Le donne, nel nostro paese, fino alla II Guerra Mondiale, vissero una vita abbastanza dura e travagliata.

Le sposate lavoravano in casa sin dalle prime ore del giorno; preparavano il pane che veniva fatto in casa, lavavano i panni a mano, dopo aver preso l’acqua dalle cisterne o dalle fontane, accendevano il fuoco per preparare il caffè d’orzo per la colazione, mettevano a cuocere i legumi nella pignatta (“pgnét”), aiutavano i piccoli ad ordinarsi per la scuola o per il lavoro.Durante il giorno o la sera rammendavano, rattoppavano, cucivano, lavoravano la lana e il cotone per le maglie e le calze; era raro trovare donne oziare e, le poche che c’erano nel paese, venivano additate come donne da evitare.Poiché le case erano piccole, molti lavori venivano eseguiti sull’uscio di casa o sul marciapiede antistante. Era lì che si vedevano, in settembre, stendere i fichi sulle stuoie di canna a seccare, quando il terrazzo di casa era ingombro; sgusciavano le mandorle e le stendevano sul marciapiede per asciugarle al sole. Nel periodo della semina selezionavano nella madia, legumi e cereali; le dita scorrevano veloci tra i chicchi, sceglievano, scartavano e ammucchiavano con abilità, la parte migliore, per garantire un’ottima semina.In novembre, quando iniziava la raccolta delle olive, le vedevi negli uliveti, curve per ore, sotto il vento pungente di tramontana o dello scirocco o sotto la pioggerellina che inzuppava le vesti pesanti, orlate di terriccio.Raccoglievano poggiando di tanto in tanto, il ginocchio su “lu panarjdd” per alleviare la stanchezza. Rientravano la sera a piedi, se la raccolta era stata nelle campagne vicino al paese o, a bordo dei carri, quando venivano da lontano.Le braccianti che venivano ingaggiate, nei paesi vicini, sostavano per diversi giorni, nelle masserie, in condizioni veramente disumane; avevano come letto un pagliericcio e, come servizi igienici, gli spazi all’aperto intorno alla masseria.Prima della raccolta delle olive, delle mandorle e dei legumi, si raccomandavano, per tempo, al “massaro” o al “caporale”, per l’ingaggio, lasciando per pegno, “lu panarjdd” che se veniva accettato, l’ingaggio era assicurato.I braccianti, la sera, gremivano la Piazza Vittorio Veneto, dove i caporali operavano l’ingaggio per conto dei padroni; i meno fortunati, coloro che non riuscivano a “trovar giornata”, di buon mattino, si fermavano in piazza, aspettando qualche proprietario o un incaricato che avesse bisogno di operai.Tale mercato di braccia terminava con l’uscita del sole, quando tutti ormai erano partiti per i campi.I braccianti, pur di assicurare alla famiglia un minimo di sostentamento, si offrivano ad ogni sorta di lavoro: pulivano stalle, cantine, scaricavano e caricavano merci presso i magazzini di vendita o presso i frantoi; eseguivano anche ogni sorta di lavoro domestico presso le case dei padroni, per pochi spiccioli, pur di assicurarsi il lavoro, nei periodi di raccolta; la remunerazione, spesso, in natura, veniva assicurata con pochi legumi o qualche chilo di farina.Quando nemmeno questo era possibile si recavano lungo gli argini dei fiumi, delle cunette delle vie di campagna o nei terreni tenuti a pascolo, per raccogliere erbe selvatiche o cavare “lambasciun”, o nei boschi a raccogliere funghi; poiché vivevano alla giornata, dopo aver assicurato l’alimento per la famiglia, la parte raccolta in eccedenza veniva venduta.C’era chi si improvvisava pescatore e andava al fiume o nelle paludi a pescare: anguille, rane, granchi e cefali.Nelle campagne, “i massari di campo”, sorvegliavano: l’aratura, la semina, la sarchiatura, la zappettatura dei cereali e dei legumi; tutto doveva avvenire nei tempi prestabiliti. Al padrone veniva riferito tutto dai massari e dai sorveglianti; chi “sgarrava” pagava con il licenziamento immediato.In autunno, nel periodo della semina dei cereali, il fittavolo o il mezzadro si recava dal proprietario presso cui doveva effettuare la semina, per procedere alla pesatura della semente che veniva poi accumulata al centro del magazzino e bagnata con acqua ramata contro l’attacco degli insetti. Il mezzadro, dopo averla rivoltata più volte, prima di riporla nei sacchi, affondava dentro la mano e tracciava, un gran segno di croce  chiedendo la protezione divina, il tutto sotto lo sguardo beffardo del “signorotto”, incredulo.

 Fonte: Memoria storica del nostro ‘900, di Michele Orsini