Dieci anni da Sindaco qualcosa la lasciano nella formazione di un uomo politico. Probabilmente più di qualcosa. Di sicuro non hanno intaccato il coraggio di Rocco Ressa, sindaco di Palagiano e candidato alla segreteria provinciale del Partito Democratico. Non si tratta di un candidato di facciata, pronto a prendere una manciata di voti ed a mettersi da parte il giorno dopo. Non siamo di fronte, per dirla tutta, ad un nome messo lì per dare una parvenza di democraticità che diversamente non ci sarebbe stata. C’è una idea ben chiara dietro il nome di Ressa e, soprattutto, il pensiero di una fetta importante di simpatizzanti Pd stufa dell’eterna indecisione e della mancanza di un partito orizzontale ancor prima che verticistico.

Rocco Ressa, lei è un po’ l’uomo che ha rotto le uova nel paniere dell’establishment del partito. L’accordo Pelillo, Mazzarano, Vico e Florido si è concretizzato a pieno per quanto riguarda la segreteria comunale. Senza di lei, sarebbe stata la stessa cosa per il provinciale e il congresso si sarebbe svolto nella pace più totale. E invece…

“L’accordo che hanno raggiunto, in realtà, si sfalderà subito dopo il congresso. Il partito continuerà ad essere caratterizzato da correnti senza che nessuna di esse prenda in mano la guida. La candidatura di Parisi era solo virtualmente unitaria”.

 

Perché?

“Con la sua indicazione, in realtà, ha vinto l’asse Mazzarano-Pelillo. Vico ha accettato per porre una parola fine all’eterno scontro, direi per sfinimento. Florido resta alla finestra mirando al Senato. Peccato che dal giorno dopo litigheranno come prima”.

 

Perché, secondo lei, Parisi non potrebbe svolgere un ruolo di mediazione fra le diverse anime del partito?

“Perché è stato calato dall’alto. I nostri Circoli si stanno svuotando e la gente investe altrove la propria partecipazione politica. Quei pochi che sono rimasti, poi, non vengono in alcun modo presi in considerazione. Si siedono intorno ad un tavolo in quattro o cinque e decidono per tutti. Così non va bene, soprattutto per un partito che si definisce democratico e popolare”.

 

Qual è il suo giudizio sul segretario regionale Sergio Blasi che un anno fa ha preso in mano la situazione conducendola al compromesso attuale?

“Negativo. Non potrebbe essere diversamente visto che ha congelato per un anno il congresso tornando poi all’impostazione iniziale. Già dodici mesi fa, infatti, fu presa in considerazione l’ipotesi Parisi. C’è voluto un anno per ritornare al punto di partenza e calare dall’alto una persona che risponde solo alle logiche di una parte del partito, non certo della base. Cosa accadrà se verrà eletto Parisi? Farà tutto quello che indicherà Blasi da Bari? A Taranto il Partito Democratico deve imparare a fare da sé”.

 

Cosa farebbe lei per tornare ad appassionare gli iscritti sempre più stanchi della politica?

“Promuoverei appuntamenti tematici che permettano alla base di confrontarsi con i propri dirigenti. Un lavoro da svolgere costantemente, tornando per la strada ed incontrando le persone”.

 

La sua vuole essere dunque una candidatura di rottura?

“Più che altro di cambiamento. Io non mi sto proponendo alla guida della segreteria provinciale per portare avanti una battaglia contro qualcuno. Voglio solo rappresentare delle idee ed un punto di vista che nel partito c’è da tempo ma che ha poca voce. Vorrei che si smettesse di parlare di poltrone e si iniziasse a discutere di progetti. Purtroppo, però, la storia insegna che spesso, in riva allo Ionio, la guida della segreteria provinciale è servita solo come trampolino di lancio politico. Servirebbe qualcuno pronto più a dare che a prendere in termini di visibilità e prestigio”.

 

E lei sarebbe l’uomo giusto? Anche lei, non trarrebbe vantaggio dalla posizione che ricoprirebbe?

“Sì ma non cercherei un ritorno immediato. Sia chiaro, anch’io ho i miei obiettivi politici. Sono certo, però, che non li confonderei con l’incarico più delicato al momento all’interno del partito. Serve qualcuno che, disinteressatamente, dia voce a chi da anni non ha più un riferimento diretto nel partito. Sono stanco di vedere persone pronte a spaccare tutto pur di raggiungere obiettivi personali. Per troppo tempo si è lasciato il partito in mano a pochi individui che non si confrontavano con i propri iscritti. Prendiamo ad esempio la situazione sanitaria: come mai nessuno è venuto a discutere con la base delle forti penalizzazioni subite dal territorio in questo settore? Come mai non sono venuti a spiegarci perché hanno chiuso gli ospedali senza avviare parallelamente gli investimenti nella medicina di prossimità? E’ di questo che mi piacerebbe parlare, di problemi seri e non di poltrone. Spesso, invece, il partito si è retto intorno a pochi nomi insieme per lo più per ridistribuirsi incarichi”.

 

C’è qualcosa, secondo lei, che l’attuale classe dirigente del partito ha fatto di positivo in questi anni?

“Sì. Su tutto le pressioni esercitate affinché venisse realizzata ed approvata in Consiglio Regionale la legge anti-diossina”.

 

Quella legge, però, non fa altro che recepire una normativa europea come andava, tra l’altro, fatto da tempo...

“Certo, infatti rappresenta solo un primo ma importante passo”.

 

Anche a voler condividere la sua tesi, resta il fatto che il ruolo del Pd ionico, in quella vicenda, non fu determinante visto che si trattò di una iniziativa personale di Vendola che poi trasformò nel proprio cavallo di battaglia...

“Anche la segreteria provinciale del partito ionico, ed i consiglieri regionali tarantini del Pd, hanno fatto pressione affinché venisse approvata. Alla fine, la votarono anche i consiglieri regionali ionici del centrodestra. C’è stato un impegno comune”.

 

Un nodo cruciale di sfondo al congresso di fine mese è la sorte del Comune di Taranto. Come la vede lei? Cosa dovrebbe fare il Pd?

“Dovrebbe fare le primarie senza sé e senza ma. Io chiamerei continuamente al voto gli iscritti, sarebbe il modo migliore di coinvolgerli nelle decisioni visto che, il più delle volte, i leader finiscono col litigare. Farei le primarie anche per l’elezione del segretario provinciale”.

 

Ma non è il regolamento a prevedere la struttura intermedia dei delegati?

“Sì, ma non vieta di poter estendere la possibilità di voto a tutti gli iscritti”.

 

Quelli del 2009 o del 2011? Nel Pd si discute anche su questo...

“Ovviamente del 2011, non si è mai visto che si chiami alle urne chi era iscritto due anni fa ed oggi non lo è più o, peggio ancora, è iscritto ad un altro partito. Che senso avrebbe?”.

 

Qual è la principale differenza tra lei e Parisi?

“Che io non dirò mai di essermi candidato perché me l’ha chiesto Sergio Blasi...”.

 

Dopo due consiliature lascerà la guida del Comune di Palagiano. Qual è la sua eredità?

“Lascio i conti in ordine. Quando mi insediai, trovai qualcosa come venti miliardi di vecchie lire di debiti. Senza aumentare le tasse, se non ritoccando l’Irpef nell’ultimo periodo per via dei tagli del Governo, sono riuscito a fare del Comune di Palagiano uno dei più attenti in provincia dal punto di vista finanziario. A fine consiliatura in cassa ci saranno 20 milioni di euro. Lascio un assetto idrogeologico del territorio molto più sicuro. Dopo la realizzazione del Piano, è davvero difficile che un nuovo alluvione possa devastare la cittadina come accadde nel 2003. Abbiamo realizzato una serie di canali che circoscrivono l’area abitata e che garantiranno il massimo della sicurezza. Si tratta di un passo avanti importante per un Comune che non era provvisto di alcun piano idrogeologico. Lascio, inoltre, una serie di opere pubbliche: dal palazzetto dello sport, in via di realizzazione, a tanto verde in più, passando per la raccolta differenziata porta a porta. Quest’ultimo servizio verrà attivato a breve ed abbiamo previsto il raggiungimento entro un anno l’obiettivo del 65% dei rifiuti”.

 

Si avverte attualmente, fra i sindaci della provincia, l’assenza di un ruolo di leadership esercitato dal capoluogo?

“Sì, spesso siamo noi che, riunendoci, riusciamo a fare squadra. Spero che presto, però, il Comune di Taranto riprenda il proprio ruolo di capofila nella programmazione del territorio e dello sviluppo”.

 

Qual è il suo rammarico dopo questi dieci anni di amministrazione?

“Avrei voluto realizzare qualcosa per dare impulso allo sviluppo e all’economia. Ho predisposto un’ampia area da attrezzare per sfruttare la logistica e lo sviluppo del porto. I progetti al riguardo però, non certo per colpa di noi amministratori locali, stentano a decollare”.

Gianluca Coviello

 

Fonte: www.tarantooggi.it