IPOTESI SUL TOPONIMO.

Non abbiamo alcuna notizia storica sulle origini e sull'etimo del nome Palagiano. Tuttavia sono state avanzate varie ipotesi da alcuni studiosi di storie municipali.

Padre Adiuto Putignani parla di un'etimologia mitica «confacente alla natura del suolo e alla lussureggiante vegetazione. Luogo di fertili e vasti pascoli preferito dai pastori che qui conducevano i loro greggi anche per l'abbondanza delle acque che offrivano la possibilità di un facile abbeveramento. Religiosi e superstiziosi quali erano gli antichi, nei verdi pascoli costruirono un tempietto al dio Caprone, a Pan, intorno a cui menavano le greggi e si riunivano per i riti sacri. Col passare del tempo intorno al tempietto sorsero le prime abitazioni pastorali e il luogo da Pan si chiamò Panagiano e poi, per mutamento dell'enne in elle, Palagiano».

Il Coco sostiene invece che il toponimo sia derivato da Pale, antica dea alla quale i pastori che si erano stabiliti nel territorio avrebbero edificato un tempio.

Un'altra ipotesi più completa delle precedenti, ma sempre di ispirazione mitologica, fa derivare Palagiano dall'unione di due nomi di antiche divinità romane: Pale e Giano.

Queste tesi, a primo acchito, potrebbero avere una certa credibilità sia per il fatto che effettivamente l'attuale centro abitato di Palagiano è sorto sul tracciato di un antico accampamento romano, sia perché le due citate divinità, rievocano, per il loro significato, in maniera abbastanza efficace, non solo le caratteristiche del territorio della nostra cittadina ma anche il ricordo di una lunga presenza romana, storicamente documentabile e documentata, in questa zona dell'Italia meridionale.

Infatti, come riferiscono il Coco e il Putignani, il nostro è un territorio pianeggiante, molto fertile, adattissimo ai pascoli per l'abbondante dispo­nibilità di acque dolci indispensabili per l'abbeveramento delle greggi e degli armenti, quasi sempre baciato dal sole. Gli antichi Romani, che avevano denominato questa zona, nella quale avevano costruito una stazione per il cambio di cavalli e per le altre necessità di sosta, Statio ad Canales, adoravano Pale come la dea dei pastori, dei greggi e dei pascoli, in suo onore celebravano alcune feste dette Palilie o Parilie, il 21 aprile, ritenuto giorno anniversario della fondazione di Roma.

Giano, poi, fu pure con Vesta uno dei più antichi dei del Lazio e probabilmente il maggiore, come dicono le litanie dei Salii, che lo chiamano duonus cerus (buon creatore) e deorum deus (dio degli dei). Secondo Ovidio era il dio dell'anno,Ianus anni deus, e con tal nome si indicava anche il sole, onde era detto matutinus pater da Orazio.

La concezione del dio Ianus è strettamente collegata al significato della voce latina antica ianus per indicare «qualsiasi apertura che mette in comunicazione due luoghi attraverso un passaggio coperto: gli archi, o meglio, i fornici degli archi». A Roma si chiamavano iani le arcate attraverso le quali penetravano nel foro le strade che conducevano dalla campagna nel centro della città. Ianus, come ha espresso il concetto del passaggio da un luogo all'altro nello spazio, nel tempo è il limite fra la fine e il principio. In tal modo Giano fu ritenuto il protettore dell'inizio della vita di tutte le cose e ad esse fu legato nelle ricorrenze del calendario che segnano il principio. A questo punto qualcuno, prendendo a cuore il significato di ianus come «strada che dalla campagna porta verso il centro», potrebbe congetturare anche che il nome Palagiano sia formato da Pale e ianus, inteso nel senso di strada che porta al tempio di Pale, creduto esistente nel luogo.

Altri storici asseriscono che tutti i nomi terminanti in ano abbiano avuto come loro origine quello di qualche ufficiale romano, per cui nell'etimo, nella fattispecie, si dovrebbe ricorrere a rus Palagi, ossia campagna o podere di Palagio, un probabile condottiero romano. Anche Primaldo Coco accetta questa possibilità quando afferma: «Pare che in origine il nome Palagiano sìa stato un gentilizio romano».

Per altri studiosi avrebbe avuto origine dal latino palagium, variante di palatium, termine che dapprima indicò il palazzo imperiale costruito sul Palatino, a Roma, poi qualsiasi edificio destinato a reggia. Questo termine, in seguito, fu esteso a costruzioni grandiose, destinate a famiglie dell'ari­stocrazia e ad edifici pubblici.

Qualcuno pensa, infine, che Palagiano derivi da paludis e ianua che significano porta della palude.

La mia opinione è che nessuna di queste ipotesi sia esatta per le ragioni che dirò nell'esporre i risultati delle mie ricerche.

Innanzitutto si deve ritenere che un territorio così fertile e con le altre caratteristiche innanzi descritte, non poteva essere ignorato dalle popola­zioni della regione. Infatti queste furono sempre alla ricerca di luoghi accoglienti, dal clima mite, facili da coltivare, ricchi di pascoli, che potessero insomma offrire buone condizioni di vita e, grazie alla vicinanza del mare e alla posizione geografica che permetteva un'ottima comunica­zione con i popoli vicini, la possibilità di instaurare e mantenere rapporti commerciali sia con i popoli dei centri limitrofi sia con quelli che si trovavano al di là del mare Adriatico: gli Illiri e i Greci. Per queste considerazioni e soprattutto sulla scorta dei reperti archeologici posso affermare che sicuramente Palagiano fu abitata sin dai tempi più antichi e comunque molto tempo prima dell'epoca romana.

A mio avviso, anzi, il nome Palagiano è sicuramente di origine greca e risale al periodo della venuta dei Pelasgi (XIII sec. a. C.), che colonizzarono buona parte dell'Italia meridionale, o quanto meno al periodo della colonizzazione dorica di Taranto e del suo territorio (VIII sec. a.C.), anche se la zona di Palagiano era certamente abitata in precedenza da popoli autoctoni.

Il toponimo potrebbe derivare da “palinghenes”, cioè territorio rinascente o rigenerato; ma anche questa ipotesi, secondo me, è da scartare per il fatto che non riesco a spiegarmi da che cosa la cittadina o il villaggio sarebbe stato rigenerato e le cause di questo avvenimento.

Io, pertanto, avanzerò alcune altre supposizioni che mi sembrano più verosimili.

La prima è che Palagiano potrebbe derivare da “palaia' schene’” che significa antica tenda. Quasi sicuramente all'epoca presa in esame, in questa zona dovette esserci, a causa delle frequenti battaglie fra le tribù autoctone e le popolazioni che si spingevano alla conquista di queste terre, un antico accampamento. A sostegno di questa derivazione, c'è anche il fatto che, ancora oggi, nel dialetto vivo locale il paese è chiamato Palascèn, probabilmente dalla contrazione dei due termini suddetti prima in Pala 'schene e poi, perduta l'acca, in Palascèn.

Quest'ultima osservazione potrebbe avvalorare, però, anche un'altra ipotesi, secondo la quale il toponimo deriverebbe da pale = lotta e aschéin = esercitarsi, per indicare il posto dove gli Japigi, che occuparono queste terre prima ancora della venuta dei Dori, andavano ad esercitarsi nella lotta e negli altri esercizi ginnici anche con i cavalli, dei quali, essendo domatori e profondi conoscitori, si servivano egregiamente in battaglia. Ovviamente questi esercizi, per motivi di sicurezza, non potevano essere eseguiti nell'interno del villaggio, per cui i giovani e i guerrieri se ne andavano in quell'apposito campo.

Mi sembra tuttavia, che le due precedenti ipotesi non reggano molto in confronto a queste ultime che mi accingo a proporre e che ritengo le più realistiche e le più credibili per le considerazioni che seguono.

Se potessimo ritornare indietro nel tempo e fermarci al periodo della prima colonizzazione dei Pelasgi, ci troveremmo a constatare che la parte più bassa del territorio di Palagiano, cioè la zona delle paludi, era in prevalenza occupata dalle acque che scendevano dalle vicine alture di Mottola e di Palagianello e si incontravano con quelle marine dello Ionio, che col passare dei secoli si sarebbero andate ritirando lentamente. È possibile, pertanto, che i colonizzatori greci, per indicare il territorio, in particolare quello che comprende la zona delle paludi, molto praticamente com'era loro costume, abbiano usato sin dall'inizio il dativo plurale (irregolare) di pelagos, pelagheon, la cui traduzione letterale sarebbe «ai piani inondati».

Potrebbe, peraltro, essere degna di considerazione la mia ultima ma più significativa ipotesi, secondo la quale Palagiano sia stata originariamente denominata Palaión Faleron = antico porto, dal toponimo di una località a sud di Atene che ancora oggi si chiama Palaión Faliron e che è per l'appunto l'antico porto di Atene, ad Ovest del quale è situato oggi il nuovo porto di Atene, denominato Neón Faliron.

Ciò, per le caratteristiche territoriali analoghe che contraddistinguono i due paesi, come il territorio pianeggiante, la vicinanza al mare e la naturale vocazione dei due territori a porto marittimo. Successivamente il nome Faleron non sarebbe stato più usato per ragioni di ordine pratico e l'aggettivo palaión, neutro come il sostantivo faleron a cui si riferiva, sarebbe rimasto solo a designare questa località.

Molte conferme ritengo di avere individuato nell'origine e nell'etimo di alcuni altri nomi che stanno a significare caratteristiche specifiche dei luoghi che designano.

Paolo Locorotondo, ad esempio, individuando nell'antico abitato di Taranto la Scheria, favolosa terra dei Feaci, sostiene che, in seguito ad una ricerca etimologica dei vocaboli greci indicanti il fiume Galeso e l'isola di Scheria, entrambi rivelano lo stesso significato di quiete. Infatti Galeso derivante dal greco galeie esprime il senso di mare tranquillo, serenità, come Scheria da schein, infinito aoristo di eco, indica pure essere tranquillo, riposarsi, donde il vocabolo scolê  (= riposo).

Nella sua fantasia poetica Omero tenne pertanto presente, indicando la patria dei Feaci, il significato del fiume Galeso, ove Ulisse trovò il sospirato riposo, dopo la violenta burrasca sollevata da Nettuno. (Omero, Odissea, traduz. di Ippolito Pindemonte, Firenze 1903, libro V, vv. 564-568).

D'altra parte il poeta greco, accennando alla venuta di Nausitoo, padre di Alcinoo, nella Scheria, da Iperca, città siciliana, si riferiva evidentemen­te a Japige, che appunto nel 1280 a.C., giunge dalla Trinacria, anch'egli spinto dai venti per stabilirsi nella regione Tarantina.

Secondo me, un contingente di naviganti Pelasgi che si erano avventura­ti in mare alla ricerca di giacimenti di ferro (siamo all'origine dell'età del ferro), provenienti dalla penisola balcanica, sbattuti dalle tempeste, dopo lunghi giorni di mare e di ansiosa attesa, stremati e senza viveri, allo stesso modo dei marinai di Cristoforo Colombo, quando finalmente avvistarono la terra con urla di sollievo e di gioia gridarono: Ctón! Ctón! che significa appunto: Terra! Terra!

Il sito da allora prese il nome di Ctón divenuto poi Chiatona.

Una volta stabilitisi nella zona, queste genti dettero il nome ai due fiumi di Palagiano, denominando il primo Lenne da lemna = lente palustre e il secondo Lato da latos = pesce del Nilo.

Ritengo, infine, diversamente da tutte le altre ipotesi avanzate fin'ora dai cultori di storie locali, che il nome Mottola sia derivato dal verbo greco mocteo e dall'aggettivo olos.

I due termini, che significano letteralmente mi affatico tutto, contraendosi sarebbero divenuti Moctolos e successivamente, dopo diverse variazio­ni, Mottola.

A mio parere anche questo toponimo fu dato da un gruppo di Pelasgi che si stabilì sulla collina. Questi, avendo bisogno di un rifugio sicuro che consentisse loro una più facile difesa dagli attacchi di altre popolazioni, individuarono la sommità della vicina collina e, facendosi spazio tra le macchie e gli sterpi, la raggiunsero affaticando tutte le loro membra e per questo la denominarono Mottola. Tant'è che anche Marco Lupo, discor­rendo sulle antiche mura di Mottola, le fa risalire ai tempi pelasgici.

Ovviamente, a prescindere dalla minore o maggiore attendibilità di ciascuna delle anzidette supposizioni, non bisogna dimenticare che si tratta pur sempre di ipotesi, che niente e nessuno probabilmente sarà mai in grado di avvalorare con certezza assoluta, poiché i secoli hanno cancellato o modificato ogni traccia probante di questa enigmatica origine.

 

 

Giovanni Carucci, in "Tasselli di storia palagianese".