Vlasto, The Collection of Tarentine Coins, Illinois, 1977, da pag. 93 a 103). Tali nummi, conservati nel Museo Nazionale di Taranto, sono stati trovati nelle campagne di Mottola, ma non v'è dubbio che esemplari del medesimo tipo, abbastanza diffuso, sono stati trovati anche in Palagiano, perché anche qui usati nel 3° secolo avanti Cristo.

 

Messapi e Peuceti contro Tarantini e Reggini.
Ma a tanta gloria conquistata da mercenari o da soccorritori in altri eserciti, i cavalleggeri di Taranto non seppero aggiungere la soddisfazione del risultato nella più decisiva battaglia sostenuta dal loro paese contro i Messapi e i Peucezi nel 473 avanti Cristo. La battaglia avvenne nell'area di settentrione del territorio di Mottola (Cfr. F. Lenormant, op. et., pag. 28) e in questa circostanza rimase ancora una volta indiscusso il loro valore.E veniamo ai fatti.Era capitata l'occasione che i Medi avevano invaso la Grecia. I campioni, o meglio, gli squadroni militari tarantini, quindi, furono mandati in aiuto della madre patria.Scaltramente i Messapi e gli Japigi pensarono che quello era il periodo opportuno per annientare Taranto che, come un riccio, da secoli li aveva molestati senza essere mai domata.I Tarantini, intuita la mossa, per affrontare la minaccia chiamarono quelli di Reggio (nella Calabria).Gli eserciti si affrontarono in una lotta così aspra, che Erodoto la definì come la più sanguinosa sostenuta dal popolo greco nelle terre delle sue colonie, nella Magna Grecia.Messapi e Peuceti sfondarono nella linea degli avversari e riuscirono a staccarli in due tronconi. Poi il risultato risolutivo.L'incuneamento decisivo, come abbiamo accennato, avvenne nei pressi di San Basilio di Mottola, nella pianura della Contrada Matine. (Cfr. E. Mastrobuono, Castellaneta e il suo territorio dalla Preistorica al Medio Evo, Bari, 1943, pag. 87). Si pensa che i soldati in fuga, oltre 20 mila, presero due direzioni. I Tarantini andarono per il lato orientale della collina di Mottola, lungo le alture dei boschi della Murgia, fino a Taranto; i Reggini per la pianura ad occidente dell'acrocoro di Mottola, rasentando il precipizio della Gravina di Castellaneta, calarono nella zona di Palagiano. Fu una gran confusione, la valanga arretrante travolse le forze di riserva negli alloggiamenti reggini, stabiliti nel territorio servito dal tratturo sottomontano (poi via Consolare Appia) che collegava anche i villaggi di Massafra e di Castellaneta, con scarsissime probabilità di scampo alla triste sorte, perché l'inseguimento s'allungò fino a Reggio. Si dice che dei Reggini perirono 3.000 uomini e dei Tarantini tanto di più che si ebbe vergogna di dire il numero.Dopo questa disastrosa guerra Taranto perse il suo dominio e certamen­te lasciò ai Peuceti e ai Messapi il controllo e il godimento della pianura jonica, perché si conoscono tentativi di rivincita nel 463, nel 460 e nel 450 avanti Cristo.Verso quest'ultima data Taranto si dotò di un territorio più vasto, per cui è da ammettere anche Palagiano nel suo dominio.Infatti in questo periodo ci fu un incremento demografico della crescente cittadina palagianese con tangibili percussioni nel commercio e nell'agricoltura, attività contrastate ed invidiate da tutte le genti locali, specialmente dai confinanti Peucezi.La serrata degli indigeni pertanto rimase ferrea e non permise subito l'egemonia di Taranto al di là delle alture che coronavano il suo golfo. (Cfr. J. Bérard, op. cit., pagg. 168, 169).
Pirro.
Secoli di lotte, con perdite e con vittorie, con alleanze e con sopraffazio­ni, permisero a Taranto di raggiungere il predominio di quasi tutto il Meridione d'Italia.Ma dal Lazio, con le stesse mire espansionistiche, arrivavano i Romani. Maturò il contatto inevitabile fra le due forze.Espedienti e provocazioni da parte dei Romani costrinsero i Tarantini alla guerra.Avendo pertanto constatato il gravissimo impegno dello scontro di dubbio risultato, i Tarantini nel 3° secolo, decisero di chiamare in loro aiuto il più forte condottiero del tempo.Fecero venire l'esercito dell'Epiro (oggi Albania) comandato dal re Pirro, molto esperto nell'arte militare, dotato di tanto coraggio e ricono­sciuto di indiscusso valore. E a questo loro paladino promisero subito il comando di 350 mila fanti e di 20 cavalieri reclutati fra Bruzi, Lucani, Messapi, Sanniti e Tarantini.Nella primavera del 280 avanti Cristo Pirro era a Taranto con altri suoi soldati: 23 mila fanti, 4 mila cavalieri, 250 arcieri e 50 elefanti.Un sì grosso esercito stazionò nelle campagne intorno alla città minacciata.Per dar posto a tanti soldati furono sfruttati casali e villaggi, casupole e grotte insieme ai disponibili attendamenti. Se tracce del passaggio di Pirro sono rimaste, per un tesoretto di monete argentee, in San Sabino, un villaggio di caverne sulle alture di Mottola, è da ritenere che proprio nella pianura sottostante, ivi compreso anche il territorio di Palagiano, egli organizzò le sue truppe prima di marciare verso Eraclea (area poco ad occidente dell'attuale Metaponto), dove l'attendevano i Romani.La manovra di un grosso contingente di uomini, di cui disponeva quel condottiero, richiedeva senz'altro lo sfruttamento della pianura e non dell'altipiano, dove c'erano da superare gravine e burroni. Fra l'altro ciò gli era imposto soprattutto dalla presenza del reparto degli elefanti.

 

Le battaglie sostenute da Pirro.
I  Romani si erano attestati abbastanza bene sulla loro linea di sbarra­mento presso Eraclea. Ma le forze soverchie di Pirro, anche se con notevoli perdite, li travolsero e li misero in fuga.Ritornato su queste contrade d'intorno a Taranto, Pirro si organizzò come meglio poteva, in attesa di una richiesta di tregua da parte di Roma. Tuttavia i Romani, contattati da Cinea, rifiutarono ogni accordo e caddero in una seconda sconfitta ad Ascoli Satriano. Però, dopo le vittorie, con la sola disfatta di Malevento (oggi Benevento) Pirro fu costretto ad arretrare verso Taranto per rinforzare e ricomporre la sua armata.Il   console romano Valerio Lavinio presidiava intanto la Lucania.
Lo seppe Pirro e allargò il suo viaggio di ritorno evitando quella zona.Giunse nelle campagne delle Murge, fra Gioia del Colle, Castellaneta e Mottola. Qui, da inseguitore già l'attendeva Curio Dentato. (Cfr. V. Di Vito, Puglia e Basilicata, Milano, 1967, pagg. 82, 83).Gli storici antichi, fra cui L. Florio nel Libro 18, hanno scritto precisando «sul rialzo prima della pianura di Taranto, dove aveva lasciato gli accampamenti con soldati degli alleati, ritenuti come riserva».Noi, analizzata attentamente la descrizione del fatto, siamo propensi a credere che l'ultimo combattimento fra partigiani di Taranto e Romani avvenne nella pianura delle Matine, nei pressi dei boschi di San Basilio, come fu per i Messapi e i Peucezi nel 473 avanti Cristo, perché quello è l'unico spazio piano prima di scendere verso Palagiano e Massafra.Nonostante la sorpresa, Pirro stava avendo fortuna. Ma un banale incidente invertì le sorti.Un dardo colpì la testa di un elefantino degli arcieri epiroti. L'animale irritato dal dolore, incominciò a barrire e a correre, sfuggendo al suo conducente.All'improvviso si verificò un disordine nello schieramento, anche perché l'elefantessa madre, che si trovava un po' distante, gettati a terra gli uomini della torretta, avanzò veloce in direzione del suo piccolo.Del trambusto, proprio nella fase di contatto, approfittò Curio Dentato forzando la manovra sul nemico che aveva perso l'ordine necessario alla battaglia.Si dice che vi perirono dai 23 mila ai 30 mila uomini di Pirro. (Cfr. L. de Vincentis, Storia di Taranto, Taranto, 1878, Vol. II, pag. 49; A.P. de Quarto, Annales et Commentaria Urbis Tarenti, Taranto, 1973, pag. 42). Era arrivato l'anno 274 avanti Cristo. Dopo questa data tutta la Puglia potè diventare romana.
Annibale.
Alterni periodi videro Taranto sotto il dominio dei Romani dalla ritirata di Pirro alla fine delle Tre Guerre Puniche.Pertanto si dice che i Tarantini stavano da una quarantina d'anni sotto l'aquila imperiale, quando un turbine portava una nuova tempesta fra le genti d'Italia. Arrivarono i Cartaginesi.Era la II guerra Punica (219-202 avanti Cristo), cioè la lotta dell'odio personale di Annibale, un africano di Cartagine, contro l'Impero di Roma.Comunque andarono le sue imprese, da Sagunto (in Spagna) al Ticino, alla Trebbia e al Trasimeno, sempre vittoriose, a Canne Annibale fece molti prigionieri tarantini, assoldati dai Consoli romani e li lasciò liberi.Gli ostaggi di Taranto trattenuti a Roma, avendo saputo della disfatta di Canne, tentarono la fuga. Ripresi, furono amaramente torturati. Ciò indignò l'intera cittadinanza tarantina da decidere di passare dalla parte cartaginese.Annibale, che nel frattempo era accampato a Capua, 214 avanti Cristo, con tre giorni di marcia arrivò a Taranto e scelse come accampamento le contrade vicine. Stette nei pressi di Petruscio, ovviamente per volgere lo sguardo su tutta la pianura sottostante, fino al mare.I suoi 10 mila uomini cercarono appoggio nei dintorni.Scrive Polibio (Cfr. Polibio, op. cit., Libro Vili, Capitolo 28) che al pomeriggio i Numidi, trovandosi lontani da Taranto circa 120 stadi, bivaccarono presso un fiume difficile ad indicarsi e scorrente fra gli argini di un burrone.Considerando quindi che Annibale era passato da Salapia, località presso Foggia, e non trascurando la misura dell'effettiva distanza che intercorre fra la città bimare e l'area della stazione ferroviaria di Palagiano-Mottola, come pure il valore di 22 chilometri esatti ottenuto dai 120 stadi (uno stadio è equivalente a m. 184,717), è molto presumibile che il punto descritto dallo storico Polibio (203-121 avanti Cristo) sia la parte bassa di Petruscio, la zona che si confonde in Contrada San Marco dei Lupini di Palagiano, nodo strategico per la determinazione di uno schieramento tattico-difensivo e la previsione pessimistica di una ritirata non disastrosa attraverso varie direzioni di movimento. Con pochi stadi quel condottiero dei Numidi poteva salire sulla collina e scrutare un largo orizzonte e rendersi conto dell'avanzata di eventuali truppe dalla pianura. Più specificatamente, in caso di imprevisti poteva scegliere la direttrice istimica che dai tempi preistorici servì a collegare lo Jonio all'Adriatico attraverso Mottola e Monte Sannace, oppure tentare sugli antichissimi tratturi verso Matera e il Metapontino quando le altre vie gli riuscissero inopportune.Quindi è possibile che proprio fra i piccoli caseggiati di Palagiano, e in maggior parte nel punto in cui ora sorge l'abitato, vi sostarono le milizie cartaginesi; quando pure è pensabile che con la forza o con la simpatia dell'ospitalità gran parte di questi numerosi soldati trovarono appoggio nelle grotte e nelle gravine contermini, fra Palagianello, Casalrotto, Petruscio e Massafra.In queste contrade, come opina Jacopo Antonio Ferrari (Cfr. J.A. Ferrari, Apologia paradossica, della Città di Lecce, Lorenzo Capone Editore, Lecce, 1978, pag. 196) le truppe di Annibale vi stazionarono dal 212 al 207 prima dell'Era Volgare, lasciando infine il ricordo del loro passaggio in quella Mansio Afrorum, che poi avrebbe dato anche il nome al luogo di Massafra. (Cfr. L. Giustiniani, Dizionario Geografico Ragionato del Regno di Napoli, Napoli, 1803, Tomo IV, pag. 175; P.A.S. Putignani, Storia minore, Taranto, 1971, pag. 121; M. Lupo, Monografia..., op. cit., pag. 32; M. Lentini, Mottola e la sua storia, Taranto, 1935, pagg. 30, 31; P. Lentini, Storia della Città di Mottola, Mottola, 1978, pag. 29).Dopo la battaglia di Zama (202 avanti Cristo), che decretò la sconfitta e la fine di Annibale, Taranto divenne definitivamente romana e sede della Provincia Salentina, con un Pretore al suo governo.


Fine della civiltà greca.
Le cittadine dell'entroterra, fra le quali Palagiano, insieme a tutte le altre località che avevano ancora pensato ad un ennesimo sganciamento dal dominio dei Romani e ad un'autonomia, dovettero eseguire la sorte di Taranto e sottostare definitivamente ai nuovi conquistatori.Comunque iniziò una diversa era in cui ogni piccolo centro trovò la prosperità.E Palagiano non si dimostrò inferiore alle altre borgate cogliendo profitto culturale, economico e demografico.Nella Storia finisce al 2° secolo avanti Cristo il periodo della Civiltà greca per Palagiano.

Noi diciamo solo politicamente, perché la testimonianza di quella cultura ha resistito e resiste a tutte le forze del tempo rimanendo tramandate nello spirito delle genti che abitano il suolo di questa cittadina e nelle loro vestigia. Così l'eco di un nobile passato riluce a noi e ai posteri tutti nell'indole e nell'orgoglio dei Palagianesi, nonché attraverso i manufatti in rovina e attraverso i finissimi corredi dei ritrovamenti archeologici del luogo.

 

 

 

Pasquale Lentini, in "Tasselli di storia palagianese".