Come ho già detto, la prima presenza documentata dell'uomo nel territorio di Palagiano è quella individuata in  prossimità dell'incrocio tra l'antica via Carmignani (la strada che porta all'attuale lido di Venti) e la litoranea ionica, la statale 106, sulla destra andando verso il mare, nello sperone di roccia che si incunea quasi perpendicolarmente nella lama e che è conosciuto con il nome di Cozzo Marziotta, dove anticamente, secondo il Casavola  si trovava la foce del fiume Lenne.

Nella zona furono trovate tracce di un villaggio di capannicoli.Senz'altro vi abitarono prima genti che, non sapendo praticare l'agricol­tura, ignare dei segreti della seminagione, vissero degli spontanei frutti della terra, di pastorizia, di caccia e pesca.Non abbiamo invece elementi certi per stabilire il periodo intorno al quale è sorto l'attuale centro abitato di Palagiano. Penso che esso sia sorto come sintesi dei villaggi circostanti, la cui presenza è testimoniata dai reperti archeologici che continuamente vengono messi in luce, quando piccoli e grandi imprenditori agricoli eseguono lavori di scasso per le trasformazioni dei terreni.Le zone più ricche di necropoli, tombe singole e reperti che vanno dall'età del bronzo all'età magno-greca, consistenti per lo più in vasellame, utensili di osso e di bronzo, sono quelle ubicate nella fascia a Sud dell'attuale centro abitato e che più precisamente interessano le contrade di Marziotta, Conca d'oro, Conocchiella, Madonna di Lenne, Trovara, La Carvona, Galliano. Nella primavera del 1982, nel terreno circostante la cappella della Madonna di Lenne, in seguito ai lavori di scasso fatti eseguire dalla proprietaria sig.ra Capodiferro, vennero alla luce i resti di diverse civiltà che si succedettero e sovrapposero nella zona. Oltre al solito materiale vascolare si vedevano nel terreno resti di muretti, costruiti con piccole pietre unite da una malta dell'epoca, e delle buche cilindriche perfettamente arrotondate molto vicine tra loro, che forse servivano per conservare le derrate alimentari. Infine vennero fuori dalla terra alcuni pezzi di colonne con regolari scanalature, che potrebbero appartenere ad un antico tempietto dedicato ai Dioscuri, Castore e Polluce, o ad un solo dei due, mentre all'altro doveva essere dedicato un altro tempietto situato sull'altra sponda del fiume Lenne, nell'area dove attualmente sorge la nuova cappella della Madonna della Stella.Gli insediamenti della innanzidetta fascia costiera a Sud dell'abitato non durarono molto a lungo per due motivi fondamentali: innanzitutto le tribù pelasgico-japigie, che vivevano nella pianura di Palagiano, dovettero sostenere l'urto dei nuovi coloni greci che, pastori e agricoltori, volevano insediarsi nella pianura. Essi, scarsi di numero e impreparati sul piano militare, furono sopraffatti e i superstiti si fusero con i nuovi venuti.Alcuni di questi ultimi si stabilirono in Palagiano, dove recenti scavi hanno portato alla luce resti di un agglomerato urbano del periodo della Magna Grecia nel periodo del miglior fiorire della civiltà achea.Altri si insediarono sulle colline vicine, soprattutto su quella di Mottola che meglio si prestava come luogo di difesa da eventuali attacchi esterni.Inoltre sopravvennero condizioni climatiche più calde e secche con sollevamento del livello marino, formazione di cordoni litorali e con un impoverimento di acque scorrenti, tanto che la zona, da fertile che era, si trasformò in paludi, presentando un ambiente chiaramente malsano e inadatto alla vita (ancora oggi una di dette paludi conserva il nome di Palude Fetida, cioè palude puzzolente).Ci fu pertanto lo spopolamento dei villaggi e l'arretramento verso l'interno, più a Nord, verso le pendici delle vicine colline.Giunsero, poi, periodi molto piovosi con tutta una serie di alluvionamenti,Ne rimangono traccia al di sopra del livello dell'insediamento di Cozzo Marziotta, in un terreno grigiastro alterato ed inglobante ciottoli alluvio­nali, in una matrice prevalentemente sabbioso-limosa, avente spessore variante tra i 30 e 100 cm.Tale peggioramento è corrispondente al subatlantico, precedente al periodo classico e caratterizzato da stagioni fredde e umide, che gli studiosi intercalano fra l'età del Bronzo e l'età del Ferro.In questo periodo, con molta probabilità, fu abitata per la prima volta la zona di San Marco dei Lupini, dove attualmente si trova una cisterna pubblica che il comune di Palagiano, proprietario del terreno, fece costruire (pare intorno al 1915) per l'approvvigionamento idrico della popolazione.La zona prende il nome da una chiesa ipogea dedicata appunto a San Marco, l'apostolo di Gesù, che sembra sia passato di qui nella sua peregrinazione volta a diffondere la religione di Cristo.La prima fonte documentaria che parla di questa cripta è molto antica. Si tratta di una pergamena in buono stato di conservazione, che si trova nell'Archivio del Monastero della SS. Trinità di Cava dei Tirreni, per la precisione di una Charta Concessionis, datata 1131, iulii, IX, Palaiani. In essa si parla di tali Falco filìus Milonìs Septembarbe, amministratore generale del nostro signore Ruggero Harenga di Palagiano e Michele filìus, Iohannis, entrambi di Palagiano, i quali contendono il possesso di alcune terre poste in cripta Marci loco a Lando prior et prepositus del monastero di Sant'Angelo di Casalrotto, difeso dall'avvocato Pietro de donna mira.I Palagianesi, accortisi però dell'infondatezza delle loro pretese si impegnano a rinunciare ad ogni controversia, riconoscendo il priore Lando quale legittimo possessore di quelle terre.La predetta cripta di San Marco dei Lupini, la cui esistenza è attestata anche da alcuni visitatori stranieri della fine del secolo scorso, fra cui il Lenormant, sembra svanita nel nulla.Da sopraluoghi effettuati da me e dall'amico Pasquale Lentini nella zona, abbiamo notato che la cisterna, al suo interno, non è chiusa da tutti i lati, anzi la volta della stessa nella sua parte orientale è sostenuta da una colonna come appare anche nella foto, al di là della quale si intravede un vuoto che si incunea nella roccia.Penso che proprio quel vuoto costituisce il vano dell'antica cripta di San Marco, che dovrebbe risalire, almeno nella sua funzione religiosa, al tempo della venuta dei monaci orientali in seguito alle persecuzioni iconoclaste dell'imperatore d'Oriente e quindi intorno all'VIII secolo d.C..Tuttavia, il fatto che mi induce ad ipotizzare una presenza umana molto più antica nella zona, è l'esistenza, davanti alla cisterna, poco più a Sud, di uno spuntone di roccia irregolare che si erge dritto verso l'alto a guisa di menhir. Ritornando, ora, alle origini dell'attuale centro abitato di Palagiano, ci dobbiamo rifare al periodo della conquista romana di Taranto e della Magna Grecia.Nel 290 a.C. Roma, ormai padrona anche della Campania, volse le sue mire espansionistiche verso l’Apulia, in particolar modo verso i territori del tarantino.Il pretesto per dichiarare guerra a Taranto fu l'onta ricevuta dai suoi ambasciatori da alcuni Tarentini, allorché essi andarono in quella città per chiedere spiegazioni e scuse ufficiali per l'affondamento di alcune navi romane che, non rispettando gli accordi precedentemente stipulati, sconfi­narono in un tratto di mare che ricadeva sotto la tutela di Taranto.La capitale della Magna Grecia, allora, non ritenendosi in grado di affrontare con le sue sole forze un nemico così potente, chiese l'aiuto di Pirro, re dell'Epiro. Questi, uomo di grandi ambizioni assetato di avventure, accettò l'invito e venne a Taranto con un forte esercito e con venti elefanti. Dopo una prima vittoria ad Eraclea nel 280 a.C., Pirro fu sconfitto ad Ascoli di Puglia e a Benevento da Caio Fabrizio e da Manlio Curio Dentato nel 275 e 274 a.C.. Quindi fu costretto ad oltrepassare l'Adriatico e a tornare in Epiro. Così Taranto ed il suo territorio passarono definitivamente sotto il dominio di Roma.Fu proprio in questa circostanza che, quasi sicuramente qualche guarni­gione si accampò a Palagiano dove era sorto un villaggio di discrete dimensioni. Da allora ebbe inizio la frequentazione romana del nostro territorio, che fu molto attiva specialmente nel periodo della seconda guerra punica, quando Annibale si aggirò nei dintorni per alcuni anni, nel tentativo di impadronirsi di Taranto.Solo quando lo sbarco di Scipione in Africa costrinse i Cartaginesi a lasciare l'Italia nel 203 a.C., ritornata una certa tranquillità, i Romani fondarono a Palagiano, sui resti del loro primo accampamento, una statio per il rifornimento e il cambio dei cavalli. Il Lugli individua tale stazione nel punto di incrocio di una via antica che risaliva dal mare verso Mottola, in direzione esatta da Nord a Sud e la identifica con Canales, come veniva chiamata dagli antichi Romani. Essa viene indicata dagli itinerari a 13 miglia da Sub Lupatia, situata quest'ultima sulla via Appia antica repubbli­cana a 14 miglia da Blera e a 2 chilometri dall'incrocio con la via provinciale fra Laterza e Gioia del Colle.Con lo stabilizzarsi del dominio di Roma nell'Italia meridionale, la Statio ad Canales andò gradualmente aumentando la propria importanza strategica per cui si ingrandì sempre più sviluppandosi sull'area del precedente accampamento romano, che doveva occupare la zona circo­stante l'attuale piazza V. Veneto, poiché questa presenta appunto la struttura e la disposizione degli antichi accampamenti romani, che si impiantavano di solito in modo tale da avere il lato anteriore nella parte più bassa del pendio, e il lato posteriore nella parte più alta.Il nostro accampamento, infatti, scendeva da Nord a Sud e precisamente dall'attuale via Masella e via Oberdan, dove c'era la porta decumana, a via Murat, dove si apriva la porta praetoria. Il campo era tagliato in due parti dalla via principalis, coincidente con la via Appia, ora corso Vittorio Emanuele, che collegava le due porte laterali: la dextera che doveva trovarsi approssimativamente all'altezza dell'incrocio con via Mafalda e la sinistra all'altezza di via Tinella; perpendicolare alla via principalis, c'era la via praetoria che andava dalla porta decumana alla porta praetoria e che doveva essere l'attuale via Trento.Si doveva trattare, senza dubbio, di un castra stativa o hiberna, tanto che per le necessità igieniche delle legioni, poiché era prevista una sosta abbastanza lunga se non proprio permanente, i Romani costruirono a qualche chilometro dal campo, sulla via vecchia di Palagianello, una vasca di notevoli dimensioni per la raccolta delle acque piovane che scendevano dalla collina soprastante.I resti murari di questa vasca conosciuti oggi col nome di parete pinto (parete dipinta), costituiscono una preziosa testimonianza della particola­re tecnica di costruzione degli antichi Romani che andava sotto il nome di opus reticulatum. Fu, dunque, proprio nel II secolo a.C. che la Statio ad Canales, punto di passaggio obbligato per quanti (soldati, burocrati o commercianti) si recavano o tornavano dal vicino Oriente, avendo assunto un ruolo importantissimo per la sua posizione geografica, diventò un vero e proprio paese, del quale purtroppo però si perse ogni traccia nei documenti degli anni bui dell'alto Medioevo, finché Palaianus non ricomparve in alcuni documenti cartacei dell'XI secolo.  


 

    Menhir (dal bretone antico men = pietra e hir = luogo). E’ uno dei più comuni tipi di monumenti megalitici. I menhir sono blocchi di pietra aventi forma allungata e infissi perpendicolarmente nel suolo; hanno dimensioni variabilissime, ma in genere non oltrepas­sano l'altezza di 5 metri. Anche la forma è variabile: a cilindro, a obelisco, prismatica, irregolare. Talora i menhir si trovano a gruppi, disposti con ordine su una o più linee, detti allineamenti; più spesso però si incontrano isolati. Assai discussa è la funzione dei menhir nella civiltà primitiva; alcuni lì interpretano come simboli religiosi o rozzi idoli; altri vuole vedervi segni di confine, altri di sepolture, infine altri ancora li ritiene una specie di monumenti commemorativi di qualche fatto segnalato. E’ probabile che adempiessero la funzione di simbolo in genere riferito caso per caso a un evento importante, a una tomba ivi esistente, a un luogo di adunanze culturali, e forse anche elevato a segno immediato della divinità. (Da Grande Dizionario Enciclopedico UTET, 2a edizione, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Vili, voi., pag. 570).
L'opus reticulatum veniva realizzata con blocchetti tagliati a forma di piramide di pietra quadrata tronca posti in opera a corsi regolari inclinati dì 45° con strato di malta sottile verso il paramanto e più spesso nell'interno della muratura. 

 

Giovanni Carucci, in "Tasselli di storia palagianese".