
Giuseppe Stea, nato ad Acquaviva delle Fonti (BA) nel 1948, ha vissuto sino alla metà degli anni ’70 a Palagiano, per poi trasferirsi a Taranto, dove attualmente vive e lavora. Laureato in Filosofia all’Università di Bari, è sposato, con due figlie. Nel 2003 la sua prima opera letteraria, “Gabetto Palagiano: una squadra di calcio … e non solo”, mentre è di pochi giorni fa l’ultima, “Taranto da Cito a Di Bello – ovvero come “gioiosamente” si dissesta un Comune (1994-2006)”. Nel mezzo, altri quattro libri.
Di stringente attualità il tema trattato nel suo ultimo lavoro, il dissesto della città di Taranto, ancor più perché da alcune parti si paventa il pericolo che, la recente crisi di Governo, possa ostacolare il percorso virtuoso intrapreso verso il risanamento delle casse comunali. Poiché avere di fronte il dott. Stea e rivolgergli solo domande inerenti quanto trattato nel suo libro, sarebbe risultato troppo riduttivo, ne abbiamo approfittato per conoscere il suo pensiero anche su vari argomenti di interesse nazionale, oltre che locali.
Dott. Stea, negli anni descritti nel suo libro, che vedono il Comune di Taranto egemonizzato dalla destra e dal centro destra, quali sono le colpe più rilevanti del centro sinistra?
Ne individuo sostanzialmente tre: la prima è quella di essersi divisa nell’analisi del fenomeno Cito e di non aver avuto quindi un’azione forte e coerente, la seconda di non aver creduto fino in fondo nella candidatura di Stefàno contro De Cosmo nel 1996, la terza di aver pensato, all’indomani della vittoria di De Cosmo, che l’emarginazione di Cito potesse passare attraverso un sostanziale accordo tra il centro-sinistra ed il centro-destra. E’ quest’ultimo l’errore sicuramente più significativo, perché agevola fortemente l’azione del grande tessitore del rafforzamento del centro-destra tarantino e pugliese, Pinuccio Tatarella.
Perché dopo Cannata, un Sindaco che lasciato un’impronta positiva di sé, viene Cito?
La causa fondamentale, a mio parere, è la scelta operata, per motivi soprattutto nazionali ed internazionali, da pezzi significativi della borghesia e della società tarantina nel suo complesso, di mandare all’opposizione la parte più grande della sinistra (il PCI, che alla metà degli anni ’80 rappresentava oltre un terzo dell’elettorato), e di affidarsi quindi, dopo gli anni travagliati dal 1985 al 1993, alla destra più becera prima ed a una destra più “presentabile” poi. Una scelta che si è rivelata, alla luce dei fatti, drammaticamente sbagliata. Naturalmente, in questo quadro si sono inseriti anche gli errori della sinistra di cui parlavamo prima.
Tra la fase politica Cito - De Cosmo, e la successiva con la Di Bello, quali sono i tratti di continuità e di discontinuità?
Il tratto fortissimo della continuità è nel ceto politico e sociale che sostiene la vittoria di Cito prima, e della Di Bello poi, quello di discontinuità è il personale politico che, con la Di Bello, si presenta come nuovo e con delle facce presentabili, anche se il tutto è soprattutto apparenza. Ritengo quindi che la continuità sia il tratto che più caratterizza gli anni dal 1994 al 2006.
La città di Taranto ha fatto e fa parlare di se per il suo clamoroso dissesto economico. Come è stato possibile arrivare a tanto?
Il dissesto del Comune di Taranto si inserisce in quadro drammatico della Città nel suo complesso: negli anni esaminati in questo mio ultimo libro molti pezzi della società tarantina vengono investiti da scandali la cui natura è costantemente di carattere economico. Il dissesto del Comune quindi appare come la logica conclusione di un dissesto etico di molta parte della Città, che era poi quella che aveva sostenuto Cito prima, e la Di Bello poi.
Generalmente, quando il libro è già in stampa, si pensa a qualcosa che si è dimenticati di inserire, una foto, una frase, un determinato episodio. E’ stato così anche per questo?
Forte è stata la tentazione di proseguire sino alla vittoria di Stefàno, ma è stato giusto fermarsi per non distogliere l’attenzione del lettore da uno dei dati più significativi e drammatici della Storia del capoluogo jonico: un dissesto di quasi un miliardo di euro.
Nell’estate 2007, mentre l’unica preoccupazione era la scelta della marca dell’abbronzante, Ciccio Voccoli cala a sorpresa la candidatura Stefano, senza aspettare che se ne parlasse prima ai tavoli istituzionali. Ritieni che Rifondazione non sia stata corretta, e che questo gesto non concordato abbia contribuito ad allontanare l’accordo con gli altri Partiti del centro sinistra?
Voccoli ha fatto il suo mestiere di segretario provinciale e nessuno poteva impedirgli di avanzare proposte, anche perché alcuni di quelli che hanno “tuonato” contro stavano lavorando da tempo per individuare una candidatura da far trovare bella e pronta al momento della convocazione del cosiddetto tavolo istituzionale. L’errore terribile e fondamentale è stato quello di aver impedito lo svolgimento delle primarie, errore che continua ad avvelenare i rapporti tra i partiti di centro-sinistra.
L’esecutivo provinciale del Partito Democratico chiede chiarezza sulla vicenda che ha visto un esponente di At6 entrare a far parte del nuovo Consiglio di Amministrazione dell’Amiu. Al di là del clamore suscitato dalla notizia, legata alla presenza di Giancarlo Cito, ti sembra davvero così eclatante e scandalosa la notizia che una amministrazione chieda la collaborazione della minoranza consiliare, anche attraverso l’assegnazione di incarichi? Gridare allo scandalo, non equivarrebbe a dar ragione alle tesi di Berlusconi, che inizialmente voleva dialogare con il centro sinistra solo dopo aver avuto l’impegno di andare a nuove elezioni?
Ritengo che questa vicenda sia stata amplificata in maniera eccessiva, e mi sono quindi trovato d’accordo con quello che ha detto D’Alema qualche settimana fa, quando invitava i suoi a non farne il motivo ostativo alla ripresa di rapporti corretti tra i diversi pezzi del centro-sinistra tarantino.
Gaetano Carrozzo, quando si presentò come candidato presidente alle elezioni provinciali del 1999, se ricordo bene affermava: “Da me potete comprare con sicurezza una macchina usata”. Fatto sta che Carrozzo, dopo aver provocato una crisi in Provincia per la candidatura di Florido alle comunali, ripresenta il suo usato garantito anche all’amministrazione Stefano, provocando un’altra crisi. Ora Carrozzo abbraccia il Partito Democratico, e si sono trovati allo stesso tavolo con Florido, nel chiedere chiarezza sui rapporti Stefano – Cito. Non pensi che Carrozzo, prima di chiedere chiarezza, dovrebbe chiarire lui qualcosa?
Si, è proprio così: SDS (Sinistra Democratica per Stefàno) nacque da un accordo tra pezzi della maggioranza fassiniana dei DS (tra cui Carrozzo) e le minoranze di Salvi e Mussi; al raggiungimento di tale accordo detti il mio, sia pur piccolo, contributo. Gaetano, in occasione delle iniziative della campagna elettorale con Salvi prima e Mussi poi, lasciava intendere che stava prendendo in considerazione l’idea di aderire alla sinistra DS. Dopo la vittoria e prima dell’adesione di Stefàno a Rifondazione, Gaetano nella prima riunione di SDS per analizzare il voto, cominciò a sostenere che non si doveva parlare di una vittoria della “sinistra radicale”, per poi coniare, a luglio del 2007, la formula dell’”equivicinanza” di SDS nei confronti di PD e Sinistra, per poi, ad agosto del 2007, annunciare la propria adesione, assolutamente legittima naturalmente, al PD, con il tentativo, andatogli male, di far dichiarare l’adesione di SDS in quanto tale. Sono quindi d’accordo con te che il percorso di Gaetano non sia stato dei più limpidi, anche se lui, con un mestiere che non può essergli disconosciuto, cerca di far apparire il contrario.
Giuseppe Vacca scrive nella prefazione: “Il 1976 è l’anno della “duplice vittoria” del PCI e della DC nelle politiche del 20 giugno. Ma segna anche l’inizio della crisi della Repubblica per varie ragioni. Né la sinistra può governare senza la DC, né questa può governare senza il PCI”. Ritieni che senza Mani Pulite quel processo di crisi si sarebbe fermato, o sarebbe lo stesso andato avanti?
Mani Pulite è uno dei risultati di quella crisi che andava avanti da anni; una crisi messa in rilievo, per primo, da Enrico Berlinguer che sollevò, giustamente, la “questione morale”, la cui attualità è a dir poco sconvolgente.
Uno dei mali della sinistra, a mio parere, è di risentire molto di più, rispetto al centro destra, della sindrome di Cincinnato, si aspetta cioè il liberatore dalle nostre miserie. La cosa era comprensibile alcuni decenni fa, quando nelle sezioni le facce più frequenti erano quelle degli operai e dei braccianti, ma non trova giustificazione oggi. Ritieni che questa sindrome, se condividi la mia analisi, sia presente, fatte le debiti proporzioni, in città e in Provincia?
Quella di Cincinnato è una figura che mi è sempre piaciuta, perché ha in sé due caratteristiche che un uomo politico dovrebbe avere: la capacità di lasciare il potere senza tanti drammi e guasti per chi viene dopo di lui, la disponibilità a rimettersi in campo quando il bene comune e non la propria ambizione personale lo richiede. Naturalmente penso anche che ogni uomo politico dovrebbe caratterizzarsi per la capacità di “costruire” una squadra al cui interno ci siano nuove energie che possano e debbano sostituirlo al momento necessario. Il cancro della politica sono quelli che fanno terra bruciata attorno a sé ed i cui “ritiri” sono soltanto strumentali e finalizzati ad evidenziare che “dopo di lui il diluvio”. Purtroppo anche nella nostra realtà, cittadina e provinciale, di personaggi di talfatta ne abbiamo; aimè anche a sinistra.
La platea ideale di Pinuccio Stea, insegnante in un corso accelerato di strategia politica, non per leggere o informarsi su quanto avvenuto a Taranto, ma per studiare a fondo il perché degli avvenimenti che portarono ai trionfi di Cito e della Di Bello, di quale colore politico la vorresti? Chi avrebbe di più da imparare dalle analisi di quegli anni?
Non ho dubbio alcuno: una platea di sinistra. Devo dire però che è una platea, soprattutto ai vertici, restia ad affrontare una vera discussione sull’ultimo mezzo secolo di storia politica tarantina: le presentazioni dei libri della mia trilogia sono state caratterizzate da una partecipazione molto ampia e significativa anche politicamente, ma anche da assenze reiterate altrettanto significative, cui è seguito un silenzio assordante.
Nino Palma, ad oggi, è stato l’unico segretario provinciale del PCI-PDS-DS non funzionario di Partito. Ritieni che questo abbia potuto influire sulle varie crisi che quel Partito ha attraversato?
Penso che chi ha questa passione debba “vivere per la politica” e non ”vivere di politica”. E’ pure pensabile che per un certo periodo della propria vita la politica possa essere l’impegno prevalente; ma quando l’unica attività della propria vita, sino alla pensione, è la politica, si finisce, fatalmente, per privilegiare la propria carriera a scapito degli interessi più complessivi. So di non dire cose nuove e sconvolgenti: l’ha scritto molti anni fa un “certo” Max Weber.
Prima delle politiche del 2006, già si sapeva come si sarebbero concluse le elezioni: maggioranza sicura alla Camera, quasi pareggio al Senato. Ed infatti così è stato. Ora si sta cercando un accordo su una nuova legge elettorale, e Berlusconi dice che anche la precedente andrebbe bene, magari con un piccolo ritocco: il premio di maggioranza al Senato va trasformato da Regionale a Nazionale. Una cosa da poco. Al di là delle scontate ed ovvie affermazioni di governabilità ed amore verso il Paese, le sembra una mossa politica alla Cavour, da parte del centro sinistra regalare, almeno stando ai sondaggi, la stabilità governativa al centro destra?
La crisi e le dimissioni del governo Prodi hanno aperto uno scenario nuovo e per me assolutamente preoccupante: un centro-sinistra che continua a farsi male da solo, che non riesce a “sfruttare” le evidenti divisioni strategiche emerse in questi due anni nel centro-destra e rischia di consegnare, come fu nel 2001, il Paese a Berlusconi non per i meriti di quest’ultimo, ma per le proprie divisioni.
La Cosa Rossa, anche nel variopinto nome che si è data, promette il “Sol dell’avvenire”. Intanto, scompare l’appellativo di Partito: temevate forse che la gente avrebbe fatto confusione tra il verbo e il sostantivo?
Quello individuato è un percorso che dovrebbe portare in tempi brevi, almeno così auspico insieme a tanti, alla costituzione di un unico Partito della Sinistra italiana che superi tutte le divisioni, anche drammatiche, conosciute nel ‘900.
Dalla pubblicazione nel 2003 del libro sulla Gabetto, non si è più fermato, e ora è al sesto libro. Dopo “Gli anni della Giunta Cannata” e “Da Cannata a Cito”, “Taranto, da Cito a Di Bello” chiude la trilogia come nelle migliori tradizioni letterarie. Quasi per caso però, veniamo a conoscenza che, il prossimo novembre, si prevede l’uscita di un suo libro sugli anni epocali della vita tarantina, quelli dal 1946 al 1956. Non pensa che stia un po’ trascurando il suo paesello, lasciato editorialmente al 1972?
Touchè: la tua notazione è giusta. In termini calcistici siamo alla pari: 3 a 3; vorrei mantenere questo equilibrio e, insieme al prossimo libro che tu hai ricordato, dare alle stampe quindi il volume che riguarda Palagiano dal 1973 alla caduta della cosiddetta Prima Repubblica, su cui sto già lavorando. Colgo l’opportunità della tua intervista per rilanciare una mia proposta: ho presentato “Gabetto…” e “La Stazione” agli studenti di alcune classi della scuola media “Bettolo” di Taranto; un’esperienza bellissima per il grande interesse che i ragazzi mostrarono. Perché questo non è possibile anche nel mio paesello, come lo chiami tu? Penso che ai ragazzi di Palagiano potrebbe piacere, perché anche a loro non sfuggirebbe che, come ha scritto in una bella recensione sul Corriere del Giorno il professor Santoiemma, “Gabetto ..” e “La Stazione” sono stati scritti soprattutto col cuore.
Durante la pausa caffè, il dott. Stea ci ha detto che non ricopre attualmente nessun incarico politico. Probabilmente, avrà notato che Carolina dorme ancora, perché l’aria non è affatto doce.
Giuseppe Favale
Brevi cenni biografici.
Due, oltre la lettura e la ricerca storica, le sue passioni principali: lo sport (da giovane ha praticato, a livello agonistico, l’atletica leggera ed il calcio) e la politica (impegnato sin da giovanissimo, prima nel PSI e quindi nel PCI/PDS/DS, ha ricoperto cariche a livello provinciale, regionale e nazionale ed è stato eletto in diversi consessi, tra cui i Consigli Comunali di Palagiano e di Taranto, ed il Consiglio Provinciale di Taranto).Ha pubblicato: “Gabetto Palagiano: una squadra di calcio … e non solo” (2003), “La Stazione – ovvero viaggio sul treno della memoria”, Scorpione editrice (2004), “Gli anni della giunta Cannata a Taranto (1976-1983)”, Scorpione editrice (2005), “Caduta del fascismo e ricostruzione democratica in un Comune del Sud (Palagiano dal 1943 al 1972)”, Edizioni Pugliesi (2006), “Taranto da Cannata a Cito – ovvero una “quasi cronaca” di dieci anni “incredibili” (1983-1993)”, Edizioni Pugliesi (2006), “Taranto da Cito a Di Bello – ovvero come “gioiosamente” si dissesta un Comune (1994-2006)”, Edizioni Pugliesi (2007).