“Ci nu buun Natel vuò fè, da la Mmakulet akkum’nzè” (se un buon Natale vuoi fare, dall’Immacolata devi cominciare). Il Natale palagianese del tempo che fu iniziava così. Dal giorno della comparsa delle prime “pettole”, le tondeggianti frittelle di pasta soffice assaporate ancora oggi. Una festa imbevuta della vita dei campi che, a partire dal linguaggio, racconta la storia di un paese immerso in un’atmosfera diversa dall’oggi, di un mondo valoriale altro, scandito anche nei giorni solenni dai ritmi della quotidianità tra “patrun’ e sciurnater”, padroni e lavoratori giornalieri. Non a caso, un altro proverbio recita “Ci vuò fè gross’ la p’ccddet, Natel assutt e Pasku’ ammuddet’ (Se vuoi far grosso il pane, Natale asciutto e Pasqua bagnata), ad augurare buon tempo per il raccolto. E le cronache raccontano che la preparazione al Natale, come molte delle festività locali, iniziava all’alba, ora usuale della levata per braccianti, pastori, bottegai e massaie. La novena, in primis, che si teneva alle cinque del mattino. In molti si recavano al rosario e alla messa, prima di affrontare una giornata di duro lavoro nei campi, nelle botteghe o in casa. Il giorno di Santa Lucia, per tradizione, dopo la messa i paesani passavano nei bar a consumare un “misurino” di anice o di ferro-china, quest’ultimo rimedio contro la malaria, diffusa nelle paludose terre attorno al paese. Le pettole si impastavano anche all’alba della vigilia e venivano fritte al ritorno dalla messa. Se si preparavano al pomeriggio, invece, bisognava mangiarle a sera, solo dopo il tocco di campana “dell’Ave Maria”. La messa di mezzanotte, infine, era molto seguita e le porte di casa rimanevano aperte per l’antica credenza di ricevere Maria e Giuseppe. Il giorno di Natale qualche pastore cercava di creare armonia e, girando per le strade percuotendo i coperchi delle pentole, si accompagnava con la più nota tra le nenie, “Tu scendi dalle stelle”. Piccoli presepi in terracotta erano d’uso mentre l’albero fece capolino solo più tardi, a volte addobbato coi mandarini. Anche sulle tavole la tradizione restava duplice: su quelle dei poveri c’erano i prodotti delle piante coltivate dai braccianti, fave e ceci abbrustoliti, che fungevano da pane, fichi secchi, mandorle, noci e la “far’nedd”, farina di ceci comprata al mulino e mangiata secca. Chi non aveva soldi la cucinava allungata con l’acqua. Il farro, invece, derivato dal granturco dei vasti campi palagianesi, era condito col sugo solo se si aveva l’olio. I ricchi si potevano permettere la “cialledd”, farina di grano macinato, con cipolle e prezzemolo, la carne degli ovili nostrani e il torrone. Un pò in tutte le case si preparavano le tipiche “cartagghiet” (le cartellate), dolci di pasta arrotolata al vino bianco, diffuse ancora oggi, a volte imbevute di “cotto di fichi”, un decotto mieloso ottenuto cucinando i fichi e spremendoli con un sacco. Della stessa pasta, ma oggi più rari, i “purciidd’” (i porcelli), a forma di piccoli gnocchi lisci o zigrinati. Il giorno della Befana, qualche nonna poteva anche permettersi di regalare ai numerosi nipoti i “cann’lin”, dei piccoli confetti di forma allungata. Non si usava regalare giocattoli ma per le bambine a volte c’erano le bambole di pasta di pane o di stoffa, le cosiddette “pup’ d’ pezz’”, fatte in casa. I ragazzi che andavano “a bottega”, a imparare un mestiere dagli artigiani, costruivano da soli monopattini, carriole, trottole (curruch’l), la stascedd’ e lu pizz’c (un’asta di legno e un rametto d’olivo appuntito) e armi in legno. Le classiche calze venivano riempite con fichi, noci e mandorle. Per qualcuno arrivava il carbone. Chi c’era, però, assicura che l’atmosfera era la stessa, nella casa dei signori come in quella dei giornalieri. Ad avvolgere nella serenità il tempo sospeso del giorno di festa, l’antico rispetto tra compaesani, tra chi usava dire “ci vuò fè u Natel cundend’ cudd ca vit vit e cudd ca siind siind” (se vuoi fare il Natale contento ciò che vedi vedi e ciò senti senti).
Lorella Perniola