Omaggio al Santo Patrono

            Quest’anno ricorre il 160° anno dalla elezione e nomina di S. Rocco a Patrono di Palagiano. Il prof. Carmine Gravina, nostro benemerito concittadino e instancabile organizzatore della Festa Patronale per circa quarant’anni, era solito dare alle sue riflessioni socio-storico-religiose su San Rocco il titolo reverenziale, ma pregno di fede sincera, di “Omaggio al Santo Patrono”. Egli stesso, interpretando una diffusa esigenza popolare, auspicava, a nome del Comitato nel 1994[1], una maggiore attenzione degli storici locali mirata a far luce sulla storia della venerazione del Santo a Palagiano.    


                  Pertanto, non posso fare a meno di rafforzarmi nell’idea che non ci sia modo migliore per tributare il dovuto omaggio al nostro Santo Patrono se non quello di far conoscere ai nostri concittadini le vicende principali della sua vita, le sue opere, i suoi valori, nonché le motivazioni per le quali la nostra Chiesa locale lo scelse e lo venera come suo Patrono.

           Infatti, se è vero che la venerazione per il nostro San Rocco è ancora molto forte e molto sentita, è altrettanto vero che, col tempo, il legame col Santo si stereotipizza, si svuota del suo significato più intimo e genuino e perde la sua specificità, se non se ne rinnova la memoria storica.

           Nato a Montpellier nella Francia Narbonese forse nel giugno 1295[2], San Rocco apparteneva alla nobile famiglia De La Croix, alcuni esponenti della quale pare fossero venuti in Italia sin dal 1097 per unirsi a Boemondo d’Altavilla, figlio di Roberto Guiscardo, per partecipare alla I Crociata, mentre altri sembrano essere venuti al seguito di Carlo I d’Angiò.

           Fu appunto nel periodo del dominio angioino del Regno di Napoli, intorno al 1315, che il giovane Rocco, fervente cattolico, dopo la morte del padre Giovanni e della madre Libera, donò tutti i suoi beni ai più bisognosi e, da ricco divenuto povero, venne pellegrino in Italia diretto a Roma. Ma, giunto ad Acquapendente (Viterbo), si imbattè in quel terribile morbo che, conosciuto col nome di PESTE, diffondeva terrore e morte tra le popolazioni colpite. Qui, però, Rocco volle fermarsi ad assistere gli appestati e qui manifestò poteri taumaturgici, grazie ai quali guarì molti ammalati.

           Di qui andò prima a Cesena e poi a Roma; ritornò nella Romagna fermandosi a Rimini, poi si recò a Novara e successivamente a Piacenza, dove egli stesso fu colpito dalla PESTE, motivo per cui rimase appartato per qualche tempo in una selva nei pressi del villaggio di Sarmato, che era un castello (inteso come centro abitato) di Gottardo Palastrelli (poi Santo)[3]. Secondo la leggenda, un cane gli portava il pane per nutrirlo, dapprima di sua iniziativa e poi perché mandato dal suo padrone Gottardo, e ciò fece per tutto il tempo di durata della malattia[4]. Guarito, riprese la via per tornare in patria. Purtroppo, però, secondo alcuni, fu arrestato come spia ad Angera (Varese), sulla riva orientale del Lago Maggiore, dove sarebbe morto cinque anni più tardi; secondo altri, invece, il giovane con la “barba lunga e incolta, avvolto in poveri abiti coperti dalla polvere, col viso trasfigurato dalla sofferenza della peste tornò in Francia, nella sua città natale dove, “colto in sospetto, venne legato e tratto davanti al Governatore, Guglielmo De La Croix, suo zio paterno”. Rocco non volle farsi riconoscere e, “gettato nella più oscura delle prigioni”, morì dopo cinque anni di reclusione, il 16 agosto 1327[5].

I suoi comportamenti di vita e le improvvise guarigioni da lui operate gli valsero il riconoscimento della sua santità. Invocato con San Sebastiano come protettore contro la pestilenza sin dai primi anni del Quattrocento, il suo culto acquistò straordinaria popolarità in Italia nella seconda metà del secolo, come attesta il ricchissimo materiale iconografico che lo riguarda.

E’ raffigurato abitualmente in aspetto di giovane pellegrino che addita una gamba scoperta e piagata; accanto gli sta, con un pane in bocca il cane di Gottardo.

           Rocco, dunque, spogliandosi di tutte le sue ricchezze e donandole ai poveri e ai bisognosi e mettendo la sua vita a servizio degli ammalati e dei derelitti, aveva seguito l’esempio di San Francesco.

         E furono proprio i monaci francescani a diffondere il culto per San Rocco, Santo della carità e dell’amore per il prossimo come il Santo di Assisi, nel Mezzogiorno e, in particolare per quanto riguarda il territorio della nostra diocesi, a Mottola, a Castellaneta, a Massafra e a Palagiano.

           Al Cinquecento, infatti, è attestata l’esistenza di un convento di francescani a Mottola; allo stesso periodo pare risalga la chiesa di S. Rocco di Castellaneta secondo il Saracino[6]; del resto nella relazione della visita pastorale di Mons. Bartolomeo IV Sirigo, vescovo di Castellaneta, effettuata tra il 1576 ed il 1578, si legge che esisteva già extra moenia una chiesa dedicata a S. Rocco con rispettivo beneficio (Item beneficium unum cum ecclesia, et altare extra moenia ipsius civitatis sub vocabolo S.ti Rocchi)[7] e che c’era addirittura una contrada detta di S. Rocco (Super orto cum cesterna, in contrata San(c)ti Rocchi iuxta vias puplicas et duobus lateribus quam in presentiarum possidet domus Fanutis)[8].

           In ogni caso a Massafra, esisteva già da lungo tempo un convento dedicato a San Rocco, la cui fondazione è alquanto incerta. Il Giannotta[9] riferisce in un suo manoscritto che la chiesa e il convento di San Rocco furono costruiti da Francesco Pappacoda[10], dopo che questi ebbe ottenuto l’autorizzazione pontificia con bolla del 16 dicembre 1537[11]. Il convento pare sorgesse nello stesso luogo dov’era stata costruita alcuni secoli prima una chiesetta, fuori le mura sulla strada che porta a Chiatona, in onore di San Francesco, che secondo alcuni storici locali, sarebbe passato per Massafra[12].  

           Il Coco, poi, ci informa che “da un diploma del Papa Paolo III (Alessandro Farnese) del 1541….si rileva che da parecchi anni i Padri Minori Conventuali dimoravano accanto alla chiesa di San Rocco in Massafra. Essi, però, trovandosi un po’ a disagio per la lontananza, erano ridotti in pochi e non sempre vi funzionavano. Nei mesi invernali rimanevano uno o due religiosi e gli altri si recavano nelle dimore viciniori di Mottola e di Palagiano che, erette in mezzo all’abitato, erano più comode”[13].

           Quindi, se alcuni dei monaci francescani del convento di San Rocco di Massafra venivano spesso al convento di Palagiano, dove trascorrevano a volte addirittura mesi interi, appare del tutto evidente che furono proprio loro a suggerire direttamente o indirettamente l’opportunità di porre sotto la protezione di San Rocco anche Palagiano, colpita dalla PESTE e miracolosamente da questa liberata, come si vedrà tra poco, dedicando appunto al Santo di Montpellier, emulo di San Francesco, la chiesa del convento.

 

 

Il convento dell’o.f.m. e l’annessa chiesa già S. Maria La Nova                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                           

          

Per comprendere appieno l’origine della venerazione a Palagiano di San Rocco e cogliere i motivi ideali e religiosi che ci legano a Lui, oltre a conoscere le vicende più importanti e significative della vita del Santo, è necessario tornare indietro nel tempo e rivisitare alcuni aspetti e alcune vicende che caratterizzarono la vita della nostra cittadina tra Cinquecento e Seicento.

Per la ricostruzione di tali aspetti e vicende ci soccorrono alcune testimonianze documentarie.

           Ci ricorda il Coco che, tra i diversi feudatari che possedettero il paese di Palagiano vi furono “i nobili e ricchi signori Protonobilissimo[14] di Taranto, che conoscendo il bene immenso, che operavano i conventuali di Taranto, di Massafra e di Mottola li vollero introdurre in Palagiano”. Perciò essi donarono il denaro necessario per la costruzione di un convento dove i monaci potessero alloggiare. Il Coco continua dicendo che “Dalla Platea[15], unico documento interessante che si conserva di questo convento, rilevasi che sin dal 1538 dal Rev. Vescovo di Mottola, Don Angelo de Pascale, era stata concessa al feudatario Don Giacomo Protonobilissimo per sé e i suoi eredi una cappella eretta fuori il paesello di Palagiano denominata Santa Maria La Nova quasi diruta e prossima a rovinare per ricostruirla ed edificarvi accanto un monastero.

Nel 1574 con atti legali del notaio Giovan Battista Leto, rogati in Taranto, Don Nicola Maria, figlio di Don Giacomo Protonobilissimo, donò per adempiere la volontà del padre la detta chiesa al P. Maestro Francesco Micco di Latiano, Provinciale della vasta provincia di San Nicola di Bari. Vi unì un assegno di docati 10 annui da conseguirsi dai suoi beni tenuti dal signor Francesco Pappacoda e insiememente docati 4020 per le riparazioni necessarie alla chiesa e per costruirvi il monastero, che doveva essere abitato dai PP. Conventuali. Donò anche sei paia di buoi domiti, 10 vacche, 77 tomolate di terreni seminativi in feudo di Palagiano, oltre 10 salme di mosto, tredici tomola di grano ogni anno ed altre poche cose con l’onere di una messa la settimana in ogni venerdì. Con queste condizioni a favore dei Frati, il Provinciale sullodato accettò subito la fondazione e in pochi anni fece costruire l’attuale convento e riedificare la chiesa, pericolante, che nel 1582 fu consacrata da Mons. Giacomo Di Michele, Vescovo di Mottola[16]. Ciò si rileva da un’iscrizione molto sciupata, esistente nell’interno della chiesa sulla porta maggiore, datata al 14 febbraio di detto anno[17] su cui è riportata la seguente epigrafe: Anno Domini MDLXXXII die vero XIV februarii ego Jacobus Michael Episcopus Motulensis consecravi hanc ecclesiam cum altare in honorem conceptionis beatae Mariae Virginis et concessi quadraginta dies de vera indulgentia hodie unu hac in anniversario uius diei in perpetuo[18].

           Il detto convento fu dedicato a Santa Maria della ROCCA come risulta dalla “Relatio ad limina” del 1612 del Vescovo di Mottola mons. Benedetto Russo, redatta da Don Marco De Todaro “Sacerdos collegiatae Massafrae Motulen diocesis Procurator”, nella quale, fra l’altro, si legge: “est etiam… in terra Paligiani […] et unum Monasterium sub invocatione Sanctae Mariae della Rocca Fratrum Minorum Conventualium S. Francisci”[19].

Stranamente qualche decennio più tardi, esattamente nel 1633, da un’altra “Relatio” apprendiamo che la chiesa del nostro convento risulta dedicata a San Rocco. Infatti, in quel documento, del 1° maggio dello stesso anno, del Vescovo diocesano Don Tommaso Ancora, si legge: “Est in consideratione quidam locus cum abitatione et Ecclesia Sancti Rochi ac cum redditibus 150 aureorum, qui odie possidetur a Paligiano Sancti Francisci[20].

           E’ la prima volta che il nome del nostro Santo Patrono appare in uno scritto che riguarda Palagiano.

A questo punto mi sono chiesto: “Che cosa può essere accaduto, fra il 1612 e il 1633, di tanto importante da indurre il clero locale a cambiare, o aggiungere, alla precedente “invocazione” la nuova dedicazione a San Rocco?”

La risposta a questa domanda credo di averla trovata in un’opera didattica del Padre Maestro Giovanni Maria Sforza da Palagiano, già figlio del locale convento[21] dell’ o.f.m., nel quale lo stesso si trovava proprio nel 1633, come riferisce la già citata “Relatio” del vescovo di Mottola Don Tommaso Ancora[22].

Ne “L’apostolo di Japigia”, infatti, il nostro monaco francescano parla della PESTE descrivendone la provenienza e il percorso anche se, forse per esigenze didattiche o personali legami affettivi, attribuisce il merito di averla sconfitta al Santo Patrono di Lecce e non a S. Rocco. Si tratta della stessa epidemia che afflisse Milano, tra il 1629 e il 1632, e della quale parla il Manzoni ne “I Promessi Sposi”, e che provocò tante rovine e tanti lutti.

G.M. Sforza, dunque, dopo aver celebrato le lodi di Sant’Orontio, ad un certo punto scrive che gl’anni addietro un vascello, proveniente dai Mari della Sardegna, approdò dopo molte ruine, sulle rive della Campania, ne i Lidi delle Sirene, portando la PESTE in quella città che formava sola d’habitanti un Regno, cioè a Napoli. Di qui si diffuse nelle altre province meridionali, compresa la Terra d’Otranto. Essa, dopo aver toccato Matera (Madre qual Era) arrivò la sera in habito di pellegrino in un Castello…, quando una sentinella da su un Palagio fabricato da Giano (si noti il termine Castello con l’iniziale maiuscola, quindi Castello più Palagio più Giano formano Castelpalagiano o Castelpalasano com’era allora denominato il nostro paese) gli diede l’avviso, e non havendo quegli (i Palagianesi) soldatesca à bastanza corre all’oglio del Santo e si disterrò il nemico[23].

L’autore non specifica di quale Santo si tratti, anche se è implicito il riferimento a Sant’Oronzo.

Fu così che i Palagianesi, da allora, si affidarono alla sua protezione e dedicarono anche a Lui la chiesa del convento, già Santa Maria della Rocca e prima ancora Santa Maria La Nova.

           Ecco, allora, che la venerazione di S. Rocco a Palagiano non risale alla metà dell’Ottocento come pensa il Cetera, il quale attribuisce implicitamente l’inizio della venerazione del Santo alla cessazione dell’epidemia di colera che colpì anche Palagiano nel 1837[24], ma a molto tempo prima ed esattamente alla prima metà del ‘600. Infatti l’antica chiesa del convento di S. Francesco, dedicata a S. Maria della Rocca nel 1612, quando Palagiano vestiva abiti di fortezza (per cui veniva indicata col toponimo di Castelpalasano), risulta invece sub invocatione Sancti Rochi nel 1633. Tale cambiamento fu effettuato in seguito alle numerose guarigioni di ammalati di peste, malattia che in quel periodo aveva colpito il paese, attribuite dai Palagianesi al Santo di Montpellier.

 

 

San Rocco diventa Principale Patrono di Palagiano

 

           Con la soppressione del vescovado di Mottola, il territorio dell’ex diocesi di Mottola venne accorpato a quello della diocesi di Castellaneta, della quale quindi anche Palagiano entrò a far parte. Nel frattempo il culto per San Rocco non solo era rimasto vivo nelle coscienze dei Palagianesi ma si era talmente accresciuto che clero e popolazione avevano chiesto che il Santo fosse nominato Patrono della Città.

           Finalmente il 12 gennaio 1854 il vescovo della diocesi di Castellaneta, Bartolomeo D’Avanzo, emanava un provvedimento con il quale rendeva noto che nella propria “Rev.ma Curia Vescovile” era pervenuto e quindi era conservato il decreto autentico della Congregazione dei Sacri Riti, con il quale San Rocco veniva nominato “Principale Patrono” della Città di Palagiano. Da tale decreto, riportato integralmente nel provvedimento vescovile, si evince la complessa procedura seguita per giungere alla detta nomina ufficiale di San Rocco.

           Prima di tutto il clero ed il popolo della città di Palagiano, nella diocesi di Castellaneta, venerando con culto speciale pubblicamente già da lungo tempo Rocco Confessore, si riunirono ufficialmente e, ricordando con animo grato e riverente le grazie particolari che per sua intercessione presso Dio avevano ottenuto, all’unanimità deliberarono di eleggere lo stesso Santo “Principale Partono” della città. Al voto unanime del clero e del popolo di Palagiano seguirono il consenso del rev.mo vescovo di Castellaneta e quello del re delle Due Sicilie Ferdinando II, così come previsto dalle leggi ecclesiastiche. Successivamente il Segretario della Congregazione dei Sacri Riti redasse fedele relazione sullo stato della pratica e la presentò al Santissimo Sommo Pontefice Signore nostro Pio IX. Sua Santità, avendo riscontrato la regolarità degli atti e l’opportunità della richiesta dei Palagianesi, ratificò con la sua Apostolica autorità la legale elezione di San Rocco a Principale Patrono della città di Palagiano e concesse che la sua festa venisse quivi celebrata posteriormente al giorno decimosesto del mese di agosto con la prerogativa e i privilegi precipui che si convengono ai Patroni delle città rispettando l’uno e l’altro precetto, cioè di partecipare ai Sacri Riti e di astenersi dalle attività lavorative, con Ufficio e Messa di doppio rito e di prima classe e con Ottava, con osservanza delle leggi.

           Il decreto porta la data del 15 dicembre 1853 ed è firmato dal card. Lambruschini, prefetto della Congrecazione dei Sacri Riti, e dal segretario Domenico Gigli. L’atto è contrassegnato con il prescritto sigillo.

           Il vescovo D’Avanzo col proprio provvedimento di sopra menzionato ordinava, altresì, che il contenuto del più volte citato decreto fosse comunicato, tramite il “Rev.mo Arciprete Curato, don Luigi Tinella di Palagiano, al Clero e ai fedeli del luogo, affinché potessero adeguarsi alla suddetta norma”.

           Il documento vescovile risulta sottoscritto dall’arcidiacono Gian Carlo D’Alagni pro vicario generale e dal cancelliere il canonico Arcangelo Bufano.

 

 

 

Ringraziamo il prof. Giovanni Carucci, per lo storico documento, apparso sull’opuscolo dedicato alla Festa di San Rocco 2013, a Palagiano.

 

[1] Nel pieghevole del programma dei festeggiamenti in onore di San Rocco, il prof. Gravina allora segretario del Comitato, scriveva: “lessi, in anni assai lontani, in un’antologia scolastica, la frase di un illustre scrittore francese: ‘Hereux l’écrivain, qui éleve un monument à son pays!’ Mi piacque si radicò nel giovane mio animo. Lodi, quindi, ai proff. Carucci, Lentini, Moschetti, Orsini, Sudoso e all’amico Cenzino Cetera che con ‘Tasselli di Storia Palagiane’ e ‘S’arrcord li vign d mienz la chiazz’, dicono a noi Palagianesi, acchè molta cenere d’oblio non si incrosti sulle patrie memorie, che non siamo nati ieri, e che abbiamo in onore il retaggio degli Avi. Fatti e personaggi, tradizioni usi e costumi, folclore, detti e nomenclatura in vernacolo, nel secondo libro, fanno la storia del nostro paese. Il pensiero qui si veste di magia e diventa culto del passato. Nella narrativa, però, accennata appena la festa di San Rocco. Più spazio, più cronaca, benemeriti Autori! Ne avremmo gioito tutti perché è un avvenimento che prende tutti e onora la nostra gente”.

[2]   F. P. CONTUZZI, La vita di Rocco da Monpellieri, Matera 1992, p. 24.

[3] Ivi, p.39.

[4] Ibidem.

[5] Ivi, pp. 44 e 45.

[6] F. SARACINO, Castellaneta dalle origini ai giorni nostri, Castellaneta 1989, pp. 145-146.

[7] M. DE PALO, Le istituzioni ecclesiastiche fra Medioevo ed Età Moderna – La visita pastorale a Castellaneta di Bartolomeo IV Sirigo, Galatina 1999, p. 19.

[8] Ivi, p. 111.

[9]   Si tratta di un manoscritto sulle origini e sulla storia di Massafra del sacerdote don Cosimo Giannotta, solo in parte pubblicato e per il resto andato perduto. Le notizie di sopra riportate furono tratte da Espedito Iacovelli da alcuni fogli manoscritti semidistrutti dai topi e dall’umidità, che anni or sono gli furono gentilmente donati dal suo amico Renato Colucci. Cfr. Espedito IACOVELLI, Massafra nel Secolo XVI, Edizioni della Società Operaia, Massafra 1971, p. 16.

[10] E’lo stesso Francesco Pappacoda che teneva in gestione i beni di don Nicola Maria, figlio di don Giacomo Protonobilissimo, barone di Palagiano, nel 1574. Cfr. F. A. P. COCO, I Francescani nel Salento, Vol. II, Taranto 1928, p. 479. A. Foscarini così descrive la famiglia: “Antica e nobile famiglia napolitana, originaria dell’isola d’Ischia, la quale sedette in Napoli al Seggio di Porto e fu decorata, nel 1496, del Cavalierato d Malta. Possedette questa casa non pochi feudi, tra‘ quali: Larino, Binetto, Petrella, il Contado di Noia; il Marchesato di Capurso (1558); il Ducato di Termoli e il Principato di Triggiano; e, in Terra d’Otranto, il Casale di Palagiano (1618), le Terre di Massafra (date ad Artusio Pappacoda da Ferdinando I d’Aragona), Tricase che Federico Pappacoda di Napoli comprò, per ducati 9000 di carlini d’argento, da Fabio Castriota e ratifica per parte degli eredi di quest’ultimo a 13 settembre 1569 (c. di L., cioè 1568) per notar Cesare Pandolfo di Lecce, e Grottaglie che Ippolita Pappacoda di Noia comprò, nel 1622, da Federico di Tomaso Carafa, e, nello stesso anno, alienò a Marcantonio Muscettola; la Città di Mottola; il Marchesato di Ceglie e il Principato di Mesagne portati in dote, nel 1729, a un Pappacoda, da Benedetta de Angelis Marchesa di Ceglie e Principessa di Bitetto e Mesagne. Luigi fu Vescovo di Lecce dal 1639 al 1670. Arma: Di nero, al leono d’oro, con la coda rivolta sopra la testa e tenuta fra’ denti”. Cfr. A. FOSCARINI, Armerista e Notiziario delle Famiglie Nobili Notabili e Feudatarie di Terra d’Otranto, Lecce 1903, p. 160.

 

[11]   E. IACOVELLI, cit., p. 35.

[12]   Ibidem.

[13]   F.A. P. COCO, cit., p. 58.

[14] Il De Vincentiis su questa famiglia scrive: “Nel 1040 monsignor Alessandro Faccipecora Arcivescovo di Taranto e patrizio napoletano introdusse in Taranto la sua famiglia, e nel 1389 Eustachio e Marino Faccipecora nobili napolitani furono officiali assistenti al Generale Scipione Sanseverino signore di Bisignano, seguaci del re Ladislao di Durazzo, ed erano alla difesa di Mottola quando questa città venne distrutta da’ Francesi al soldo di luigi 2° d’Angiò. In questo tempo esisteva pure in Taranto la nobile famiglia Protonobilissimo e si rileva dal possesso che avea del beneficio dell’Annunziata extra moenia, e dall’altare maggiore di S. Antonio che a detta famiglia si apparteneva. La Faccipecora durò fino al 1579 in Rosa figlia di Sarro, poscia si fuse con quella de’ Protonobilissimo. Narra il Borrelli che non i Faccipecora in Protonobilissimi, ma a questi fu dato il soprannome di quella nel 1330 perché erano i Protonobilissimi cavalieri napolitani o sorrentini come narra Elio Marchese. Egli è ben vero che Carlo 2° stimò assaissimo Desiderio D.U.I. il cui figlio Alfonso illustrò la famiglia essendo capitano di tanto valore che Pietro D’Aragona re di Sicilia lo chiamò al suo servizio affidandogli cariche importanti, ma ritornò presto al suo re Carlo che molto lo amava e da cui fu arricchito di feudi e vassalli. Nel 1528 regnando Carlo V, un altro discendente Alfonso era barone di Leporano, e Ferrante I investì Giacomo della Signoria di Palagiano, e confermò a Floromondo quella di Muro. Difatti nel 1438 Floromondo intimo seguace del principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini ebbesi in dono da questo il principato di Muro nel leccese e formò un altro ramo della famiglia che ivi si estinse il 1774 ed il feudo passò al Demanio dello Stato, ma nel 1797 il principe Pignatelli di Belmonte affine de’ Protonobilissimo se l’ebbe dal re Ferdinando IV di Borbone in rimunerazione de’ servigi resigli in varie Corti ne’ primordi della rivoluzione francese, quale feudo poscia gli eredi hanno venduto all’illustre cavaliere Achille Tamborrino di Maglie. Nel 1540 Giovan Battista era canonico della Metropolitana di Taranto, e vivevano, Alfonso, Gaspare, Roberto, Giovanni Antonio e Giovanni il quale ebbe figli Lucrezia il 1541 e Giovan Francesco il 1542. Nel 1572 vivevano Cola Maria barone (di Palagiano), Bellisario, Cataldo che nel 1590 procreò Giovanni Maria, il predetto Alfonso che sposò la nobile tarantina Lucrezia Ficatelli e nacquero Giulia il 1570, Roberto il 1584 Donato Antonio il 1586, Isabella il 1588, Francesco Antonio il 1593, Marcantonio il 1596, ed Alfonso postumo il 1600. Eravi pure Francesco Antonio che con Angela Palumbo ebbe figli Giovan Bernardino il 1598, Giovan Donato il 1600, Ambrogio il il 1602 ed Antonia il 1605. Questi sono gli ultimi ne’ quali si estinse in Taranto questa famiglia e fiorì in Napoli ov’era iscritta al seggio di Capuana. Lo stemma di essa è un dragone alato in campo rosso”. Cfr. D.L. DE VINCENTIIS, Storia di Taqranto, Mandese Editore, Palo del Colle 1983, pp. 408 e 409.

[15] Essa è conservata presso l’Archivio di Stato di Lecce - Si tratta della Platea n. 17 del convento di S. Maria La Nova della Terra di Palagiano dell’Ordine dei Minori Conventuali rinnovata nell’anno 1776. Questa, in realtà, è una nuova versione dell’antica originaria platea risalente all’anno 1666. In essa, infatti, si legge: “P.1 Fatta sotto il pontificato di Clemente XIII nel settimo anno del suo felice governo e secondo del Prov.to di questa Provincia di San Niccolò dei Minori Conventuali del P. Maestro Francesco Antonio Goffredo di Francavilla, Guardiano del Convento di Palagiano il P. Bernardino Piccolo di Taranto. Per la grande confusione dei notamenti, beni stabili, censi enfiteutici e redimibili e tasse che detto Convento possiede descritti nell’antica Platea del 1666 la quale recava grande detrimento per le partite confuse, perciò risolse rinnovarla come fece e la riadattò alla miglior maniera il P. Domenico Antonio Buffoluto di Taranto dello stesso ordine… Tutto ricavato da un inventario preso nell’anno 1581 di Notar Luigi de Arricis di Massafra, in presenza di sette religiosi e sette testimoni di Palagiano e dalli notamenti informi di detta Platea alla quale si rimette”. Ibidem.

[16] F.A.P. COCO, cit., pp. 478-479.

[17] Ibidem, pp. 478 e 479.

[18] Cfr. Vincenzo CETERA, S’arrcord li vign d’mmiinz la chiazz, Tipografia La Meridionale, Palagianello 1991, p. 31.

[19] APMA (ARCHIVIO PARROCCHIALE SS. MARIA ASSUNTA) di Mottola, scaffale 1°, ripiano 3°, Relatio ad limina di Mons. Benedetto Russo, a. 1612, raccolta n.1, fasc. 1. Si veda anche A. Alemanno, Cura d’anime ed organizzazione ecclesiastica nei casali di Palagiano e di Palagianello, in “La Chiesa di Castellanete tra Medioevo ed Età Moderna”, Congedo editore, pag. 325.

[20]   APMA di Mottola, scaffale 1°, ripiano 3°, Relatio ad limina di Mons. Tommaso Ancora, a. 1633, racc. n. 1, fasc. 4.

[21] P.Gabriele M. GUASTAMACCHIA o.f.m. conventuale, Francescani di Puglia – I Frati Minori Conventuali (1209 – 1962), Bari-Roma 1963, Arti Grafiche Favia, p. 124.

[22] Il vescovo Mons. T. Ancora così scrive: “Non adest memoria quod ibi fuerit Seminarium, nec potest erigi propter paupertatem, penuriam beneficiorum et angustiam Diocesis. Et in consideratione quidam locus cum abitazione et Ecclesia Sancti Rochi ac cum redditus 150 aureorum qui hodie possidetur a Paligiano S. Francisci, et solum ibi degit unus frater conventualis et ad summum duo. Interim provisum est da optimis Magistri Grammaticae, Humanitatis et Musicae (G.M. Sforza) pro bona adolescentium educatione et disciplina”. Per la figura e l’opera del filosofo-teologo Palagianese mi permetto di rinviare a Giovanni CARUCCI, Un Illustre Personaggio della Diocesi di Mottola – P.M. Giovanni Maria SFORZA da Palagiano, Minore Conventuale, in MOTULA, periodico di vita mottolese, Anno XI – n. 6-7, Giugno-Luglio 1998, pp. 4 e 5 e a C.S. CETERA, Padre Giovanni Maria Sforza da Palagiano – Maestro Teologo del ‘600, Palagiano 2000.

[23] P.M G. Maria SFORZA da Palagiano, L’Apostolo di Iapigia – Discorso Panegirico sopra il Glorioso Martire Sant’Orontio, Lecce 1660, pp. 23 – 25.

[24] V. CETERA, cit., p. 55.