Nascita del latifondo. Madonna di Lenne e della Stella. Angioini e Svevi. Storia feudale di Palagiano. La secessione Aragonese. La Chiesetta. Lo stemma del Comune. Il principe Romanazzi.
Si è accennato ai primi colonizzatori greci che avrebbero instaurato, dopo un certo periodo di ambientamento, la cosiddetta aristocrazia terriera. Se lo sfruttamento del suolo da parte dei primi colonizzatori era limitato alle mere esigenze della singola famiglia, con la istituzione, da parte degli stessi, delle città indipendenti, si rese indispensabile l’accorpamento delle piccole colonie affinchè la produzione cerealicola, in coltura estensiva, corrispondesse con il suo incremento produttivo alle accresciute esigenze di carattere demografico oltreché commerciale, sviluppando nel contempo l’industria armentizia che, col tempo, sarebbe diventata la prima attività delle nostre popolazioni. Nasceva così il latifondo. Se in un primo momento tale istituzione assunse un carattere di valore positivo, nei tempi successivi andò man mano trasformandosi fino ad assumere tutti quei caratteri di valore negativo e che in termini moderni identifichiamo nella vastità di terreni incolti. Con il feudalesimo il latifondo andò ancora più assumendo caratteristiche negative fino al punto di produrre tanti turbamenti nell’ordine sociale nell’arco di nove secoli, quanti bastarono per provocare il principio della sua fine. Nel 1064 il conte Goffredo (il Normanno) toglie il nostro territorio ai Greci che se lo riconquistano dopo breve tempo. La definitiva cacciata dei Greci nell’Aprile del 1080 ad opera di Roberto il Guiscardo. Nel successivo anno 1081 lo troviamo sottoposto a Riccardo Siniscalco, nipote del predetto Roberto. Giovanni Guerrieri, nella sua opera “Riccardo Siniscalco, signore di Mottola e Castellaneta” cita la seguente disposizione del feudatario emanata il 30 luglio 1090, relativa alla descrizione dei suoi possessi (omissis). Ho voluto sottolineare alcuni toponimi che interessano la nostra Palagiano: Paleiano = Palagiano; Castellione = Castiglione; Murtellae = Mortellito; Parietem Antiquum = Parete Pinto, ed infine Lenne e Lato.Lo scrittore Ferruccio Guerrieri nel suo lavoro “Possedimenti temporali e spirituali dei Benedettini di Cava” ci fa sapere che nell’anno 1110 S. Maria di Lenne fu donata ai Benedettini di Cava dal Vescovo Valcauso di Mottola. Pertanto ci è dato credere che nel 1110 la Madonna di Lenne era già venerata dai Palagianesi. Si deve credere altresì che tale culto si è perpetuato fino al XVIII secolo, epoca in cui non vi si trova più alcun riferimento, salvo il rudere dell’antica cappella e di qualche fotoriproduzione dell’effige della Vergine ivi raffrescata; rudere che, malgrado tutto, ancora padroneggia sul cucuzzolo occidentale del Vallone Lenne.Qui è bene fare un lungo salto per giungere al 1744, anno in cui già si parla del culto della Madonna della Stella (Stella Maris), la cui cappella originale fu demolita nel 1959 per far posto ad una nuova cappella e poi ad un’altra ancora. Questa cappella di campagna sorge sul cucuzzolo orientale del predetto Vallone Lenne. Un’antichissima credenza popolare ci tramanda che la Madonna di Lenne e la Madonna della Stella fossero due sorelle e che si fossero fermate nel posto in cui sorgono le rispettive cappelle, forse a salvaguardia dell’antica Chiusa di Porticelle (oggi si identifica col giardino degli aranci – Fontana di Lenne) che costituiva in tempi lontani un argine alle acque torrentizie del vallone e soprattutto al fiume Lenne il cui alveo, in tempi remoti, avrebbe interessato la valle omonima. Tale credenza, ancorchè molto sentita dalla pietà popolare palagianese, non riesce del tutto a nascondere l’impronta dell’antica mitologia pagana, o, quanto meno, i segni lasciati dai profughi orientali che affluirono nella nostra zona al tempo delle lotte iconoclastiche e delle lunghe dispute bizantine intorno al culto della Vergine Madre di Dio ed alla doppia natura di Cristo. Sempre nel rispetto delle fasi storiche universalmente accertate, si può dire che dal 1057 al 1193 Palagiano, come del resto tutta la Puglia e la Sicilia che costituirono l’omonimo reame, fu signoreggiata, per conto dei Normanni, dal predetto Siniscalco e dai suoi successori compresi gli immancabili vassalli locali che i cronisti del tempo, forse per amore di patria carità, hanno ritenuto opportuno non farci conoscere. Dal 1194 al 1265, Palagiano sempre facente parte del reame di Puglia e Sicilia, fu dominata dagli Svevi. Alla morte di Federico II, la corona del suddetto reame andò al figlio Manfredi. Tale successione non fu gradita dal Papa Clemente IV (d’origine francese) il quale, in virtù del famoso trattato stipulato a suo tempo con i Normanni, inteso a considerare tutto il mezzogiorno d’Italia come feudo della Santa Sede, pensò di affidare la corona del predetto reame al conte Carlo I d’Angiò, fratello di Luigi IX re di Francia. Carlo, prima ancora che giungesse l’invito, nell’anno 1265 calò in Italia con un esercito e si portò nel meridione. Nello scontro avvenuto presso Benevento tra gli Angioini e gli Svevi, per la defezione delle truppe di alcuni feudatari di Re Manfredi, Carlo ne uscì vincitore, mentre Manfredi cercò e trovò la morte. Carlo d’Angiò, quindi, per compensare i suoi accoliti e relativi tirapiedi, cominciò a distribuire feudi. Fu questo il momento in cui il nostro territorio cadde, come si suol dire, dalla padella nella brace, se vogliamo considerare che, malgrado tutto, il governo di Federico II fu tanto illuminato da far dimenticare la sua origine. Intanto, il 26 settembre 1269, Carlo I d’Angiò, dopo aver rimescolato i feudi nella nostra zona, si degnò assegnare ad Oddone De Soliac i feudi di Castellaneta, Massafra e Ginosa e a Riccardo Dapifero quelli di Mottola e Palagiano. Da Guglielmo Lippia ci pervengono alcuni frammenti di cronache risalenti al XIII secolo e che si riferiscono al Dapifero che per noi rappresenta il primo feudatario di Palagiano dal momento che la sua signoria inizia appunto con la prima ed effettiva costituzione del feudo Palagianese. “Dei et regia gratia dominator Palajani…praeceptum domini Riccardi Dapiferi mutalae ed palajani dominatoris conseguendo…”. Non si hanno notizie precise intorno alla durata della signoria del Dapifero sul feudo di Palagiano, ma si deve credere che questi l’abbia detenuto per un periodo di tempo che va dai 20 ai 30 anni, tenuto conto che fino al 1302 lo stesso feudo risulta assoggettato ai Casamassima. Dal 1302 fino al 1322 fu feudatario di Palagiano il nostro conterraneo Giordano, menzionato in una cronaca del 29 gennaio 1308 che parla di una lite sorta tra Mottolesi e Palagianesi intorno all’attribuzione di alcuni terreni. Nell’anno 1322 subentrò Ugone Bilotta che signoreggiò fino al 1333, anno in cui Palagiano risulta infeudata a Maria De Valois. Questi furono gli anni più travagliati della storia feudale di Palagiano, per le intricate e continue contese dei diversi baroni. Nel 1401 Ladislao, della dinastia degli Angioini, figlio di Carlo III, allo scopo di riportare l’ordine nel regno, rimescolando ancora una volta i diversi feudi, incluse Palagiano, Mottola, Martina, Massafra, Nardò e Otranto nel Principato di Taranto che assegnò al suo valente seguace Raimondello Orsini. Quando nel 1407 Ladislao sposò Maria d’Enghien, vedova dell’Orsini, i feudi di Mottola e Palagiano andarono a compensare i servizi resi dal Tarentino Gabriele Capitignano il quale, con titolo di Barone, le detenne per lungo tempo. E’ noto che la famiglia Capitignano ha signoreggiato sui predetti feudi per circa due secoli e cioè fino al 1587, restando ben salda nei propri dominii anche durante il periodo della secessione Aragonese avvenuta nel 1442. Nel 1587 il feudo di Palagiano passò dai Capitignano ai Rubelli. Nel 1611 lo stesso feudo venne acquistato per 36.000 ducati da Scipione Minutolo e nel 1618 fu Felice Pappacoda ad acquistarlo per 36.700 ducati. Se del Rubelli e del Minutolo abbiamo notizie scarse, non altrettanto si può dire dei Pappacoda, che il Prof. Orazio Santoro, nella sia magnifica monografia edita nel 1967 “Don Francesco II Pappacoda Signore di Massafra”, ci ha fatto conoscere esaurientemente. Nella predetta monografia viene citato un Breve Apostolico di Papa Paolo III Farnese del 1541, dal quale si rileva che diversi anni il convento di San Rocco in Massafra ospitava i Francescani che, specie d’inverno, per essere quella sede malagevole, preferivano recarsi nelle vicine dimore di Palagiano e Mottola. Da tanto non si può escludere che il convento di Palagiano, costruito verso la fine del XV secolo, fosse più confortevole di quello di Massafra. Per quanto riguarda poi la chiesetta annessa al predetto convento e che la tradizione popolare denomina “Santa Maria La Nova” si ha per certo che fu eretta in tempi successivi alla costruzione del convento. Questa Chiesetta fu costruita nello stile architettonico del “Romanico – Pugliese” a ridosso della facciata nord del predetto convento prospiciente la via Lenne. Fu munita di un modesto campanile a forma di bifora e di un bellissimo rosone che in tempi successivi, in fase di restauro, venne privato delle teste di angeli scolpiti in bassorilievo sulla sua circonferenza esterna. Nella parte interna del portale è murata una lapide marmorea la cui epigrafe ci assicura che la detta Chiesa fu consacrata dal Vescovo di Mottola, Giacomo Michele, il 14 febbraio 1582. Il convento, con annessa Chiesetta, soppresso nel 1809, venne incamerato successivamente (1861) nei beni demaniali dello Stato ed adibito a scuola elementare. Nel 1939, grazie alla solerte opera di Don Donato Rota, la Chiesetta, che era stata adibita per lungo tempo a cinema e teatro, fu riconsacrata e riaperta al culto. I locali dell’ex convento che erano stati adibiti a scuole furono, in seguito alla costruzione dell’Edificio scolastico di viale Stazione (1935), trasformati in sede dei fasci e poi ancora, nel 1948, retrocessi dal comune a favore della Parrocchia.Riprendendo il discorso intorno alla successione dei feudatari che hanno signoreggiato sul nostro territorio, possiamo aggiungere che la famiglia dei Pappacoda ha esercitato il dominio su gran parte del feudo palagianese dal 1618 fino ai primi anni del secolo successivo. Infatti, intorno al terzo decennio del XVIII secolo (1720 – 1721) troviamo Palagiano infeudata alla famiglia dei Caracciolo Cicinelli Principi di Cursi. Questi feudatari conservarono la baronia del nostro feudo fino alla seconda metà del XIX secolo e cioè fino agli anni che seguirono la caduta del regno borbonico. Dei Principi di Cursi si hanno molte notizie riguardanti la situazione dei demani, specie nei periodi dal 1744 al 1769 e dal 1799 al 1812, particolarmente in quest’ultimo periodo che coincide con le rivendicazioni popolari sul dominio del feudo a seguito dell’ondata rivoluzionaria proveniente dalla Francia. Fan fede le molte sentenze emanate dalla Commissione Feudale negli anni 1809 e 1810 in seguito alle molte perizie espletate per riordinare i feudi ed assegnarli alle comunità. Malgrado le disposizioni emanate dal governo Napoleonico, che senza dubbio si ispiravano ai principi rivoluzionari del tempo, le Commissioni Feudali, lungi dall’emanare sentenze di sapore salomonico, attesero più che altro a legittimare i domini feudali a favore delle diverse mense vescovili, dei baroni e dei relativi vassalli. L’unico beneficio a favore della comunità Palagianese fu quello dell’assegnazione della tenuta Calzo che nell’anno 1810, a seguito della piantagione di 5.000 alberi d’olivo, venne ceduta dal Principe Di Cursi al Decurionato, contro pagamento di 5.000 ducati. Tale cessione fu soltanto nominale, perché la comunità Palagianese, malgrado detta tenuta avesse già assunto la nuova denominazione “La Comune”, o per gli ostacoli del barone o per voluta trascuratezza del Decurionato, doveva ancora attendere mezzo secolo per goderne i frutti. Infatti la tenuta Calzo fu frazionata in 473 quote, ciascuna delle quali estesa 30 are circa e con 10 alberi d’olivo, ed assegnata intorno al 1870 ad altrettanti cittadini palagianesi contro pagamento di un canone annuo (perpetuo) di una lira e venti centesimi a favore del Comune.Ai Principi di Cursi succedettero i Principi Palomba che detennero gran parte del feudo fino ai primi anni del secolo ventesimo. Non si esclude che lo stemma ufficiale assunto dal Comune di Palagiano, raffigurante un uccello (chi lo identifica in un rapace, chi in un trampoliere, ma più probabile una colomba) con un ramoscello d’olivo nel becco, abbia tratto aspirazione dal blasone dei Principi Palomba il cui casato trae appunto la denominazione dalla palomba (colomba selvatica) e che corrisponde, nell’antroponomia locale, a “la palomme” o “lu palumme”.
Dai Principi Palomba il feudo passò alla famiglia dei marchesi Romanazzi – Carducci di Putignano. L’ultimo feudatario fu il marchese diventato poi principe, Romanazzi – Carducci Guglielmo che signoreggiò sul feudo palagianese dal 1924 al 1952, anno in cui fu attuata la riforma fondiaria, denominata Riforma stralcio dai democristiani e straccio di riforma dai comunisti. Comunque la si voglia denominare resta il fatto che l’anno 1952 ha finalmente registrato la fine dell’istituto feudale, benché la sentenza della sua morte fosse stata decretata nel lontano 1806.
Vincenzo Cetera, in “S’arrcord li vign d’mmiinz la chiazz”. 1991.