I Tessali.
Quando arrivarono sulle sponde joniche masse di coloni più consistenti non s'inserirono solo nella città di Taranto, ma preferirono posti più tranquilli per svolgere attività più indipendenti e per mantenere più pura la propria etnia.E’ il caso dei Tessali, certamente ex Pelasgi, ricordati con un angolo di spiaggia limitrofa a quella di Palagiano, l'attuale «Riva dei Tessali», avvenuta proprio al decrescere del 7° secolo avanti Cristo.
Il tempio della dea Pale.
Ruderi di opere in muratura isodoma, greche o meglio achee, si rinvengono un po' dovunque nell'area tarantina. E, come scrisse Virgilio nel secondo libro delle Georgiche (Cfr. Virgilio, Georgiche, w 195 -197), se ti interessa guardare campagne che un tempo furono accoglienti dimore di pastori intenti a vigilare enormi e numerosi allevamenti di equini, di greggi, di armenti e di caprette dirigiti fra i campi meravigliosamente coltivati nelle fertili pianure dei pressi di Taranto.Da questa citazione non è, d'altra parte, possibile estromettere il territorio di Palagiano, dove per ringraziare gli dei, si dice, vi fu eretto anche un tempio dedicato alla dea Pale.A tal proposito scrisse Giacomo Arditi: «Palagiano, lo dicono in antico un luogo di erbosa e grassa pasciona, perciò frequentato da pastori e da greggi, e che per tal cagione vi esistesse pure un tempio dedicato a Palete, loro dea tutelare. Ovidio, parlando di questa diva del paganesimo, ci descrive le feste, le offerte e i sacrifici che i pastori gli (sic) dedicavano nelle campagne il 19 aprile». (Cfr. G. Arditi, Corografia fisica e storica della Provincia della Terra d'Otranto, Bologna, 1979, pag. 464).L'ubicazione di questo tempio di Palagiano è andata perduta. Ma per quella tradizione propria di tutto il Meridione e della Puglia in particolare del demolire per riedificare, del togliere il maestoso per proporne uno nuovo, del negare ogni valore al vecchio per darlo al nuovo, ci viene da presumere che il tempio della dea Pale si doveva trovare dove è oggi la parte più antica di Palagiano, verosimilmente nel punto in cui adesso sorge il castello, alle spalle della chiesa matrice di San Rocco.A questo punto saremmo molto grati a coloro i quali, avendo avuto notizie più precise a tal riguardo, ci dimostrassero la falsità della nostra congettura.Inoltre siamo a conoscenza dello scritto di Francesco Caramia (Cfr. F. Caramia, Memoria isterica di Mottola, 1819, pag. 2) e della stampa di Girolamo Marciano di Leverano (cfr. G, Marciano, Descrizione Origine e Successi della Provincia d'Otranto, Napoli, 1855, cap. 2°, pag. 436), vissuto fra il 1571 e il 1628, i quali vogliono, senz'ombra di dubbio, che «nell'appendice australe del colle, miglia tre distante da Motula (Mottola), si trova Palesanello, piccolo castrello nato dalle rovine di Motula, ov'era il piccolo tempio della Dea Pales».
Come sono spariti gli edifici greci.
La perdita di questi edifici sacri è dovuta proprio al modo di costruire dei Greci e alla preziosità del materiale impiegato in una zona distante dalle cave.Sicché, innalzate le maestose costruzioni con grandi blocchi uniti a secco, senza calce o cemento, ma con incuneazioni di metallo o di legno (Cfr. J. Riedesel, Nella Puglia del 700, Capone, Lecce, 1979, pag. 123), col passare del tempo, o per l'incuria o per il passaggio d'invasori o per terremoti o per l'infelice scelta del sito è stato facile vederle finire in un ammasso di rovine, le quali divenivano quasi sempre la fonte di recupero nell'esecuzione di successive opere murarie in posti vicini o sulla stessa area delle primitive fondamenta.A poco a poco di tanta gloria, dunque, non rimaneva che un piccolo cumulo di polvere che in breve decorrere di tempo era destinato a sparire pur'esso.
Contrade e reperti.
Ma se per Palagiano vennero meno i casamenti e i templi, altra testimonianza dell'antica civiltà del nostro ambiente è arrivata fino ai tempi nostri. Consiste questa in una vasta serie di fittili, molte volte in frantumi, di monete, di pezzi di sarcofagi.Sono resti che di tanto in tanto vengono alla luce sotto i grossi aratri dei trattori, occasionalmente, durante lo svolgimento di lavori agricoli. In questo caso, anche per Palagiano come per altri comuni della provincia jonica, diventa impossibile compilare un elenco dei piccoli proprietari, scopritori e talvolta inconsapevoli artefici di grosso danno archeologico. Costoro, quasi sempre, si nascondono nel silenzio, sottovalutando, per inesperienza, la mole del danno recata alla storia del loro paese. Tanto è vero che, senza malizia, grossi pezzi di pietre tombali di frequente si vedono sbarcati lungo i confini dei poderi, sul limitare dei sentieri di quasi tutte le contrade palagianesi. Se ne può avere prova passando per le strade immediatamente vicine alla sorgente di Fontana del Fico.E un fatto eccezionale la divulgazione di un ritrovamento.Purtroppo anche in questi fortunati casi non si fa opera di sensibilizzazione e di cultura fra i cittadini dell'ambiente che ha dato la sua testimonianza storica. Usualmente la notizia è relegata a pochi righi di un quotidiano, che in un paese come Palagiano, per esempio, passa per le mani di poco più di un centinaio di lettori.Allora anche i cultori di memorie locali si trovano in difficoltà e sono costretti a rimediare frugando nelle pagine delle pubblicazioni di testi in cui le notizie, rivestendo spazi più ampi, si presentano laconiche.E’ il caso della citazione seguente, che noi abbiamo appreso da un libro per turisti.Fra quelle pagine, nell'itinerario della Civiltà Achea, in provincia di Taranto, fra le altre sei cittadine, troviamo un cenno interessante per Palagiano. Noi, per rispondere alla curiosità degli appassionati di questi ricordi antichi, trascriviamo le parole testuali.
Individuazione dei ritrovamenti sul territorio.
Abbiamo voluto indicare qui di seguito con brevi cenni, quasi come in uno schedario le contrade e i beni rinvenuti in esse durante i ritrovamenti di Palagiano.Le nostre fonti sono da ritenersi estremamente scientifiche. Si tratta di tante pubblicazioni, fra le quali è da includere una recente ed importantissima: F. Blandino, M. Carobbi, A. Fornaro, G. Trovato con la consulenza storica di C.D. Fonseca, Ricerche sull'assetto del Territorio, Taranto, 1981.Per coloro che vogliono approfondire gli argomenti, di volta in volta, citeremo altre fonti, ma a questo punto, per quanto accennato poc'anzi, sappiamo di non essere completi anche nell'elencazione. Per questo chiediamo venia ai più esigenti: le nostre capacità sono umane e non trascendentali.Per non stancare e rinviare ad altro tempo, nell'elenco che segue si troverà pure qualche citazione di reperti databili in epoca seguente il 3° secolo avanti Cristo, la caduta di Taranto in mano dei Romani, limite fissato a questo nostro lavoro. Lo abbiamo fatto per far sapere ai nostri lettori che tutto ciò che vi manca, pur del Paleolitico, pur dell'Età Arcaica e seguendo del Tardo Antico, non è stato censito; è rimasto celato nel silenzio non per volontà degli studiosi o degli organi preposti alla salvaguardia dei Beni culturali, ma di chi non li ha informati.Invece, volutamente, abbiamo omesso le notizie su Cozzo Marziotta, inserito nel quadro relativo al tempo compreso fra il Paleolitico e l'Età del Ferro, perché di quest'angolo archeologico abbiamo già trattato abbastanza.
Palagiano presso villa comunale.
Nel 1963, durante alcuni lavori di sistemazione del territorio, ad oriente di Palagiano, lungo la strada che porta in Contrada San Marco dei Lupini, ad appena 500 metri dalle ultime case dell'abitato, furono rinvenute quattro tombe a fossa, databili fra la fine del 4° e gli inizi del 3° secolo avanti Cristo.
Contrada Parete Finto.
Sul lato sinistro della vecchia strada che, dall'antica Palejanum mena a Palagianello, in Contrada Lamaderchia e precisamente nel podere del sig. Vincenzo Natale, nel 1911 Marco Lupo trovava le rovine di un recinto rettangolare (m. 56 x 40) in opera reticolata, «opus reticulatum», databile in un periodo compreso fra il 2° e il 1° secolo avanti Cristo. E’ stato considerato come la parte rimanente di una «grande vasca» per la raccolta delle acque piovane.
Contrada Fontana del Fico.
Nel 1969 in Contrada Fontana del Fico venne alla luce un sarcofago sormontato da un tempietto, «naiskos». Il corredo funerario comprendeva vari oggetti di bronzo e alcuni vasi databili al 4° secolo avanti Cristo.
Contrada Savagnano.
Si sa che nel 1970 alcuni tombaroli depredarono una ventina di tombe a fossa, le cui caratteristiche le fecero ascrivere all'Età Classica, dalla Contrada Savagnano, ov'era un'area cimiteriale.
Contrada San Marco dei Lupini.
Nel 1953, in Contrada San Marco dei Lupini, ma ad appena 500 metri dall'area cimiteriale di Contrada Savagnano, quasi lungo il margine dell'antico tracciato della Via Consolare Appia, furono scoperte varie tombe a fossa, caratterizzate da lastroni di copertura e da un interessante corredo databile dal 4° al 3° secolo avanti Cristo.
Contrada Difesella.
Durante il 1956, presso Masseria Difesella, quasi al confine con il territorio di Palagianello, fu trovata casualmente una piccola area cimiteriale. Nelle diverse tombe c'erano manufatti vascolari databili fra il 4° e il 3° secolo avanti Cristo.
Contrada Conca d'Oro.
Ancora nel 1956, per puro caso, vennero scoperte diverse tombe antiche in una piccola area cimiteriale presso Masseria Conca d'Oro, a circa 7 chilometri a Sud-Ovest di Palagiano. Il corredo comune di quelle fosse era costituito da vasi dipinti a vernice nera e appartenenti ad un periodo fra il 4° e il 3° secolo dell'Era Volgare.
Contrada Conocchiella.Nel fondo Mignone, presso contrada Conocchiella, a 2 chilometri a settentrione del ritrovamento di Conca d'Oro, nel 1946, mentre si effettuavano lavori di sterramento, vennero alla luce due tombe di epoca remota. Di entrambe non si potè ricavare il corredo funerario, per cui fu impossibile riferirsi ad una datazione.
Contrada Ponte di Lenne.Vicino al Ponte sul Fiume Lenne, a circa 3 chilometri a Sud-Ovest di Palagiano, nel 1955, durante l'esecuzione di lavori di trasformazione agraria, vennero alla luce due arche di pietra dei tempi antichi. Da una fu recuperato un corredo di manufatti d'argilla databili ai primi decenni del 5° secolo prima della nascita di Cristo.Le due tombe, per i reperti, sembrano come le più antiche rinvenute nel territorio di Palagiano fino ad oggi. A circa un chilometro a mezzogiorno del ritrovamento del ponte sul Fiume Lenne, in Contrada Galliano, correndo il 1957, mentre si eseguivano alcuni lavori di campagna, fu rinvenuta una tomba a cassettone con un corredo di vasi del periodo compreso fra il 4° e il 3° secolo avanti Cristo.
Masseria Marziotta.
Proprio presso la Masseria Marziotta, a circa 900 metri ad oriente del preistorico Cozzo Marziotta, nel 1960 venne alla luce una tomba a cassa con un interessante corredo. Conteneva due terrecotte figurate ed un bellissimo vaso dipinto a vernice nera. Per i reperti il ritrovamento fu datato del periodo compreso fra il 4° e il 3° secolo avanti l'Era Volgare.
Nel Museo Nazionale di Taranto.
A titolo di curiosità abbiamo voluto constatare il numero dei ritrovamenti archeologici di Palagiano permessi alla conoscenza di un vasto pubblico. Il risultato è scoraggiante: appena una dozzina.Di queste almeno una decina hanno la data della scoperta catalogata fra il 1946 e il 1970. Essendo però intensiva l'opera di trasformazione agraria in tutto il territorio appartenente al paese proprio per l'applicazione di tecniche moderne e per la facilità di poter disporre di trattori agricoli di grosse capacità, ed essendo inoltre il suolo sondato dai mezzi meccanici insino a profondità mai raggiunte dal contadino palagianese dai tempi più remoti fino ai giorni nostri, è quindi da presumere senza possibilità di smentita che molte altre testimonianze storiche sono emerse da altri occasionali rinvenimenti, senza che sia stata data la notizia alle stampe contemporanee o senza che siano uscite dal segreto solito della famiglia dell'agricoltore e dell'aratore.Proprio per queste ragioni, di tanto in tanto, in piazza, cittadini che operano nelle campagne di Palagiano dicono di possedere statuette «dei tempi antichi» e di aver trovato cocci e vasi d'età remota, di epoca greca, di civiltà romana. Qualcuno si rende talvolta più particolareggiato vantando, ma non sappiamo se dice il vero, perché la sua testimonianza non supera il limite della parola, persino il ritrovamento di monetine o di altri piccoli oggetti appartenuti alle genti che in diverse epoche hanno dominato la Puglia.Sicché non è da meravigliarsi se molto esigui sono i reperti di Palagiano finiti provvidenzialmente nel Museo Nazionale di Taranto e se la storia cittadina non s'illumina abbastanza del pregevole suo passato.
L'inumazione.
Risulta di interesse la considerazione dell'uso di seppellire i morti da parte dei Greci antichi per determinare quale specifica etnia occupò o vi abitò il territorio palagianese nel tempo meno conosciuto, prima dell'arrivo dei Romani.Dalle nostre osservazioni ricaviamo che debbano essere esclusi del tutto gli Spartani, anche se proprio questi ebbero più a lungo l'egemonia tarantina.Infatti costoro avevano il costume di inumare i defunti entro le mura della città. (Cfr. F. Lenormant, op. cit., pag. 107).Gli Achei, invece, sotterravano i morti non solo fuori l'abitato, ma anche in un luogo esposto ad oriente. (Cfr. Luigi Galli, Storia di Laterza, Edizione 1974, pagg. 18, 19).Conferma la diversificazione di queste abitudini di popolazioni ci viene da Polibio, ultimo scrittore della Grecia libera, vissuto nel 3° secolo avanti Cristo, quando tratta dei Tarantini.«Il lato orientale della città di Taranto, egli scrive, è pieno di monumenti funebri, perché ancora ai nostri giorni i morti vengono sepolti entro le mura, in obbedienza ad un antico oracolo. Si dice infatti che sia stato vaticinato ai Tarantini che ogni cosa sarebbe loro andata per il meglio se essi avessero abitato con i più; i Tarantini avendo interpretato l'oracolo nel senso che essi avrebbero goduto ogni bene se avessero tenuto i morti entro le mura, ancora adesso li seppelliscono all'interno delle porte». (Cfr. Polibio, Res Italicae, Libro Vili, Capitolo 30).Qualche aiuto a risolvere questo interrogativo può venire dallo studio dei reperti. Ma ciò potrebbe pur essere relativamente accertato, se si tien conto delle frontiere aperte al commercio fin dai periodi preellenici. Né alcun conforto ci viene dalle iscrizioni, perché le lapidi collocate a chiudere le fosse, come si rileva dai ritrovamenti, non hanno dato veruna iscrizione. Le conoscenze storiche, non solo si presentano lacunose, ma non possono essere applicate, in quanto si fermano solo ad insegnarci che dal Neolitico e con maggior diffusione nell'Età del Bronzo, l'uomo sentì il bisogno di conservare i resti del caro defunto. E usò prima uno scavo nella nuda terra, poi i pozzi ossari e infine le tombe. (Cfr. A. Jatta, La Puglia Preistorica, Bari, 1914, pag. 197).In più non si può aggiungere niente, neanche osservando la disposizione delle sepolture, più o meno profonde oltre i 2 metri e con i morti messi col capo ad oriente ed i piedi ad occidente, come pure in positura opposta. (Cfr. M. Lupo, Monografia storica di Mottola, Taranto, 1885, pag. 24).
Pasquale Lentini, in "Tasselli di storia palagianese".