Tutti perdentl. Si è chiuso nel municipio il caso della vicesindacatura. Maria Grazia Mellone, capogruppo uscente e prima dei non eletti, è stata destituita, ma non è stata sostituita dal designato, o avente diritto, Pietro Cifone, primo degli eletti.
La Mellone fu nominata assessore per rispettare la quota rosa, ma ora la giunta è rimasta senza quota rosa, perché il sostituto è Mario Caputo. La giunta aveva un altro assessore, Rinaldo Orlando, che fu destituito quando i suoi “sponsor” (Mauro Tagariello, Simone Lippolis e Domenico Latagliata) furono estromessi dalla maggioranza per un po’ di “chiasso”; “passata la tempesta”, Latagliata è rientrato nel PD e gli altri due in maggioranza, ma solo “in pectore” al sindaco. Però, dicono i “si dice”, l’assessorato vacante sarà appannaggio di Latagliata, che, sentito il suo nuovo partito, il PD e per rispettare la quota rosa, dovrà designare una donna, che i soliti “si dice” indicano nella segretaria del Pd Nancy Schiavone. Ma in tutta questa tempesta nel solito bicchier d'acqua ne è uscito zuppo l’innocente, il sindaco Gaetano Tarasco, il quale nel Consiglio comunale ha tentato di spiegare la destituzione della Mellone leggendo il carteggio del Pd che gli intimava, ora con le buone ora con le spicce, di destituire la Mellone, dando modo, a Donatello Borracci, del PdL, di spiegargli che cosa sia e come si eserciti la responsabilità personale e politica di un sindaco, cioè di un eletto dai cittadini, per molta parte indipendentemente dai partiti della sua stessa coalizione. Nessuno ha avuto ciò che voleva o poteva avere: la Mellone, se avesse prontamente obbedito al partito sarebbe entrata in Consiglio e sarebbe stata eletta di nuovo capogruppo; ma dopo aver resistito, ha costretto Cifone a restare nel gruppo consiliare, rinunciando all’assessorato con vicesindacatura, per non far posto a lei. La Mellone, infatti, s’era lasciata sfuggire un proposito di vendetta, una volta in Consiglio, contro i suoi destitutori, dimentica, l'incauta, che la vendetta è un piatto che si consuma freddo, cosa che a Palagiano e dintorni si dice: "arrip a zambogn che quann abbisogn”. Inoltre nel palazzo palagianese serpeggia una domanda che inquieta benpensanti e partitanti: possibile che Latagliata, consigliere col gene di randagio, possa avere la golden share di nominare egli un assessore, quand'anche con il gradimento dei nuovi compagni di Partito? E Tagariello e Lippolis, oggi privati scudieri del sindaco, in quanti giorni esploderanno, per aver essi accresciuta la potenza di Latagliata, rimanendo a secco, mentre il loro momentaneo compagno di “monellerie” è assurto all’arbitrio di nominarsi un assessore? E il sindaco, dopo aver subito l’onta di dire in pubblico, quasi un penitente, "l'obbedisco" al Pd, dovrà ora degradarsi a yes man nientemeno che di un consigliere forte perché ondivago? Nel Pd c’è chi si consola perché il nuovo assessore, Mario Caputo, ha una storia assai rispettabile, presidente diocesano dell'Azione Cattolica, ex assessore e vicesegretario del Pd, “consule” Elisabetta Di Sarno; ma, per i partitanti il nuovo assessore ha un punto debole: non è stato in lista, non ha dato “prova d'arte", non s'è fatto contare. Quanto alla donna designata da Latagliata dev’essere di personalità indiscutibile per non apparire una “preferita” o una “mandataria”. Infine nel rumore del Pd è stato udito distintamente il silenzio di Udc e Sel: nemmeno una parola pacificatrice; ma l'indifferenza genera indifferenza. Tutti perdenti nella coalizione di centrosinistra, vincente grazie a uno dei migliori cittadini palagianesi, Tarasco, medico della gratuità. La politica diceva uno che l’aveva ridotta a tale, il barese Rino Formica: “è sangue e merda”; tale era negli ultimi giorni della Prima repubblica; fino a quando?
Michele Cristella
Fonte: Corriere del Giorno